Ma Rainey’s Black Bottom: cinema a suon di blues

Il compianto drammaturgo afroamericano August Wilson costituisce una stabile fonte d’ispirazione per l’ambizioso cinema dei registi neri eletti ad autori con la “a” maiuscola. Dopo Barriere, diretto e interpretato da Denzel Washington, forte dell’ottimo contributo recitativo fornitogli da Viola Davis, vincitrice dell’Oscar come miglior attrice non protagonista per l’intenso ruolo dell’angelo del focolare incline ad anteporre gli slanci caritatevoli ai sogni di riscatto, l’adattamento per il grande schermo dell’opera teatrale Ma Rainey’s Black Bottom mette davvero tanta carne al fuoco.

La cifra stilistica dietro l’ardua macchina da presa di George C. Wolfe, più bravo finora ad allestire vivaci spettacoli sulle tavole del palcoscenico che a fornire nuovi stimoli al rapporto tra immagine e immaginazione dell’affascinante fabbrica dei sogni, adotta soluzioni tecniche senz’altro di bell’effetto. L’erudita densità contenutistica del testo originario necessita però dell’idoneo carattere d’ingegno creativo, alieno ai segni d’ammicco dei soliti esercizi formali, per assorbire l’indubbia forza significante delle idee attinte all’estro altrui ed elaborare poi motu proprio i compositi risvolti dell’indagine sociale.

Mentre l’accurata rievocazione degli anni Venti del secolo scorso restituisce appieno la sostanza riflessiva degli elementi ambientali, grazie sia all’abile scenografia di Mark Ricker, fedele agli stilemi degli intelligenti film d’atmosfera, sia ai ritmi stretti delle incandescenti dispute dialettiche, l’innesto dei numeri di canto a suon di blues lascia piuttosto perplessi. Si fa fatica, infatti, a riconoscervi in filigrana la traccia decisiva delle melodiche grida di protesta degli schiavi di colore, delle empatiche ed emblematiche piroettate, dell’egemonia dello spirito, o per meglio dire dell’ancestrale spiritual, sulla pedestre materia. L’effigie della voluminosa Viola Davis, che passa dagli umili panni dell’immusonita ma prodiga casalinga di Barriere alle vesti dell’aspra ed estroversa cantante Ma Gertrude Rainey, col volto intriso di sudore e il trucco sfatto ad arte, dirime le modalità esplicative. La penuria, quindi, di sottigliezza, omessa per provare a conferire al look smunged, col rimmel sbavato sugli occhi e lo specchio dell’anima sugli scudi, l’avvicendamento di apparenza ed essenza, stenta ad accrescere l’appeal dell’affresco antropologico.

L’ennesima giornata particolare, a corto degli aguzzi ritratti scandagliati in chiave ora intima ora collettiva da Robert Altman ed Ettore Scola, non traduce mai il versante figurativo in solido controcampo introspettivo. La sala prove dello studio di Chicago, con le stanze attigue trasformate in alcove di fortuna e infauste zone di confronto, ospita dapprincipio un clima d’attesa capace di fornire qualche proficua variante all’attenzione alla parola d’ascendenza rohmeriana. A lungo andare l’inesausto faccia a faccia dell’impetuoso trombettista Levee con il resto della band, schiava dei capricci della prima donna Ma, traligna invece l’avveduto sarcasmo in programmatica tragicità. Il radicalismo mimetico degli interpreti si va ad amalgamare al prevedibile dinamismo dei carrelli in avanti, delle inquadrature dal basso verso l’alto e degli ampollosi deep-focus senza mai raggiungere la statura poetica di August Wilson. Ai velleitari sforzi compiuti dalla fotografia di Tobias Schliessler, che non riesce ad attribuire alla componente luministica la virtù di riflettere le penombre psicologiche dovute ai ricordi funesti e all’ingiusta disparità, il montaggio alternato del bravo Andrew Mondshei replica tenendo sui carboni ardenti gli spettatori attratti dall’ovvia inclinazione ad appaiare la sorte dei popoli e l’altalena delle emozioni.

Il presunto crescendo all’atto pratico combina gli incidenti di percorso, la prontezza di riflessi, i binari disgiunti, scelti dalla regina del blues e dall’indocile seguace, esibendo, al posto dello spartito di semitoni dell’incisivo lavoro di sottrazione, le polveri bagnate dell’enfasi di maniera. Con gli aforismi sulla vita, la morte, il bisogno di riempire i vuoti e di rialzarsi, grazie al potere persuasivo dei febbricitanti ed epidermici componimenti musicali, al servizio dei vani timbri da comizio mélo. Glynn Russell Turman incarna il pianista ostile alla chimera dell’autonomia con un’ottima sobrietà d’accenti. La palpitante prova dell’acclamato Chadwick Boseman, scomparso prematuramente la scorsa estate, si staglia, viceversa, nell’arcinota mistica dei gigioneschi soprassalti d’ilarità, mestizia, tenerezza ed estrema ferocia. Con buona pace dell’inevitabile ricatto sentimentale, che spinge all’applauso incondizionato i fan avvezzi alla lacrima facile, il personaggio di Levee paga così dazio all’interregno degli istrionici affondi. Ma Rainey’s Black Bottom brama invano la bacchetta magica per convertire i consueti accordi e disaccordi in un inedito panegirico, intento ad abbinare le pieghe nostalgiche alle punture di spillo, finendo per disperdere la marcia in più della sensibilità umanitaria nella marcia indietro del sensibilismo.

 

 

Massimiliano Serriello