I MaldiMarte tornano con “Polaroid”, un singolo che esplora il rapporto tra memoria, emozioni e percezione del passato. Attraverso una scrittura intensa e aperta all’interpretazione, la band racconta come i ricordi cambino nel tempo, trasformandosi insieme a noi. In questa intervista ci accompagnano alla scoperta del significato del brano, delle sue ispirazioni e del messaggio che desiderano lasciare agli ascoltatori.
“Polaroid” sembra interrogarsi sul confine tra ciò che ricordiamo e ciò che immaginiamo. È corretto leggerla così?
Sì. Ogni volta che torniamo su un ricordo lo modifichiamo leggermente. Esiste la memoria con cui impariamo a convivere.
Quanto influiscono le emozioni sulla costruzione dei ricordi?
Più di quanto immaginiamo. Sono loro a cambiare il modo in cui raccontiamo il passato.
Perché avete scelto una narrazione così sospesa e aperta?
Perché una canzone non dovrebbe chiudersi con una risposta. Mi interessa che continui a vivere dentro chi l’ascolta.
Che ruolo ha il rimpianto all’interno della canzone?
Non cambia il passato. Cambia il modo in cui continuiamo a guardarlo. La memoria modifica ciò che il rimpianto non riesce a sopportare.
Il finale del brano è particolarmente intenso. Volevate rappresentare una sorta di liberazione?
Più che una liberazione è una resa. Il momento in cui si smette di cercare una risposta.
Quali artisti o influenze musicali hanno accompagnato la nascita del pezzo?
Mi ispirano gli artisti che lasciano spazio all’ambiguità. Niccolò Fabi, Dimartino e Radiohead sono riferimenti importanti, ma l’obiettivo resta trovare una voce riconoscibile.
Cosa aggiunge il videoclip alla comprensione della canzone?
Più che spiegare, mette in dubbio ciò che abbiamo appena visto.
Qual è il messaggio più profondo che volete trasmettere attraverso “Polaroid”?
Che forse siamo anche il modo in cui scegliamo di ricordare ciò che abbiamo vissuto.