Dopo aver esordito col toccante ritratto muliebre Nevia, coniugando la conoscenza intima del tema trattato sulla scorta dell’esperienza vissuta nell’infanzia abitando in un container per poi entrare in contatto con gli accoglienti artisti del circo vicino casa insieme all’ascendente esercitato dalla vena immaginifica di Federico Fellini, l’ambiziosa regista partenopea Nunzia De Stefano tenta nell’apologo sulla prima adolescenza lungo i vicoli dell’università della strada Malavia d’inserire come atto rivoluzionario l’egemonia dell’happy end sull’unhappy di molti austeri film d’autore post-neorealisti.
Ad alzare ulteriormente l’asticella rispetto a Nevia dovrebbe provvedere la sagacia di congiungere la recitazione in versi, imperniata sull’acronimo rhythm and poetry del rap, con le vocali aperte frammiste alle consonanti sussurrate dai ‘e guagliune e miez’a via. La cui sonorità è chiamata a rispecchiare la frammentarietà dell’età verde prima dell’approdo a quella adulta.

A differenza però di Nevia, con le memorabili figure di fianco avvezze ad approfondire il carattere d’autenticità dispiegato nella periferia dove la ragazza del titolo affronta la densa ed emblematica quotidianità sulla spinta della fierezza di chi non si piega ai guappi di cartone, Malavia veleggia in superficie. Tranne quando il tredicenne Sasà sfoga la rabbia per i versi composti in onore dell’adorata madre rubatigli dai professionisti privi di scrupoli dell’ambiente musicale mentre siede in compagnia degli amici del cuore sul tratto di costa coi frangiflutti di San Giovanni a Teduccio a ridosso del mare, che riverbera l’identità ferita dalle vecchie volpi dell’hip hop all’ombra del Vesuvio, la geografia emozionale stenta ad acquisire la facoltà sia di riflettere l’altalena degli stati d’animo sia di determinare la reazione agli schiaffi del destino baro. La spontaneità di tratto degli attori non professionisti non basta inoltre ad andare oltre i luoghi comuni dei capitoli coming-age. Targati ormai Cartagine. Né contribuisce a definire adeguatamente il processo che sorregge l’equilibrio precario tra mire individuali ed empiti collettivi di riscatto. Al sapore di verità assicurato nelle battute introduttive dal concerto dei 99 Posse, con Sasà e l’inseparabile coetaneo Nicolas d’origine capoverdiana imbucati secondo consuetudine, non corrisponde la penetrazione psicologica necessaria a trarre debitamente linfa dalle relazioni supportive per condurre gli spettatori in un’atmosfera contrassegnata da battute perentorie, parole dall’impatto istantaneo, basi armoniche ribattezzate beat, best practices, bad practices, modelli fuorvianti, tunnel spaventevoli e brani di riscatto.

Mentre il rapporto madre-figlio sfoggia senz’alcun dubbio un apprezzabile spessore introspettivo nel delinearne tout court la fulgida complicità, sottoposta ad alcuni momenti nei quali scatta la molla dell’impietoso rigetto, l’esplorazione della complessità concernente il bisogno di stordirsi con le droghe, quantunque leggere, ed equiparare gli elementi d’affetto allo spettro della dipendenza, congiunta all’aggravante dello spaccio motivato dalla velleità di sostenere economicamente la mamma Rusé messa alla porta da uno squallido ristoratore, lascia assai perplessi. Alla stregua della figura edificante del proprietario d’un apprezzato negozio di dischi, che sprona in zona Cesarini Sasà a rimettersi in gioco, balzando all’improbabile status di guru. Col tangibile rischio così di pagare dazio alla scontatezza delle modalità esplicative. L’ausilio fornito dai compenetranti piani-sequenza e dalle pertinenti inquadrature di quinta, in concomitanza col maggior dinamismo dei movimenti di macchina, sancito dalla carrellata a schiaffo sui regali gettati da Sasà ai piedi della sbigottita Rusé, ripudiandoli al pari delle ardue aspirazioni, e dalla ripresa dall’alto in basso del pusher dall’ingannevole aspetto angelico che butta per terra il ragazzino colto in flagranza di reato dalle istituzioni sugli scudi, tenta di suggellare il processo d’identificazione del pubblico in una trama, stringi stringi, abbastanza ovvia. L’intesa con Cira, che anela di uscire dalla morsa dell’ambuiguità sessuale, e col premuroso Nicolas raggiunge lo stesso l’acme in zona Cesarini. L’immagine dei tre in motorino festanti, a scorno dell’alienazione appizzata dietro l’angolo, che viene accorpata dal cerchio bianco sullo sfondo nero sembra rimandare all’iconica sequenza della canna d’arma che funge da tormentone nei preamboli dei film di James Bond.

Tuttavia al richiamo citazionistico, più nelle corde dell’ex marito Matteo Garrone che nella circostanza privilegia l’onere del produttore al carattere d’ingegno creativo dell’autore sul pezzo, Nunzia De Stefano preferisce la spontaneità di tratto. Ghermita negli slanci, nello sconforto, negli alti e nei bassi di Sasà. Impersonato dal convincente Mattia Francesco Cozzolino all’esordio. Nondimeno s’avverte la penuria delle briciole di aguzzo sarcasmo sparse in Nevia per accompagnare il rifiuto di qualsivoglia fronzolo od orpello, tranne l’inno alla speranza affidato nel finale visionario al ripiego onirico, nell’intenso trapasso dalla crudezza oggettiva alla tenerezza soggettiva. Che Nunzia De Stefano avverte indiscutibilmente nei riguardi dei vincoli di suolo e di sangue nonché nei confronti della voglia di riaffermazione che anima gli scugnizzi in balia degli scatti di crescita. Un’ulteriore spia dell’irrisolutezza di Malavia in relazione al previo Nevia è riscontrabile nella didascalica opera di giustapposizione dell’incanto col disincanto, dell’ordine naturale delle cose coi codici della teppa di piccolo cabotaggio, degli interni attanaglianti con gli esterni rinfrancanti. Persino gli spunti umoristici, amalgamati ai momenti di sconforto, latitano. Costringendo l’intreccio a imboccare strade trite e ritrite che, invece di portare a galla il peso specifico dell’assunto narrativo riscontrabile pure nel mix di gesti rivelatori ed esami comportamentistici accurati, approdano solo ed esclusivamente nell’incerto terreno della platealità degli accenti. Indirizzati alla valvola di sfogo comportata dall’esigenza d’inventarsi testi trascinanti in un batter d’occhio per conquistare la ribalta, alla voglia di sana riaffermazione dei quartieri popolari attanagliati dagli empi episodi congiunti alla criminalità, alle spasmodiche attese correlate alla kermesse canora e all’inversione di tendenza risolutiva che converte la sfiducia nel presente in fiducia nell’avvenire. La conquista poetica garantita in Nevia e in particolare nel cult movie 8 Mile sul mondo del rap statunitense dalla volontà di razionalizzare l’assurdo, ed eludere in tal modo lo scoglio del condizionamento dell’habitat di provenienza, traligna con Malavia nell’inopportuno predominio dell’esplicitezza, eletta ad altisonante – ma altresì discordante – immediatezza, a scapito dell’idonea sottigliezza. Colma, nella fatica precedente, di severi moniti, d’un pizzico d’umorismo, che non guasta mai, e della virtù di cogliere il percorso d’autoscoperta della gioventù sbocciata nella ressa dei viali suburbani.
