Martin Luther King vs FBI: incontri e scontri storici

Girare un documentario su un argomento potenzialmente avvincente, come la contrapposizione tra un leader dei diritti civili e il rappresentante del diritto all’autorità e al comando ed ergo al controllo esercitato ai danni di chi per un motivo o per l’altro quel tipo d’autorità e il bastone del comando non li rispetta né li teme in alcun modo, costituisce un azzardo.

Perché rinuncia giocoforza alla psicotecnica della recitazione. Affidando ai filmati d’epoca, ai raccordi di montaggio, ad altre soluzioni espressive ed evocative connesse alla regìa, col mix di crudezza oggettiva ed elaborazione culturale sugli scudi, il compito d’informare ed emozionare. Di aprire magari le porte chiuse della Storia. Le stanze buie. D’illuminare gli angoli oscuri. Negletti. È il caso di Martin Luther King vs FBI in uscita nei cinema italiani il 14, 15 e 16 Febbraio 2022?

Il regista Sam Pollard non si limita a illustrare il fatto culminante, ovvero la morte violenta del leader di colore inviso ai bianchi di origine wasp, identificati come i conservatori, non cerca di convertire ritoccando i filmati d’epoca i motivi figurativi in ragguagli introspettivi in grado di chiarire controcampi inediti in merito alle rivendicazioni sociali, al conservatorismo, al contrattualismo, al cosmopolitismo, all’egemonia dello spirito sulla materia, agli slanci dell’anima d’ambo le parti. Ammesso che ci siano da entrambe le parti in ballo. Pollard mette a confronto Martin Luther King e John Edgar Hoover. Non si tratta, ovviamente, solo di un attivista, il primo, e di un funzionario politico, il secondo; occorre capire cosa c’è, se c’è, di più oltre all’effigie simbolica del personaggio pubblico di presa immediata connessa alla Federal Bureau of Investigation, meglio conosciuta con l’acronimo di FBI, come istituzione, che tutela il suolo patrio dalla desacralizzazione operata dal presunto progresso, e al martire dell’idea rinvenibile nel bisogno di acculturare e informare le masse promuovendo quella che il personaggio nel libro L’amica geniale di Elena Ferrante e nella trasposizione autoctona sul piccolo schermo chiama la brigata mondiale della pace. Il punto è capire come Pollard se la sia cavata in ambito documentaristico rispetto alla fatica precedente, Sammy Davis, Jr.: I’ve gotta be me, con la tenuta stilistica volta ad approfondire la faccenda (Hoover era il cattivo di turno o aveva le sue ragioni; Luther King combatteva una battaglia sacrosanta o era invasato) lungi da qualsiasi forma di negazionismo. Il revisionismo, supportato sia dalla ricerca conforme all’aletheia, la verità sostanziale dei fatti secondo i greci al di là delle mobilitazioni ideologiche, sia dalla conoscenza intima della materia trattata (la caccia al ribelle da parte di chi rappresenta le istituzioni è stata mostrata in parecchie opere di finzione ma molti l’hanno esibita fermandosi alla superficie dei segni d’ammicco, della connotazione dicotomica – l’inseguitore cattivo, il ribelle buono – e dei confronti assai risaputi tra poveri e ricchi, potenti e deboli, sfruttatori e sfruttati). Pollard, in buona sostanza, percorre strade già ampiamente battute, rischiando di pagare dazio al carattere sommario dei luoghi comuni, oppure sceglie un itinerario narrativo diverso dallo standard?

Gli stilemi dei documentari, nell’escludere dalle frecce al proprio arco l’immaginazione della recitazione, che dà l’acqua della vita agli sprazzi di talento ed estro attoriale dell’interpretazione, lascia a una scrittura per immagini con poche varianti a disposizione l’onere di evitare come la peste il vizio di battere sempre sullo stesso tasto. I registi dei documentari sono legittimante eleggibili ad autori quando senza l’ausilio del gioco fisionomico degli interpreti, nei panni nel caso preso in esame di Martin Luther King e della guida storica per così dire dell’FBI, catturano l’attenzione pure degli spettatori allergici ai dispendi di fosforo per mezzo dell’opportuna suspense frammista all’aura contemplativa. Il carattere misterioso della poesia trova infatti la sua collocazione ideale nelle soluzioni impreviste dell’intreccio e nella capacità di razionalizzare l’assurdo. Di non far tornare i conti. Di preferire, dunque, ai coefficienti spettacolari stringi stringi vuoti la densità significante cara ai poeti. La campagna contro Martin Luther King, la cura dei particolari, la messa in scena dei fascicoli sulla vita privata del personaggio pubblico passano attraverso i timbri programmatici delle modalità esplicative. Che hanno poco a che vedere con la verità d’invenzione e il carattere d’ingegno creativo. Ma costeggiano in modo abbastanza incisivo il carattere d’autenticità richiesto dai fautori della testimonianza audiovisiva. Pollard conosce bene quegli anni. Li sente sulla sua pelle. Ad animarne il fermo proposito di dare un colpo al cerchio dell’immediatezza espressiva e l’altro alla botte dei versanti in ombra, tutti da scoprire per la gioia delle platee più propense alla curiosità che alla profondità dell’analisi, è certamente il senso d’appartenenza alla comunità nera. Con Sammy Davis, Jr.: I’ve gotta be me l’operazione poteva considerarsi abbastanza riuscita. In virtù della schiettezza dell’operazione accompagnata dalla linearità dell’intento. Estraneo alle letture faticose dei film d’arte o presunti tali. Anche se il puzzle del genere giallo non toccava la vette dell’iperbole, non sciorinava una tensione formale degna di nota, non consentiva allo svelamento dell’enigma di raccontare alla prova del nove cose diverse rispetto a quelle conosciute sul simpatico ed eclettico cantante e ballerino statunitense legatissimo alla lotta per i diritti civili dei fratelli neri di Martin Luther King. La creazione e l’animazione delle circostanze in Martin Luther King vs FBI mostra la corda nel momento in cui taglia con l’accetta la meccanica del thriller.

Mentre l’immagine del futuro presidente Reagan, ai tempi attore, inserita nel tubo catodico di un visionario apparecchio televisivo parte dalla forma per approfondire i contenuti, sui cattivi sconfitti dai buoni nei film ma non nella vita reale, i riferimenti alla sentenza della Corte Suprema che dichiarava incostituzionale la segregazione razziale sui mezzi di trasporto pubblici, ai confronti e gli scontri tra cittadini considerati di serie A e di serie B sono decisamente frettolosi. L’animazione è bandita altresì dalla voce fuori campo del narratore che sostiene come gli organi governativi ritenessero la gente di colore più predisposta all’atomismo sociale. Ma non spiega perché. Non abbina l’animazione alla creazione delle proficue varianti sulla guerra alla guerra. Che corrisponde alla pace. O, per meglio dire, alla brigata della pace. La penuria del carattere d’ingegno creativo costringe pertanto il carattere d’autenticità a tirare fuori conigli dal cilindro. Tuttavia questa volta il senso d’appartenenza di Pollard ha le polvere bagnati: impone una lettura faticosa, in passato risparmiata ai critici assuefasi dai vani colpi di gomito in nome della democrazia, passando dal bianco e nero alle immagini a colori per rimarcare, anche se non ce n’era bisogno, il materiale usato per le intercettazioni telefoniche. Lo scopo di raccogliere materiale compromettente su Martin Luther King attraverso cimici e microfoni, l’ossessione di sporcare un uomo pulito, la panzana della sessualità nera presente nel film pionieristico Nascita di una Nazione realizzato dal padre del cinema americano David Wark Griffith fanno parte dell’ordinaria amministrazione di opere lontane dalla verità sconcertante rinvenibile nell’analisi dell’altalena degli stati d’animo. I protagonisti del documentario in questione sono il sistema di controllo e la campagna di diffamazione imperante negli Stati Uniti. Gli stati d’animo, assai più pertinenti, vengono dati per scontati. Al pari del lato luminoso della virtù che secondo gli autori più riveriti della storia del cinema costituiva l’antidoto contro il lato oscuro del male. Le zone di luce e di ombra di Martin Luther King vs FBI aggiungono poco e niente all’atmosfera d’inquietudine di quegli anni pieni di fermenti sociali punteggiati dal compiacimento di svelare i trucchi escogitati dal governo. Che non va confusa con la maestria di svelare l’arcano esibendo il sentimento di terrore-attrazione per il buio. A furia di ribadire la malafede di chi lo attacca, Pollard dimentica di mettere in luce le doti carismatiche di Martin Luther King. Tralignando il senso d’appartenenza nell’impasse della presa di posizione pro e contro.

 

 

Massimiliano Serriello