Con “L’era nucleare”, Marcello costruisce un ponte tra scienza e coscienza. Questa conversazione entra nei motivi profondi che lo hanno spinto a scrivere, tra etica, paura e responsabilità individuale, mostrando un autore che riflette prima di tutto come cittadino.

Nel libro dici chiaramente che “la pace non è una conquista che si ottiene una sola volta”. Questa frase sembra quasi un manifesto etico più che una riflessione scientifica. Quanto la scrittura è diventata per te uno strumento di responsabilità civile?

In primis ringrazio la redazione per l’invito. Posso rispondere alla prima domanda dicendo che… la pace a volte è imposta. Una pace imposta non è vera pace, non è vera collaborazione ed empatia tra i popoli. È solamente un momento in cui i più forti, non significa sempre i più giusti, soffocano chi non la pensa come loro. Prima o poi, il coperchio della pentola a vapore salta. L’unica vera pace è quella che si ottiene con la sinergia tra i popoli e con il benessere reciproco, etico e green. La scrittura è diventata da subito per me, responsabilità civile. Mi sono affacciato a questo hobby con la voglia e la speranza di avvicinare alla scienza non solo i ragazzi, ma anche tutti quelli che di scienza dicono di non capire, e vorrebbero saperne di più. Dall’età di 17 anni e fino alla mia prima assunzione ho sempre preparato i ragazzi delle superiori e per qualche anno ho tenuto corsi presso un IPSIA in qualità di docente esperto di informatica. La passione per l’insegnamento è sempre stata molto presente in me. Scrivere è come insegnare.

La descrizione della bomba Zar, con il fungo che raggiunge “64 km di altezza”, è impressionante ma anche molto tecnica. Ti confesso che in alcuni passaggi avrei voluto un po’ più di racconto umano. È stata una scelta deliberata mantenere una distanza emotiva?

Lo scopo del mio titolo “L’Era Nucleare” è quello di informare. La formula che ho scelto è quella che ho ritenuto più opportuna per imprimere meglio nelle menti dei lettori le informazioni, i dati, i fatti e gli avvenimenti. Un racconto più umano penso, avrebbe addolcito la pillola. Ma questa pillola non mai stata dolce. È amarissima, e le conseguenze di un gesto avventato e di una gestione troppo free possono essere terribili. Esistono nel mondo 500mila tonnellate di scorie esauste altamente inquinanti con emivita di almeno 24000 anni, che nessuno sa come gestire. Non è una pillola amarissima? E se verranno gestite in maniera free o illegalmente, le conseguenze non sarebbero terribili?

Sei un autore che nasce nel mondo dell’informatica. Pensi che oggi chi lavora nella tecnologia abbia una responsabilità particolare nel raccontare i rischi del progresso?

Chi lavora nella tecnologia, o la crea o la usa. Spesso chi la crea la usa anche. Sicuramente il progresso non può essere fermato perché crea nuovo business e mercato. Spesso aiuta le persone nel quotidiano. Sicuramente il progresso va valutato, reso etico e green. Non sempre l’utilizzatore ha la sensibilità per l’uso etico. Chi lavora in ricerca e sviluppo dovrebbe assumersi come policy, quella di rendere noto i pericoli per un certo tipo di utilizzo o mettere delle limitazioni di fabbrica alla propria invenzione. Non in ultimo, licenziare il prodotto e vietarlo per l’utilizzo non etico del prodotto stesso. La legislazione delle varie nazioni deve preoccuparsi di definire i range di possibile utilizzo della nuova tecnologia e scoraggiare il suo utilizzo non etico con pesanti multe e pesanti pene da scontare interamente e senza sconti. Immaginate quale possa essere la vergogna, la rabbia e la frustrazione di una inconsapevole donna ripresa a sua insaputa sotto la doccia e poi messa su internet? O peggio. Quanti suicidi per queto motivo o per bullismo ci sono stati? I fautori spesso se la ridono e si vantano. Vi sembra giusto? La tecnologia non deve trasformare un paese in un far west, ma deve renderlo più civile e progredito.

Ciao Marcello, domanda più personale: quando hai finito il libro, hai provato sollievo o inquietudine?

Durante la scrittura del libro ho provato un continuo senso di inquietudine e preoccupazione, a tratti di terrore e disgusto. Queste sensazioni sono sempre presenti in me quando penso al nucleare e a quello che può fare. Quando ho terminato la stesura ho provato un senso di sollievo perché un lavoro era stato completato. Scrivere un libro non è un lavoro facile. Bisogna fare ricerche e valutare cosa inserire e cosa non inserire. Se avessi voluto, avrei potuto scrivere altre 2000 pagine sull’argomento ma, il messaggio sarebbe arrivato intatto o diluito dalle tante pagine? Spero che con la scelta che ho portato avanti, il messaggio sia arrivato nella sua interezza e che il lettore trovi spunti per analizzare e meditare in modo tale da farsi una propria idea sul problema che ho scelto di portare all’attenzione.  

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