Con “Come un matto sano”, Matteo Castellano mette in scena una forma rara di onestà artistica e quindi, nell’ingombro di cose sghembe, anche di una personale quanto provocatoria dimensione della bellezza: quella che non cerca assoluzioni né applausi, ma espone il disagio come materia viva. È teatro-canzone che inciampa volutamente, parola che si confessa mentre dubita, voce che sceglie l’ironia per attraversare il senso di colpa sociale al posto dell’estetica intonata da copertina. In questo spazio fragile prende forma “Figlio di un milionario”, ballata lunga e scomoda, più vicina a una piazza che a una playlist, dove la sincerità diventa un gesto politico minimo e necessario.

Noi iniziamo sempre parlando di bellezza… che sempre cozza con la ricerca di contenuto se ci pensi. Pe te cos’è davvero la bellezza?
Il contenuto è a tutti gli effetti un ingombro. Però d’altra parte è il contenuto stesso ad essere il motivo per cui un opera venga creata, quindi direi che è un ingombro necessario. Per me le canzoni più belle sono quelle che si scrivono da sole, come dice Vasco, quelle in cui le parole rotolano una dopo l’altra senza lasciare modo di pensarle troppo, che come tutte le belle ti lascino un po’ sempre fuori, che come tutte le belle siano difficilmente penetrabili. La bellezza in questo senso sarebbe la conseguenza di un certo equilibrio tra le parti interne, senza che sia necessaria la tua partecipazione..
Mi viene in mente uno dei miei film preferiti: Il segreto di Vera Drake, li il regista Mike Leigh fa un lavoro incredibile nella messa in scena del personaggio in modo da presentare la sua bellezza lasciando che il contenuto faccia il coro a questo suo carattere. Ma la bellezza è anche equilibrio col mondo esterno, non ha senso una bellezza barocca in un mondo che è anche brutto. Secondo me è l’equilibrio tra tutte le forze che entrano in gioco che determina la bellezza, anche quelle di cui l’autore non può accorgersi.
E poi la bellezza deve avere il carattere di un dono, e possibilmente anche un collegamento ad energie superiori.

E appunto come dialoga per te la bellezza con il contenuto?
Per me bellezza e contenuto sono in rapporto come marito e moglie. Il rischio è che ci siano coppie mal assortite, ad esempio musica frivola con contenuti troppo seri, si ottengono dei bizzarri risultati. Ma poi magari a volte questo fatto te li fa affezionare persino di più. Quando compongo sento a pelle se il rapporto tra le forme e il contenuto mi suona falso, o magari sciatto o rigido…sono contento che ci sia del movimento e dei contrasti, magari degli azzardi, ma devono essere armonizzabili, devono avere una loro cantabilità perché è questo che io faccio, canzoni. È una questione di istinto, deve suonarti bene, sennò o c’è troppa velleità della forma e sennò c’è troppo contenuto non levigato.

Ha senso dirti che in questo disco penso che la bellezza estetica, quella patinata, sia un passo indietro alla parola e all’espressione?
Ha molto senso che tu mi dica questo perché è proprio nato così questo disco, è un disco che viene fuori dall’esigenza di parlare di certi argomenti. È sbilanciato al 70% sul contenuto piuttosto che sulla forma. Dovevo fare un disco brutto ma onesto. Era il mio modo di tornare sulla “pista della sincerità”. Cercando troppo la bellezza avrei corso il rischio di perdermi e di perdere l’urgenza. Volevo prendere il rischio di parlare di vergogne intime e penso di essere riuscito nel mio intento di fare un disco vero, di vita vera.

E che sia anche una provocazione per il tempo che stiamo vivendo?
Si, ma colgo l’occasione per fare notare esattamente che tipo di provocazione sia la mia. In questi tempi si è già provocato esteriormente in ogni modo possibile. Si è già mostrato il sesso, l’opulenza, l’aggressività del suono, ognuno ha mostrato la propria bravura. I nerd ad esempio di sti tempi non fanno che ostentare la loro intelligenza, gli attivisti combattenti provocano con la loro critica sociale…ognuno provoca a modo suo. Io son partito da un presupposto un po’ diverso. Non mi è venuto in mente altra strada possibile che non provocare me stesso per uscire da una situazione di stagnamento creativo ed esistenziale. Mi sono chiesto se avevo il coraggio di parlare delle cose che mi danno vergogna come la ricchezza della mia famiglia, l’eiaculazione precoce, la gelosia e altre cose anche peggiori che fanno parte del mio schedario degli orrori personali. E’ tutta roba perdonabile, di cui ci si può ridere sopra ma prima di scriverne per me rappresentavano delle specie di mostri. Il mio non è un disco aggressivo che punta ad abbattere i tabù a colpi di mitra facendo il figo. Io mi metto a nudo in totale imbarazzo, proprio su quelle cose che più mi imbarazzano, in modo che chi ascolta ci si possa specchiare con le sue fragilità e legittimare il suo essere unico. Insomma è il tentativo di provocare cose belle, non di provocare scandalo. Detto questo non sono un santo, la mia speranza era anche di sentirmi dire ma quanto sei bravo, ma quanto sei unico ma quanto sei il più figo. Non ho degli intenti salvifici nei confronti del pubblico per quanto gli voglia bene.

Il milionario di cui sopra: cosa pensa di questa espressione proletaria?
Se ho capito bene mi stai chiedendo come ha reagito mio padre all’ascolto della mia canzone “Figlio di un milionario”. Lui mi vuole molto bene e fa il tifo per me, sicuramente ha apprezzato ogni mia arguzia e il lavoro originale che ho fatto sui testi. Ma un verso l’ha fatto incazzare; l’incipit della canzone, quando dico “I soldi di mio padre, investiti in guerre lontane…”. Mi ha detto che non è per niente vero e che non ci capisco nulla di quelle cose e io ho pensato che aveva maledettamente ragione, che son stato superficiale nello scrivere questo, mi son lasciato trascinare dalla fantasia. Però poi mi son anche detto che voglio che in questa canzone si possa rispecchiare anche il figlio di una persona disonesta, uno incastrato in un ruolo sociale più difficile del mio, vorrei che un po’ di questa energia arrivasse anche a lui. Quindi l’ho lasciato così com’è. Anche perchè ormai era già uscito.
Vi ringrazio per l’intervista.

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