Mank: il cinema nel cinema di David Fincher

Deciso ad agguantare finalmente l’agognato premio Oscar, sfuggitogli con Il curioso caso di Benjamin Button e The social newtork, David Fincher scandaglia in cabina di regìa l’appeal del cinema nel cinema.

La sua ultima fatica, Mank, disponibile su Netflix e incentrata sulla controversa e affascinante figura dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz, offre diversi motivi d’interesse. Sia per gli scaltriti appassionati che conoscono a menadito la genesi dell’inobliabile capolavoro Quarto potere, al centro della vicenda contraddistinta dall’aria retrò e dagli evocativi esercizi stilistici, sia per chi ignora l’aneddotica congiunta ai dietro le quinte delle storie hollywoodiane.

L’inchino nei confronti della fabbrica dei sogni, intesa anche, se non soprattutto, come strumento di conoscenza, ed ergo di scoperta, passa, sin dall’incipit, attraverso una tecnica di ripresa ammiccante ed epigrammatica. L’immancabile gioco di luce e ombra, garantito dalla scelta del formato in bianco e nero, il colpo di gomito congiunto al ticchettio della macchina da scrivere nelle didascalie riguardanti i vari flashback, le compiaciute correzioni di fuoco, al servizio del profondo senso d’attesa in merito al dipanarsi chiarificatore degli eventi, i compositi raccordi di montaggio, l’intrinseco andirivieni dall’astratto al particolare e gli intermezzi offerti dai piani-sequenza contribuiscono a eludere la piattezza dei meri biopic. Il punto interrogativo sulla co-autorialità del plot di Quarto potere crea l’atmosfera giusta per unire all’insistita ricercatezza formale la forza significante del contenuto umano. L’ampio margine d’enigma, svelato step by step sulla base del copione redatto negli anni Novanta dal giornalista Jack Fincher, padre del devoto David, convinto che l’intreccio narrativo in questione fosse frutto solo ed esclusivamente dell’estro di Herman J. Mankiewicz, detto Mank, assunto dal venerato e allora giovanissimo Orson Welles nelle vesti di ghost-writer, evita alla trama di cadere nell’enfasi di maniera.

Ovviamente, ben inteso, si tratta di un’ipotesi. Dispiegata però senza ricorrere al pluralismo dei punti di vista. Il grande Orson, impegnato in teatro, si limita a dare un severo aut aut sulla tempistica per la consegna al malridotto Mankiewicz. Costretto a letto in seguito a un incidente automobilistico. L’innesto dell’analessi e della prolessi conferisce alla tessitura del racconto una chiave esistenziale che rende omaggio a un nome coperto di polvere. Al pari dei selciati del proemio. La capacità di risolvere nei ciclici viaggi nel passato i tratti distintivi dell’aura straniante in elementi sarcastici, in grado di strappare sorrisi beffardi sui deliri d’onnipotenza dei padroni del vapore, combattuti a ogni piè sospinto da Mankiewicz, persuaso che i film fossero sostanzialmente dei romanzi per analfabeti e nulla di più, assicura una cornice spiritosa ed elegante. Tuttavia, mentre la cura dei particolari del presente coglie nel segno, con l’intellettuale, dedito all’alcool, bravo, comunque, a servirsi del carattere d’autenticità delle diatribe feroci per dare l’acqua della vita all’opera di pensiero, le reazioni emotive all’epoca della Grande Depressione, e dell’incedere delle pellicole sonore, sono limitate dall’inutile filigrana dell’apologo ornamentale. Raramente infatti i valori plastici delle inquadrature, spesso oblique, riescono ad assumere una valida funzione simbolica. Riconducibile all’altalena degli stati d’animo. Al crescendo della suspense tragicomica congiunta alle turbe maniacali e al balenio dell’estro, che lascia di stucco pure l’algida dattilografa reclutata per soffiare sul collo del riottoso studioso, non corrisponde dall’altra parte l’idonea evoluzione graffiante.

I siparietti inseriti nell’interazione tra interni ed esterni, sui set, nei teatri di posa, lungo i corridoi, attigui alle emblematiche stanze dei bottoni, restano così in superficie. L’attendibilità sul versante descrittivo di Arliss Howard, che interpretò il soldato Cowboy in Full metal jacket di Stanley Kubrick, nei panni adesso del pionieristico produttore Louis B. Mayer, stenta ad aggiungere una variante degna di nota ai sapidi ma frammentari bozzetti di costume. Amanda Seyfried, invece, nel ruolo dell’affascinante e talentuosa attrice Marion Davies, riesce ad abbinare dei toccanti echi crepuscolari al giro di boa delle emozioni. L’amarezza del rimpianto, la predilezione per le citazioni letterarie, con Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes Saavedra sugli scudi, l’inane periplo delle diverse personalità a confronto, subordinate sovente alla schematica egemonia delle geometrie fredde sul calore umano, risentono, in ogni caso, dell’assenza delle debite soluzioni tecniche. Aliene alle strizzatine d’occhio rivolte agli amanti dei richiami postmoderni. Nonostante l’aderenza del mostro sacro Gary Oldman ai farfuglii, all’eloquenza, alla caducità e agli slanci di Mankiewicz, che nel 1941 costringe Welles a riconoscerne i meriti, lo spettacolo di sicuro effetto della recitazione non basta ad accrescere l’eterno diritto alla fantasia. Mank chiude dunque i battenti inseguendo invano il divertimento sopraffino, l’indispensabile sospensione dell’incredulità e l’empatica identificazione con l’ennesimo mistero buffo.

 

 

Massimiliano Serriello