Martina Fontanarosa ha impiegato sei anni per trasformare un anno vissuto nel Montana in un romanzo. “Una storia Montana” è un libro che parte dall’autobiografia e la supera, costruendo personaggi e dinamiche che appartengono alla letteratura. Abbiamo parlato con lei di scrittura, scelte narrative e di quanto ci voglia a lasciare andare la propria storia.

Martina, il romanzo nasce da un’esperienza vera, ma nella nota finale scrivi che la storia si allontana presto dal vissuto per confondersi con l’immaginazione. Come si è sentita nel momento in cui ha capito che la sua vita personale stava diventando qualcos’altro, qualcosa di autonomo?

Era maggio, mi trovavo in macchina di ritorno da un viaggio a Yellowstone che avevo deciso di fare insieme ad un ragazzo dell’università con il quale mi ero ritrovata a parlare in diverse occasioni per casualità. Parlando del più e del meno, mi aveva anche raccontato della sua famiglia: la mamma lontana che aveva cambiato vita e non era più con loro, il padre sempre presente nonostante la difficoltà di aver vissuto questo abbandono, i suoi quattro fratelli e tutte le scorribande che avevano fatto insieme fino a quando non si erano trasferiti ognuno in città diverse. Non era sceso nei particolari ma mi aveva dato quanto bastava per stuzzicare la mia curiosità tanto che, poco prima di salutarci rientrati a Missoula, ricordo di avergli detto: “prima o poi, scriverò di te”. E così è stato, prima con un racconto che, ripercorrendo un episodio davvero avvenuto, mi era servito per mantenere vivo il ricordo personale a qualche mese dal mio rientro in Italia. Poi con lo sviluppo in un romanzo che potesse invece allontanarsi dalla mia vicenda personale e rispondere all’esigenza di raccontare una storia più universale che mi permettesse di toccare temi a me cari da sempre: il viaggio, la solitudine, l’autodeterminazione e la libertà. Non ho mai voluto che fosse un’autobiografia ma non posso negare che le prime stesure ci si avvicinassero molto. Avevo bisogno di allontanarmi io per prima dal ricordo per poter lasciare che i diversi personaggi si esprimessero a modo loro, senza la mia influenza. Per questi il romanzo ha visto la luce definitiva solo dopo sei anni, un periodo fatto di molte riletture e riscritture che mi hanno permesso di far uscire completamente martina dal racconto e lasciare solo Lucia, Aaron, Webster e ogni altro personaggio. Il momento in cui mi sono resa conto che ormai il romanzo raccontava di una storia Montana e non più della mia storia in Montana, è stato quando ho deciso che il libro era finalmente pronto per essere letto da altri, senza imbarazzi per me e con la possibilità che anche loro si potessero ritrovare tra le pagine.

Nel libro c’è una scena in cui Lucia, sul pullman verso Bozeman, incontra Paul, il venditore di bagni chimici. È un personaggio minore ma ritratto con grande precisione: la cantilena apatica, il chewing-gum, la gentilezza finale che la fa sentire in colpa. Da dove arriva questa attenzione verso le persone di passaggio, quelle che un romanzo di solito lascerebbe fuori?

Una storia Montana è il mio primo romanzo edito, sebbene io scriva da sempre, perlopiù nella forma del racconto breve. Di solito, mi lascio trasportare dall’osservazione delle persone, anche sconosciute, e ci costruisco intorno scenari possibili. Non cerco, almeno in questa fase della mia scrittura, la rappresentazione fedele della realtà ma mi piace nutrire la mia immaginazione con dettagli che osservo in loro e provo a ricostruirne la vita a partire proprio da quelli. Credo che il bello della lettura sia poter scoprire diversi mondi e modi di vivere l’esistenza, nonché poter allenare se stessi all’empatia, alla consapevolezza che gli altri esistano e coesistano, nonostante te. Chi si esprime attraverso la scrittura, invece, ha anche il privilegio di poter esplorare in prima persona personaggi lontani, unici, singolari, che, per la loro peculiarità, rappresentano l’incredibile varietà dell’essere umano e, il loro incontro, può essere un punto di svolta importante per i protagonisti. Paul è un personaggio secondario, come apparentemente lo è il breve incontro con lui nella vita di Lucia, eppure finisce per essere estremamente importante perché rappresenta una faccia degli Stati Uniti che la protagonista sta ancora imparando a conoscere e a gestire: l’estrema cortesia, la propensione a conversare e condividere tratti, anche brevi, della propria vita; la genuinità dello stare insieme, anche da sconosciuti. Non sono le dure ore che passano insieme ad insegnarle qualcosa ma il momento in cui lui la saluta, sorridente, aperto nei suoi confronti nonostante l’evidente chiusura di Lucia a partecipare a quella conversazione durante il tratto di viaggio insieme in pullman: i numerosi esempi di ospitalità e apertura che anche in altre occasioni gli americani hanno mostrato nei suoi confronti non possono più giustificare la diffidenza che lei continua ad usare come primo approccio nei loro confronti. Il loro breve incontro le fa capire proprio questo, cambiando anche il modo di instaurare i rapporti che da quel viaggio a Bozeman in poi si troverà a costruire. Senza personaggi come Paul, nel romanzo come nella vita, rimarremmo sempre troppo fedeli a noi stessi, non senza metterci in discussione. Sono incontri fugaci che, proprio perché non portano con sé le complessità delle relazioni, ci fanno riflettere con leggerezza su noi stessi e, spesso, in modo più efficace. In conclusione, Paul è di passaggio ma il suo incontro è necessario per far crescere Lucia e per dare voce ad un tratto fondamentale dell’essere americano.

Aaron e Webster rappresentano due modi radicalmente diversi di stare nel mondo, eppure Lucia li ama entrambi, in modo diverso. Era chiaro fin dall’inizio come sarebbe andata, o la storia ha preso strade che non aveva previsto?

Fino alla fine della prima stesura, il destino di Lucia, Aaron e Webster non era ancora così evidente. L’unica cosa certa era che Lucia sarebbe rimasta in Montana per un anno, cioè per il tempo del suo contratto all’Università. Il resto è arrivato man mano e non è stato dettato solo dalle dinamiche del rapporto tra loro tre ma anche influenzato significativamente dagli altri personaggi e dalle conseguenze delle azioni dell’uno o dell’altro su di loro. Ho più volte ragionato sulle implicazioni di una conclusione diversa: Lucia parte, Lucia resta? Webster o Aaron decidono di seguirla o riescono a convincerla a cambiare la propria vita? In realtà, solo la conclusione che ho scritto ritengo sia coerente con quello che i tre personaggi possono davvero decidere per loro stessi, rimanendo fedeli alle proprie aspirazioni, alla propria personalità e ai propri progetti. Sapevo di non volere un lieto fine a tutti i costi perché volevo che i personaggi prima e i lettori poi riuscissero a cogliere la bellezza di un’esperienza che ti cambia ma non ti stravolge, che ti accompagna nella tua crescita ma non la monopolizza tanto da farti scegliere una strada che, in fondo, non ti appartiene.

Sei anni di stesura. Cosa cambia in un romanzo quando lo porti avanti così a lungo? C’è qualcosa che hai scritto all’inizio che oggi non riconosceresti come tuo?

Sei anni di stesura sono stati necessari per riconoscere tra le pagine quello che aderiva esclusivamente alla sfera dei miei ricordi personali e quello che invece poteva appartenere anche al lettore perché rilevante per chiunque altro. Le prime riletture sono state importanti perché mi hanno permesso di trovare un ritmo comune in tutto il romanzo. Ma sono state le ultime, quelle portate a termine a distanza di mesi, che hanno davvero fatto la differenza. Passato il tempo giusto, sono riuscita a lasciare andare l’idea di dover includere tutto quello che ho visto e vissuto, e dare spazio solo a ciò che una lettura più oggettiva e distaccata mi confermava essere davvero funzionale alla storia e alla crescita dei personaggi. Il tempo mi ha permesso di creare quel giusto distacco tra la mia storia personale e Una storia Montana poiché il mio obiettivo non è mai stato quello di scrivere un diario di viaggio ma, piuttosto, quello di dare la giusta centralità ad un luogo che meritava di essere raccontato. Il tempo, dunque, lo considero un mio alleato in questo romanzo e credo che mi abbia aiutato a narrare una storia nella quale molti lettori si possono riconoscere.

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