Un fotografo con trentacinque anni di esperienza e una ragazza di diciannove anni che voleva mollare tutto. Da questo incontro nasce “L’uomo che vide la modella”, scritto a quattro mani da Marco Guidi e Asia Baldini. Un libro che racconta la fatica vera dietro una corona, senza filtri.

Marco, nel libro scrivi che quando hai visto Asia sfilare per la prima volta il tuo istinto è stato “folgorato”. Trentacinque anni di lavoro con le modelle: quanto spesso ti era capitata una reazione del genere, e quanto ci hai messo a fidarti davvero di quellistinto?

In trentacinque anni di lavoro una sensazione così mi è capitata pochissime volte. In questo ambiente si finisce per sviluppare uno sguardo molto selettivo. Vedi passare centinaia di ragazze belle, preparate, perfette secondo tutti i canoni richiesti. Ma la bellezza, da sola, non basta. Quando ho visto Asia sfilare per la prima volta non ho visto soltanto una ragazza bellissima. Ho visto qualcosa che andava oltre l’aspetto estetico: presenza, carattere, una naturale capacità di farsi notare senza doverla cercare. È stata una di quelle impressioni che arrivano immediate e che difficilmente sbagliano. Fidarmi di quell’impressione è stato quasi automatico. La vera domanda era capire fin dove avrebbe potuto arrivare. Perché riconoscere un potenziale è una cosa; trasformarlo in un risultato concreto è tutta un’altra storia. Sapevo che le qualità c’erano, ma sapevo anche che nessun traguardo arriva per caso. Servivano lavoro, disciplina, sacrificio e la volontà di non mollare nei momenti difficili. Da quel primo incontro alla corona di Miss Blumare 2025 il percorso è stato lungo e impegnativo. Ma fin dall’inizio avevo la sensazione che quella strada valesse la pena di essere percorsa.»

Leggendo il libro si capisce che tra voi due è nato qualcosa che va molto oltre il rapporto tra fotografo e modella. C’è un capitolo in cui Marco parla esplicitamente di “regola del buon padre di famiglia”. Come avete vissuto il peso di un legame del genere mentre eravate ancora nel bel mezzo di una competizione?

Asia

All’inizio il nostro era un classico rapporto professionale tra fotografo e modella. Mai avrei immaginato che si sarebbe trasformato in quello che è oggi: un legame profondo, del tutto simile a quello tra padre e figlia. Marco non è il mio padre biologico, ma la sua presenza è andata ben oltre il ruolo di mentore che mi insegnava a sfilare o a stare davanti all’obiettivo. Nei momenti più duri della competizione, quando l’ansia e i problemi personali rischiavano di schiacciarmi, lui c’era sempre. Mi ha ascoltata, protetta e sostenuta. È così che, un cappuccino alla volta e una confidenza dopo l’altra, abbiamo costruito questo rapporto speciale che mi ha dato la forza di arrivare fino in fondo.

Marco

Quando parlo della “regola del buon padre di famiglia”, mi riferisco a un senso di responsabilità che va oltre il semplice ruolo professionale. A un certo punto capisci che non stai accompagnando soltanto una ragazza in un concorso, ma una persona che ha affidato a te una parte dei suoi sogni, delle sue paure e delle sue aspettative. Tra me e Asia si è creato fin da subito un rapporto che andava oltre quello tra fotografo e modella. Abbiamo subito capito e condiviso un percorso intenso, fatto di fiducia, sacrifici e obiettivi comuni. È diventato un rapporto basato sul rispetto reciproco e sulla volontà di crescere insieme. Vivere tutto questo durante una competizione non è stato sempre semplice. Da una parte c’era il professionista, che doveva essere lucido, esigente e capace di correggere ogni errore. Dall’altra c’era la persona che vedeva le difficoltà, le insicurezze e la pressione che una ragazza così giovane si trovava ad affrontare. La sfida più grande è stata proprio trovare l’equilibrio tra questi due aspetti. Aiutarla a diventare più forte senza sostituirmi a lei. Sostenerla senza proteggerla troppo. Essere un punto di riferimento senza impedirle di costruire la propria autonomia. Credo che il valore del nostro legame stia proprio qui: non nell’aver condiviso una vittoria, ma nell’aver affrontato insieme il percorso che ci ha portati fin lì. La corona è stata il risultato finale. La vera conquista è stata la crescita umana che entrambi abbiamo vissuto lungo la strada.»

Una cosa che nel libro colpisce, Marco, è la scelta di mantenere il segreto del percorso per un anno intero, tenendo all’oscuro anche il responsabile dell’agenzia. È una strategia che funziona, ma ha anche qualcosa di rischioso. In retrospettiva, credi che si potesse gestire diversamente, o quel silenzio era davvero l’unica strada?

Rifarei esattamente la stessa scelta. Quella riservatezza non nasceva dal desiderio di nascondere qualcosa, ma dalla necessità di proteggere un percorso molto delicato. Quando incontri una ragazza che arriva da una delusione importante e decide di rimettersi in gioco, la prima cosa da ricostruire non è l’immagine, ma la fiducia in se stessa. Nei concorsi e nel mondo della moda tutti hanno un’opinione, un consiglio, un giudizio. A volte sono utili, altre volte rischiano di creare soltanto pressione. Io avevo bisogno che Asia lavorasse lontano dal rumore, senza dover dimostrare ogni settimana a qualcuno quanto stesse migliorando o dove sarebbe potuta arrivare. Per questo abbiamo scelto di concentrarci esclusivamente sul lavoro. Nessun annuncio, nessuna aspettativa da alimentare, nessuna corsa ai risultati. Solo preparazione, costanza e crescita. È stata una scelta rischiosa? Sì, senza dubbio. In alcuni momenti ho messo a rischio anche equilibri professionali consolidati. Ma ero convinto che il risultato finale valesse quel rischio. Quando lavori su un progetto importante, devi avere il coraggio di proteggerlo fino a quando non è pronto. Se avessimo aperto quel percorso troppo presto alle aspettative e alle dinamiche esterne, probabilmente avremmo perso la sua forza. Alla fine anche il segreto ha fatto la differenza rendendo il lavoro protetto da interferenze esterne. È stato il lavoro svolto durante quel periodo di silenzio. Il segreto è servito a permetterci di lavorare con serenità. Il resto lo hanno fatto l’impegno, la determinazione e la crescita che Asia ha dimostrato giorno dopo giorno.

Asia, nel libro racconti di quando Marco ti ha bendata e ti ha fatto sfilare al buio. Quella prova, all’inizio, come ti sembrava? E quando hai capito cosa stava davvero costruendo con quellesercizio?

All’inizio quella prova mi è sembrata una vera e propria sfida al limite. Come ne parlo nel libro, l’obiettivo era arrivare alla finale nazionale sulla nave senza lasciare niente al caso, così con Marco abbiamo sperimentato di tutto: mi ha fatta sfilare scalza e, a un certo punto, mi ha persino bendata per farmi sfilare e posare nel buio totale. L’impatto iniziale è stato destabilizzante; senza la vista perdi i punti di riferimento e persino l’equilibrio, che è la cosa più naturale del mondo, diventa un traguardo difficile da raggiungere. Solo dopo aver preso confidenza con quel vuoto ho capito cosa stesse costruendo: mi stava insegnando a “sentire” lo spazio. Infatti, una volta tolta la benda, la percezione del mio corpo era cambiata: mi riscoprivo molto più sicura, centrata e con una presenza scenica decisamente superiore.

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