Con “Quale retorica”, Malavoglia firma un brano diretto e senza filtri, che interroga il presente e smaschera il linguaggio vuoto con cui spesso vengono raccontati i conflitti contemporanei. Un singolo che nasce come urgenza espressiva e atto civile, lontano dagli slogan e dalle dinamiche di facciata.

Tra rabbia, consapevolezza e desiderio di futuro, Malavoglia racconta una generazione sospesa tra un benessere fragile e una realtà sempre più complessa, riaffermando il ruolo della musica come spazio di presa di posizione e responsabilità. Nell’intervista per Mondo Spettacolo, l’artista approfondisce il senso del brano e anticipa il percorso del suo prossimo lavoro discografico.

Inizia citando il tuo pseudonimo: la “voglia” di fare musica sembra essere il tuo motore primario. Come si concilia questa spinta viscerale con il lavoro metodico di autore che svolgi anche per altri artisti come Maninni?
Ciao a tutti voi di Mondo Spettacolo e grazie per lo spazio. Diciamo che il mondo autorato per me resta una cosa abbastanza “casuale”. L’incontro con Maninni è comunque capitato per caso in quanto non scrivo pensando ad artisti in particolare ma scrivo cose per me che poi, magari, possono cantare altri. Quindi in realtà è tutto molto naturale. Ho scritto anche per altri artisti e chissà che presto non verrà fuori qualcosa di bello.

Hai definito questo brano un “urlo crudo e provocatorio”. Perché hai sentito l’urgenza di smascherare la retorica dei conflitti moderni proprio in questo momento storico?
Mi piace questa domanda e ti rispondo facendotene un’altra. Perché,invece, nessun altro artista con una portata mediatica più grande della mia ne ha parlato? Perché è retorica farlo? Io so soltanto che attraverso la musica negli anni 60/70 si mandavano messaggi forti di unione e anche di ribellione. Erano tempi difficili anche quelli ma gli artisti dicevano la loro. Qua invece sembriamo tutti molto più attenti agli algoritmi e all’outfit del prossimo Festival di Sanremo piuttosto che vedere la musica come un veicolo potente per mandare messaggi e far muovere pensieri. Io mio è un urlo di pace di chi non vuole questa situazione e vuole un futuro migliore.
È un modo per dire che siamo svegli e che la nostra libertà e il nostro futuro non si toccano.

In “Quale retorica” parli della tua generazione, quella degli anni ’90, prigioniera tra un “benessere di plastica” e la violenza dei conflitti globali. Quanto riflette il tuo personale senso di smarrimento o di ribellione?
Più ribellione direi perché c’è anche tanta rabbia nelle mie emozioni. Rabbia perché 2026 speri che il progresso possa aver migliorati i rapporti tra gli stati e chi li governa ma invece no, dalla storia non abbiamo imparato nulla, anzi, ora i conflitti sono ancora più pericolosamente vicini. Ancora una volta, il potere, è sopra il benessere dei cittadini.

Nel brano critichi gli slogan di facciata che riempiono le bacheche social. Come riesci a usare questi strumenti in modo autentico senza cadere in quella “retorica” che combatti nella tua musica?
Il brano parla di pace, di vicinanza reale tra popoli e di bisogno di preservare la bellezza di questo mondo. Non critico, mi rendo testimone dei tempi che sono e li racconto per quello che sono. Quando usciremo da tutte queste vetrine e torneremo a dare il vero valore alle cose allora forse riusciremo anche noi a lasciare il segno e a farci rispettare e sentire come popolo, umanità. Così si faceva negli anni ’70, altri tempi, ma gli ideali da proteggere sono sempre gli stessi. Credo che attraverso la musica potevo dire qualcosa di forte e importante, per me stesso. Quale Retorica è stato il mio atto civile. Poi magari nessuno lo vedrà come tale, fa niente. Io dovevo farlo.

Sappiamo che sei in studio con Andrea Massaroni. Cosa dobbiamo aspettarci dal tuo secondo album rispetto al precedente lavoro “PUNTO”?
Rispetto a PUNTO avendo lavorato su tutto il progetto con Andrea, stiamo dando un’identità sonora ben precisa, seppur i brani sono molto diversi tra loro anche stilisticamente. Ma abbiamo cercato di mettere gli stessi strumenti, gli stessi suoni e il basso di Francesco Tripi che crea un amalgama importante. Sono felice di poter tornare a lavorare con Francesco in studio perché è l’ultimo membro superstite della mia band originale con cui avevo iniziato a portare in giro il progetto MaLaVoglia oltre ad essere un grande amico e compagno di live. A livello di canzoni, invece, il nuovo album sarà in perfetto stile MaLaVoglia tra ironia, malinconia e provocazioni. Il denominatore comune è sempre l’amore per ciò che faccio e verso la musica.
Ci sarà spazio anche per l’amore in questo album. Sarà un album molto vissuto e sicuramente più maturo rispetto a PUNTO.

Ti va di ricordarci i tuoi contatti per trovarti in rete?
Semplicissimo, mi trovate su Instagram come @ma_la_voglia , facebook come @malavogliaofficial e Tik tok come @malavogliamusica. Seguitemi anche su YouTube e Spotify sempre come MaLaVoglia. Un saluto a tutti e grazie per lo spazio.

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