Mamma mia! Ci risiamo: ancora una volta le musiche degli ABBA per scatenate Dancing Queens

Prendiamo una serie di canzoni di uno dei gruppi musicali più amati di sempre. Aggiungiamo un cast stellare e una location mozzafiato. Se poi si vorrà pensare anche a una storiella semplice ma gradevole e, soprattutto, dal lieto fine assicurato, ecco che può venir fuori un prodotto a dir poco accattivante che finirà per incuriosire anche lo spettatore più esigente.

Questo, ad esempio, accadeva nel (non troppo) lontano 2008, quando sugli schermi di tutto il mondo faceva la sua apparizione Mamma mia!, fortunata pellicola firmata Phyllida Lloyd, nonché trasposizione cinematografica dell’omonimo musical scritto da Catherine Johnson, basato sulle musiche del celebre gruppo svedese ABBA. Il successo di tale operazione è stato talmente grande (basti pensare che il dvd del film è stato il più venduto di sempre in Gran Bretagna) da far ben pensare alla Universal Pictures che un sequel/prequel della storia precedentemente messa in scena avrebbe potuto rivelarsi assai fruttuoso. Ed ecco che, dieci anni più tardi, ha visto la luce un nuovo progetto dal titolo Mamma mia! Ci risiamo, la cui regia questa volta è stata affidata all’inglese Ol Parker, con una decennale esperienza come sceneggiatore e che risulta particolarmente portato per commedie sentimentali dai toni leggeri (da lui, ad esempio, sono stati firmati gli script di Marigold Hotel, del 2011, e Ritorno al Marigold Hotel, realizzato nel 2015).

Al fine di riportare in vita i personaggi che tanto hanno fatto sognare spettatori di tutte le età, dunque, Parker ha immaginato un sequel in cui su tutto si sente la mancanza proprio di Donna Sheridan (impersonata da Meryl Streep), scomparsa prematuramente, ma che, tuttavia, vive sempre nei ricordi di chi le ha voluto bene e, in particolare, della figlia Sophie (Amanda Seyfried); la quale, rimasta a vivere sull’isola di Kalokairi, ha intenzione di far ripartire l’hotel avviato dalla madre e, a tal fine, sta per ultimare i preparativi in vista dell’inaugurazione. Tra un incidente di percorso e l’altro, vari flashback ci mostrano una giovane Donna, la quale, appena diplomata, partirà per un lungo viaggio alla volta dell’Europa, dove avrà modo di incontrare i tre uomini della sua vita, che abbiamo già conosciuto nel capostipite.

Come ben si può immaginare già da una prima, sommaria lettura della sinossi, lo script in questione è, purtroppo, piuttosto inconsistente: sul personaggio di Sophie – che qui avrebbe necessitato di un ulteriore approfondimento – ci si sofferma poco. Troppo poco. Al punto da renderla addirittura un personaggio eccessivamente debole per reggere il ruolo da protagonista.

A parte un litigio iniziale con il fidanzato e qualche intoppo durante i preparativi per l’inaugurazione, infatti, la giovane donna vive quasi del riflesso di altre figure assai più carismatiche, come le due – ormai attempate – amiche di sua madre (interpretate da Julie Walters e Christine Baranski) o di Sam (Pierce Brosnan), uno dei suoi tre padri. E anche questi ultimi, a loro volta, se riescono a strappare di quando in quando qualche sorriso allo spettatore è soltanto grazie a ciò che sono stati nella fortunata pellicola del 2008. Si potrebbe addirittura affermare che tutto il lavoro viva di rendita grazie al precedente film, concepito esclusivamente per rimpolpare le casse delle case di produzione, ma che ha visto impieghi di maestranze lavorare quasi esclusivamente con il pilota automatico. Troppo facile, dunque, far leva sulle canzoni degli ABBA e su quanto è stato prodotto in passato. Facile ma non scontato. Il risultato finale, infatti, è un sequel debole e insulso, che altro non fa che trascinarsi stancamente per quasi due ore e che vede nei flashback – mostrantici, tra l’altro, ciò che già nel precedente lavoro ci era stato raccontato – il suo (poco convincente) punto di forza. Tanta forma, poca sostanza, dunque. E, per quanto riguarda proprio la forma, ci sarebbe un’ulteriore parentesi da aprire: se, infatti, la prima inquadratura ci mostra una suggestiva (ma un po’ artefatta) vista dell’isola di Kalokairi, che poi si rivela essere una foto di copertina di una rivista di viaggi, tale cura per l’immagine permane per tutta la durata del lungometraggio.

Si tratta, però, di una cura eccessiva, quasi ossessiva, che, di fianco a una patinatissima fotografia e a una regia tanto ricercata quanto manierista (appropriata, però, alle coreografie messe in scena) finisce per rendere poco credibile quel mondo in cui lo spettatore viene trasportato, nel quale tutti – nessuno escluso – sono belli fino all’inverosimile e dove una serie di forzate coincidenze convergono in un telefonato finale, dove non poteva mancare anche una comparsata della stessa Meryl Streep, con immancabile comparsata della defunta Donna Sheridan.

Al termine della visione, dunque, viene da chiedersi esclusivamente una cosa: quale è l’esigenza di produrre un musical come Mamma mia! Ci risiamo? Quasi certamente, come già abbiamo detto, sono soltanto finalità economiche. Se è vero, però, che Hollywood si è dimostrata, fin dalle origini del cinema, una vera e propria industria in grado di trarre non pochi vantaggi economici dalla Settima arte, è anche vero che ha saputo produrre, nel corso dei decenni, pellicole che hanno fatto scuola in tutto il mondo, se non addirittura capolavori. E se pensiamo, ad esempio, a un genere come quello del musical – uno dei generi in cui gli Stati Uniti, fatta eccezione per qualche punta di diamante proveniente dalla Francia, si sono rivelati ottimi maestri – non ci resta che notare tristemente che un prodotto come quello qui preso in analisi ha finito inevitabilmente per rivelarsi una sorta di “incidente di percorso” all’interno di un curriculum di tutto rispetto. Un involucro senza contenuti dove nessuno ha realmente voglia di fare, né voglia di dire.

 

 

Marina Pavido