Fondata a Firenze nel 2017 da Rebecca Benedettini e Valentina Brancale, la compagnia teatrale Malament’Espress è un laboratorio di espressione creativa che si muove attraverso generi e temi differenti. Nel 2021, l’attrice Maria Piera Fusi si unisce al gruppo, arricchendo ulteriormente la diversità artistica della compagnia. Caratterizzati da un approccio di “lavoro di bottega”, i membri della compagnia collaborano per dare vita a un immaginario collettivo, mescolando ironia, introspezione e assurdità per affrontare tematiche complesse. Con spettacoli che spaziano dal comico al drammatico, Malament’Espress offre al pubblico un’esperienza teatrale unica e stimolante, riflettendo sulle profondità dell’inconscio umano e della storia.
INTERVISTA ALLA COMPAGNIA MALAMENT’ESPRESS
Un caloroso benvenuto a Rebecca, Valentina e Maria Piera su “Mondospettacolo”. Il vostro lavoro nasce da un’idea di “lavoro di bottega” e immaginario collettivo: come cambia il vostro processo creativo quando lavorate insieme rispetto a quando create individualmente?
Spesso i piani si intrecciano. A volte una di noi ha un’esigenza personale che si traduce nella voglia di affrontare un personaggio o una tematica, condivide il suo processo creativo individuale con la compagnia e diventa la miccia per la stesura di un nuovo testo. Il primo passaggio del processo creativo collettivo quindi é da un input e da un’immaginario che può essere storico/ stilistico/ suggestivo inizia la stesura del testo. Durante la stesura pensiamo già alla regia e dopo la prima stesura, avviene la prima lettura a tavolino con la compagnia. Da lì in poi, si danno delle note su cui ognuno lavora individualmente e poi comincia il lavoro in sala. Si provano tante cose in sala confrontandoci su cosa funziona e cosa no ma ad un certo punto vengono fatte delle scelte. Si alternano quindi momenti di “orizzontalità” a momenti di “verticalità” in cui chi si occupa della regia dà l’ultima parola. La creazione collettiva e individuale quindi si incontrano e si intrecciano durante il processo creativo. Sicuramente quando si passa dall’individuale al collettivo a volte bisogna rinunciare a una propria idea perché non funzionale allo spettacolo o al personaggio.
Nei vostri spettacoli tornano spesso ironia, assurdo e introspezione per affrontare temi anche scomodi: come trovate l’equilibrio tra leggerezza e profondità?
L’equilibrio per noi sta nel mettere insieme gli elementi. Il mondo dell’assurdo perché ci permette di mettere i nostri personaggi in situazioni sopra le righe che li mettono alla prova e l’ironia ci permette di fargli dire quello che pensano senza sentirsi vittime. La risata ha una gran forza politica. Il fatto di poter ridere di qualcosa ci permette di esorcizzarlo e di parlarne. Fondamentale per noi non affrontare delle questioni scomode in maniera didascalica o moralista ma poterci ridere su. Perché la risata permette di appropriarsi di qualcosa, di poterla prendere in giro e quindi di poterla trasformare. Gli elementi si cercando di equilibrare sia a livello di scrittura che di regia.
In “Perché su Waterloo si pensa meglio” immaginate una rilettura della storia attraverso la psicologia: cosa vi affascina di più nel riscrivere figure storiche in chiave contemporanea?
La missione che ci siamo date è quella di parlare del bene di ogni essere umano. Quello di cui ci interessa parlare è infatti partire dal presupposto che l’uomo nasce buono, sono le scelte che l’uomo fa durante la sua vita che fanno l’uomo, così se un uomo è aiutato, oggi dalla moderna psicologia, o ai tempi da una figura di riferimento, l’uomo sceglie la strada del bene. Per questo in “Perché sul Waterloo si pensa meglio” vogliamo pensare a un Napoleone che con l’aiuto di uno psicologo ante litteram potesse così essere diventato un “uomo buono” e giusto.
Avete attraversato generi molto diversi, dal grottesco al drammatico fino al teatro fisico: quanto è importante per voi non avere un’unica cifra stilistica ma restare in continua evoluzione?
Noi non ci identifichiamo in un unico genere anzi, spaziare su vari generi e sondare vie diverse dà modo a noi di cimentarci in sfide sempre nuove. Ogni nostro spettacolo nasce da un’esigenza personale: ogni spettacolo quindi deve avere il suo stile, il suo genere che lo possa far brillare in tutto il suo potenziale.
Guardando ai vostri percorsi personali, molto ricchi e differenti, cosa sentite che ciascuna di voi porta di unico alla compagnia MALES?
La forza della nostra compagnia è sicuramente il metodo di ricerca e messa in scena che ci siamo date tra noi e la varietà delle conoscenze che vengono messe a disposizione. Ognuna di noi ha delle skills e delle maestranze diverse che dona alla compagnia e mette in campo durante il processo creativo. Iter che ci porta, dalla drammaturgia alla messa in scena, a dare vita a ciò che crediamo essere necessario raccontare. Il rapporto con il corpo, con la coordinazione tra le parti in scena e la relazione tra artisti che esistono e si muovono come un unico ente è seguito da Valentina Brancale, laureata all’Inda di Siracusa. La parte drammaturgica e di regia è seguita da Rebecca Benedettini laureata alla Paolo Grassi a Milano, che con uno stile unico mette insieme le parti intime e introspettive della nostra storia e sviluppa in chiave artistica i nostri ragionamenti collettivi che ci siamo socializzate negli anni. L’attenzione alla voce, ai suoni, all’organicità degli strumenti della produzione vocale è gestito da Mapi Fusi, laureata all’International College of Musical Theatre di Roma. Ognuna di noi è fondamentale per portare avanti questo progetto collettivo e auto-organizzato che parla di noi, della nostra vita, di ciò che pensiamo e quello in cui crediamo, con tutte le contraddizioni e le storture del caso ma con tanta passione e voglia di creare qualcosa di nuovo e unico.
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