Macchine mortali: il futuro è in movimento

Che un autore temerario come Peter Jackson fosse sempre in cerca di progetti accattivanti è cosa che, magari, già si sapeva, altrimenti non avrebbe mai messo mano all’eredità tolkieniana de Il Signore degli anelli, ma che arrivasse anche ad interessarsi di una saga letteraria young adult era difficile da immaginare. Lo spunto è l’opera scritta da Philip Reeve, Macchine mortali, un’avventura futuristica pubblicata nel 2001 e che ha avuto un seguito di successo nel mondo, con l’arrivo, ora, di una trasposizione cinematografica ricca di CGI.

Con Jackson alla macchina produttiva e in fase di scrittura insieme alla moglie Fran Walsh e alla fida Philippa Boyens, questo lungometraggio vede al timone di regia l’esordiente Christian Rivers, un tecnico degli effetti speciali che ha vinto un Oscar grazie al King Kong diretto nel 2005 dal creatore di Bad taste – Fuori di testa, il cui apporto si fa ben valere ella creatività immaginifica utilizzata per la ricostruzione del mondo futuristico qui descritto.

Siamo in un’epoca lontanissima, centinaia di anni avanti a quella che noi viviamo, e la popolazione umana non è più stabile in terra ferma e su case comuni, in quanto i terrestri ormai abitano in enormi piattaforme mobili che girano per il globo, alla ricerca di risorse di energia naturale da depredare.

La più temibile e titanica è quella su cui si appoggia la città di Londra, guidata dal potente Thaddeus Valentine (Hugo Weaving), il quale, dopo aver catturato un piccolo villaggio mobile, incrocia il suo destino con la giovane Hester Shaw (Hera Hilmar), una ragazza che con lui ha più di un conto in sospeso, al punto che tenta di ucciderlo all’istante.

Senza riuscire nell’impresa, si ritrova catapultata fuori dalla piattaforma insieme a Tom Nastworthy (Robert Sheehan), un adepto di Valentine, e, al suo fianco, affronta una sequela di disavventure per cercare di portare a buon fine una battaglia contro le forze del male, tra ricordi del passato e scontri emotivi.


Su due piedi, riuscire a capire cosa abbia spinto Jackson a mettere voce in capitolo su un prodotto del genere non è cosa difficile, considerando che il lato visionario di Macchine mortali parla da sé, grazie alla riuscita ostruzione del mondo futuristico che lo caratterizza.

  Ma è nello svolgimento della storia che perde il film di Rivers, caratterizzato da una partenza notevole, con i suoi riferimenti all’attualità testimoniata dal desiderio di assorbire il bene che risiede nella purezza territoriale di alcuni luoghi (forte messaggio ecologico in primis), per non riuscire, poi, a mantenere un certo ritmo e una costante emotiva degna di nota, gettando alle ortiche una storia di vendette con siparietti pregni di prevedibilità e personaggi monodimensionali dallo scarso appeal.

Un lungometraggio che vorrebbe essere l’apripista di una nuova serie fantascientifica dai toni steampunk, ma che saccheggia a piene mani una sequela di situazioni già viste nella saga di successo Star wars. Un aspetto di certo inevitabile, ma mai palesemente mostrato come in questo frangente, lasciando tranquillamente intuire l’ispirazione dall’ultimo periodo della serie stellare creata da George Lucas sia nella scelta di un’eroina come perno centrale (una sfigurata Hilmar resa ai minimi termini) che nel contesto generale che fa molto Rogue One: a Star Wars stroy.

Certo, c’è anche quello spunto miyazakiano che sta alla base dell’operazione (come non vederci Il castello errante di Howl e Il castello nel cielo?), ma non basta per poter giustificare la resa quasi sotto la media di Macchine mortali, che per rendersi interessante getta di tutto e di più al fine di abbracciare fan e non fan della fantascienza spettacolare (la parentesi col robot Shrike sembra inserita forzatamente).

Se il film deve essere l’inizio di un nuovo franchise, è meglio che si fermi qui questa nuova minaccia cinematografica proveniente dalla letteratura young adult.

 


Mirko Lomuscio