Mentre Benny Safdie gira in piena autonomia The smashing machine, dopo essere riuscito ad appaiare lo stile carico di tensione adrenalinica all’attitudine a far sentire gli spettatori presenti nella scena dirigendo in tandem con l’ambizioso fratello Josh dei neo-noir dall’atmosfera inquietante ma – stringi stringi – piuttosto risaputa, e antepone nell’insolito biopic sul lottatore di arti marziali miste Mark Kerr la forza significante della contemplazione alla minestra riscaldata dell’azione, incapace alla prova del nove di ricavare davvero linfa dall’attitudine ad accrescere l’impatto di presa immediata della scossa visiva mediante la grezza efficacia dell’estetica “gritty”, ovvero sporca ed ergo realistica, Marty Supreme evidenzia l’intenzione del regista libero dai vincoli di sangue di battere pure motu proprio sullo stesso chiodo per sancire l’egemonia del successo commerciale sull’elezione autoriale.
Ed è lampante sin dalle primissime battute del film che la penuria del carattere d’ingegno creativo, ad appannaggio delle lodevoli intenzioni d’autori in erba decisi comunque a frugare sotto la pelle dei combattenti nerboruti che parlano con gli occhi anziché suggestionare il pubblico senza licenza media immergendolo nella gelatina d’un caos dispotico, spinge, al contrario, Josh Safdie a cadere nella pigrizia dei nani sulle spalle dei giganti. Sprovvisti della farina del loro sacco, sul versante dei guizzi colmi d’estro, a testimonianza della scarsa conoscenza del tema trattato.

La voglia di buttare il cuore oltre l’ostacolo, costi quel che costi, abiurando alle mansioni modeste del commesso di scarpe per coronare il sogno di divenire un osannato campione di ping-pong all’indomani della sospirata conclusione dell’atroce guerra mondiale, ricava linfa, agli occhi delle platee di poche pretese, tanto dai momenti d’umorismo, per l’accoppiamento dello scalpitante protagonista con la ninfetta plebea Rachel Mizler nel retrobottega del negozio di proprietà dello zio manipolatore, quanto dal perenne senso di frenesia. Connesso all’uso speculare di apprensione e derisione, di luci e ombre, d’interni oppressivi ed esterni tutti da scoprire. In conformità coi tratti peculiari degli ordinari urban thriller incentrati sulla geografia emozionale di grana grossa. Priva dell’indispensabile polpa dell’aura ascetica che distingue lo slancio poetico dal trito coefficiente spettacolare. Ritenuto roba da chiodi dai cinefili scaltriti di provata fede. Assai scettici altresì nei confronti dei subdoli plagi camuffati da sentiti omaggi. Dagli spermatozoi alla caccia dell’ovulo di Rachel sulla falsariga dell’iconica sequenza d’apertura della comedy cult Senti chi parla al teatro a cielo aperto della Grande Mela con le vie degli anni Cinquanta assurte ad avvolgenti ed enigmatici labirinti sull’esempio di Martin Scorsese in Fuori orario. Dagli ammiccanti rimandi a Viale del tramonto, con l’attempata signora impersonata da Gwyneth Paltrow che conquista Marty richiamando deliberatamente alla mente la Gloria Swanson del capolavoro di Billy Wilder all’attinenza, dispiegata alla carlona, con Lo spaccone e Il colore dei soldi. Sino ad arrivare all’epilogo di Rocky IV. Scimmiottato palesemente. L’interazione tra musica diegetica ed extradiegetica – con la celeberrima canzone Forever young della band synth-pop tedesca Alphaville, pubblicata nel 1984, che oggi imperversa sui social, chiamata ad adattare ai giorni nostri l’inno all’età verde animata circa settanta primavere or sono dall’ossessivo desiderio di riscatto e affermazione – risulta poco convincente. In virtù dell’ago della bilancia che pende nettamente dalla parte delle scontate modalità esplicative.

Ai danni delle corde sottese dell’apologo sulla resilienza degli sportivi corroborati dalla vigorosa componente motivazionale. L’impasse delle corde ritorte, che vibrano viceversa sulla scia dell’enfasi di maniera preferita allo scandaglio antiretorico dell’ascendente esercitato dalla testa dura in termini prestazionali, stride inesorabilmente. Specie in rapporto ai modi stringati ed eruditi delle chicche d’essai. Abituate ad approfondire ed evocare il turbinio degli stati d’animo, coinvolti nel definire step by step una mentalità davvero vincente, eludendo accuratamente fronzoli od orpelli vari. I toni smielati della lagna inseriti al contrario nelle cadenze rocambolesche del racconto, con l’inane ausilio dei primi piani stretti e del montaggio vibrante dello storico collaboratore Ronald Bronstein, deciso ad assemblare la casualità degli eventi allo sforzo profuso per gestire i continui imprevisti allo scopo di poter poi raccoglierne i frutti in zona Cesarini, finiscono per pregiudicare l’azzeccato timbro claustrofobico degli ambienti angusti attanagliati dal degrado. Convertiti dall’assiduo ricorso alla nevrotica camera a mano ad acceleratori pretestuosi degli opportuni esami comportamentistici. Bisognosi di norma d’una avveduta concezione scenica che riduce all’osso l’ampollosa drammatizzazione del coraggio di rischiare il flop totale e persino l’incolumità pur di perseguire la mistica semplicistica del perentorio motto “tutto o niente”. Lo sguardo determinato, mai disilluso dell'(anti)eroe, persino quand’è invischiato in situazioni estreme col trapasso in itinere dall’affresco burlesco al tronfio mélo antropologico ed etnografico e all’ennesimo crime movie, suggellato dalla gigionesca performance d’un inedito Abel Ferrara nelle vesti del boss franco di cerimonie disposto a commettere una carneficina pur di ritrovare il cane smarrito dal narcisistico protagonista, beneficia dell’alacre ed empatico gioco fisionomico di Timothée Chalamet nel ruolo del reietto Marty destinato a divenire supremo al tavolo di ping pong. Che attribuisce all’intero ambaradan uno spicco superiore a quello garantitogli dalla modesta sceneggiatura stilata a quattro mani da Josh Safdie con il pur eclettico Ronald Bronstein. A corto d’acume.

La sfida decisiva col fuoriclasse giapponese, sebbene giunta nel Sol Levante per mollare gli ormeggi a conclusione d’un roboante processo d’incubazione che prende piede nelle strade malfamate del Queens e attracca al porto del cinico impresario votato al profitto spianato dalle gare combinate, aliene al mito del cipiglio eletto ad antidoto contro qualsivoglia difficoltà, pesca nella scontatezza. L’accidia nascosta dei pleonastici ricalchi sottobanco tradisce infatti l’incapacità di coinvolgere sul serio i fruitori che hanno poca confidenza col tennis da tavolo. Esibito con maggior attenzione all’avvicendarsi negli attimi topici d’inesausta cocciutaggine ed elegiaco trasporto d’animo da Yida Cai insieme ad Alan Aruna in Ping pong – Il ritorno. Incentrato sulla storia vera della vittoria conseguita dalla nazionale cinese ai Mondiali del 1995. La storia fittizia ricondotta da Josh Safdie alla confort zone del dinamismo dell’azione nella vana speranza d’imprimervi tramite i movimenti irregolari ed evocativi di macchina l’amplificazione dell’immersione in un percorso di formazione a lieto fine, s’ispira assai liberamente alla controversa figura del campione di tennis da tavolo Marty Reisman. Senza mai afferrarne appieno la mancanza di scrupoli e l’indole machiavellica con la realtà disarticolata sopperita dalla linearità dei sentimenti di paternità affiorati nell’epilogo strappalacrime di fronte al furgoletto sangue del suo sangue. Marty Supreme, troppo lontano quindi dall’arguta ed estrema espressività padroneggiata dal fratello Benny in The smashing machine per amalgamare il mix di risvolti sconsolati ed esiti risolutivi nel punto di grazia dell’irruzione in un tran tran giornaliero gremito di forbiti semitoni, ripiega nella ridondante tecnica di ripresa abituale. Fiacco cavallo di battaglia degli autori con le polveri bagnate. Intenti a spremersi le meningi per estendere il governo degli spazi competitivi dove si costruisce il fattore determinante al raggiungimento del podio alla rimanenza dei castelli in aria targati Cartagine. Trascinando così la nota intima delle vicende strombazzate, ai limiti dell’infecondo fracasso, nello stucchevole sensibilismo degli affabulatori di quart’ordine.
