“L’anno scorso, oltre trecentomila bambini sono stati segnalati come scomparsi negli Stati Uniti. Alcuni sono stati ritrovati, altri sono scomparsi senza lasciare traccia. Nel 1989, Martin Bristol scomparve mentre giocava sull’altalena del suo giardino a Minersville, in Pennsylvania. Aveva sei anni”

Su questo incipit così brutale si apre l’opera prima del regista Stevan Mena, Malevolence, classe 2003, storia che si interroga essenzialmente sulla natura dei serial killer: coloro che rientrano a pieno titolo in questa categoria, si domanda il regista, che è anche sceneggiatore, produttore e compositore della colonna sonora del film, lo sono sempre dalla nascita? E se qualcuno, invece, lo diventasse col tempo, a causa dell’ambiente e delle frequentazioni? Proprio su questo secondo aspetto si incentra tutta l’idea di questo slasher che ha, a ben guardare, ben poco di originale, ispirandosi, nemmeno troppo velatamente, alla storia di Ed Gein, il Macellaio di Plainfield, e di conseguenza anche al film più famoso che alle sue “gesta” è ispirato, Non Aprite Quella Porta di Tobe Hooper del 1974, e che, tuttavia, riesce ad essere piacevole ed a farsi guardare con abbastanza interesse fino alla fine, ottenendo anche un discreto successo che ha dato vita ad un prequel, Bereavement (2010), e ad un sequel, Malevolence 3: Killer (2018),  diretti entrambi dallo stesso Mena.

Se il film si apre con la scena del rapimento di un bambino, il Martin Bristol del titolo, nel 1989, l’azione si sposta poi subito al 19 settembre 1999, senza che le sorti del piccolo ci siano rivelate. Quattro rapinatori portano a segno una rapina in banca e si danno appuntamento in una casa isolata nella campagna per spartirsi il bottino. Si tratta di Kurt, della coppia composta da Julian e Marylin, e dal fratello di lei Max. Durante il tragitto verso la casa Kurt fora una gomma ed è costretto, per raggiungere gli altri, a rubare una macchina: lo farà ad una stazione di servizio, prendendo in ostaggio le due proprietarie del veicolo, la giovane mamma Samantha e la figlioletta Courtney. Arrivati alla casa, che si trova vicino ad un grande mattatoio, i malcapitati faranno un incontro poco piacevole, che cambierà per sempre le loro vite.

Come lo definirà un poliziotto sul finale del film, il mattatoio è quel “genere di posto che passa inosservato, come un vecchio albero in mezzo ad un campo di grano”. Sembra mimetizzarsi con il brullo territorio circostante. Ma fa paura, inquieta, è respingente, non fa venire voglia di entrarci, ecco. E quando si mettono insieme un mattatoio in disuso, uno slasher, ed un pazzo killer mascherato che tiene le sue vittime in casa come trofei o decorazioni, la mente non può non andare subito a quel simpaticone di Leatherface, creato da Tobe Hooper nel lontano 1974, e protagonista di una delle saghe cinematografiche horror più durature ed amate della storia. Il killer di Mena ha un sacco di punti in comune con Faccia di Cuoio, sebbene non indossi sul volto una maschera di pelle umana ma solo una federa di cuscino con due buchi. Eppure vi assicuro che fa lo stesso la sua porca figura!

Certo, il film, come già accennato, non brilla di grossa originalità, perché, a ben vedere, lo slasher è il genere dei cliché, e Mena non fa eccezione, usandoli quasi tutti senza lesinarne nessuno. In più il cast, ahimè, non è dei migliori. Se si escludono Samantha Harrison e Courtney Bertolone, nel ruolo di madre e figlia, e Richard Glover in quello di Kurt, gli altri sono tutti piuttosto debolucci, soprattutto la coppia di protagonisti composta da R. Brandon Johnson e Heather Magee, che sembra completamente spersa e fuori parte. La loro interpretazione è a tratti realmente scandalosa, non riescono a trasmettere la minima credibilità, ed il doppiaggio italiano certamente non aiuta, soprattutto per quel che riguarda lei, la cui voce italiana è quella di un’oca giuliva scema ed insopportabile, che poco si adatta ad una donna cazzuta che spinge il compagno a compiere una rapina nonostante egli sia assolutamente refrattario al crimine. Altro difetto di questa pellicola d’esordio sono i tempi morti: purtroppo, soprattutto nella prima parte, sono davvero troppi, ci si dilunga troppo in estenuanti scene al buio che non portano a niente, e la suspense dopo un po’ si affloscia, implodendo su se stessa. Per fortuna viene poi ripresa abilmente in mano da Mena nella seconda parte del film, facendo ricrescere la tensione dall’arrivo di tutti i nostri incauti protagonisti al mattatoio, abbandonato solo all’apparenza. Si capisce molto bene quanto Stevan Mena adori lo slasher, si diverte tantissimo a torturare i poveri malcapitati, nonostante il basso budget con cui è stato prodotto il film (200.000$), pur tuttavia avrebbe potuto e dovuto evitare un po’ di lungaggini perché, se è vero che la costruzione della suspense è importante, c’è anche da dire che in un sottogenere come lo slasher l’adrenalina deve essere l’ingrediente principale, e se passa un sacco di tempo prima che succeda qualcosa può accadere, ahimè, che la palpebra cali. Sul finale, come già accennato, i ritmi si fanno più concitati, qualche bello spavento lo si prende, al netto degli abusati cliché che, per forza di cose, nello spettatore abituato al genere smorzano un po’ il mordente.

Eppure questo Malevolence merita di essere visto. Ha in sé qualcosa di sporco, di macabro, di malato, è molto più viscerale delle coeve e patinate produzioni horror hollywoodiane, e questo ne rende la visione assolutamente piacevole. Sarà forse anche perché, per girarlo, Mena e la sua troupe si sono avvalsi veramente di un vecchio mattatoio abbandonato, a Balliettsville (Pennsylvania), dove lo stesso regista ha soggiornato per tutto il tempo delle riprese, non potendovi lasciare l’attrezzatura incustodita? Sul luogo sono stati ritrovati ancora tutti gli strumenti usati un tempo per macellare le bestie, i ganci dove appenderle, e tante, tantissime ossa di bovini, che il regista ha sfruttato per una delle scene più d’impatto di tutto il film. Girato in 35 mm, il regista racconta che dalla stesura del soggetto al prodotto finito ci sono voluti la bellezza di sei anni, coi molti problemi economici che deve sempre affrontare una produzione indipendente, ma alla fine la passione e la costanza sono state ricompensate, arrivando addirittura a generare un franchise cinematografico.

Oltre al già più volte citato film di Hooper, altro modello di riferimento per Mena è stato il capolavoro di Alfred Hitchcock del 1960 Psycho: anche qui, come nella nota storia di Norman Bates, la pellicola inizia in un modo e dopo circa mezz’ora la struttura cambia completamente, portandoci in qualcosa di decisamente diverso da ciò che poteva forse suggerire la rapina dell’incipit. Certo qui il prologo col bambino rapito ci faceva già subodorare dove saremmo andati a parare, e, a dirla proprio tutta, anche il finale per me non è stato così inaspettato o deflagrante: il colpo di scena riguardante il serial killer è, a mio avviso, facilmente intuibile, tuttavia ci sta, non stona, ed il ritrovamento dei diari darà una sorta di spiegazione a quello che, per anni, è avvenuto tra le mura del vecchio mattatoio.

Se il cast non brilla certo di chissà quali qualità, risultando più credibile la nipote del regista, Courtney Bertolone, di attori già conosciuti nel settore come R. Brandon Johnson, tuttavia una grossa nota di merito va al direttore della fotografia Tsuyoshi Kimoto, che aveva già lavorato in documentari televisivi, e che quasi sempre riesce a trovare le luci giuste per le molte scene in notturna della pellicola, sia in interno che in esterno. È quindi anche suo il merito del fatto che un film così poco originale e pieno di cliché sia comunque divenuto un piccolo cult per il pubblico dello slasher, creando immagini dense di raccapriccio in un’atmosfera cupa e malevola, come sottolinea lo stesso titolo. Certo, modelli come Scream ed Halloween, oltre ai già citati, si vedono tutti, ed emergono forse anche troppo, ma va da sé che sono i personali omaggi di un regista innamorato del genere ai miti di cui è infarcito il suo background, e quindi direi che è un problemuccio veniale abbastanza tollerabile, ed anzi quasi gradevole.

Consiglio quindi a coloro che amano lo slasher, che ricercano un’atmosfera di ispirazione retrò senza troppe elucubrazioni mentali, che si compiacciono del body count e dell’omicidio come opera d’arte, la visione di questo Malevolence, che in effetti si è meritato ben due premi importanti come Miglior Lungometraggio in 35mm al Long Island International Film Expo e Miglior Lungometraggio al prestigioso New York City Horror Film Festival. Il cuore paga più di tanto denaro, e Stevan Mena, qui, ce ne ha data una riprova piuttosto convincente.

Il film è attualmente disponibile sulla piattaforma PLEX ed in dvd Terminal Video.

https://www.imdb.com/it/title/tt0388230

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