Un confronto diretto con Stefano Durante sul valore della comunicazione in ambito medico. Il libro Medicina e (È) Comunicazione propone una riflessione concreta e accessibile sulla relazione con il paziente, mettendo al centro empatia, ascolto e responsabilità professionale in un sistema sanitario sempre più complesso.

Ciao Stefano, nel tuo libro parli di comunicazione come parte integrante della cura. C’è stato un momento preciso della tua esperienza in cui hai capito che la parola poteva essere decisiva quanto una terapia?

Sì. C’è stato un momento preciso, e non l’ho vissuto da formatore, ma da figlio. Quando a mio padre fu diagnosticato un tumore al polmone, io ero lontano. Mi telefonò per darmi la notizia. Ricordo ancora una cosa che mi colpì profondamente: mi disse di avere questo “problema”, ma aggiunse subito che il medico lo aveva rassicurato e che gli aveva fatto capire che non sarebbe stato solo. Io sapevo, purtroppo, quale sarebbe stato con ogni probabilità l’esito della malattia. Eppure, mentre ascoltavo quella telefonata, provai una sensazione inattesa: ero felice di sentire mio padre sereno. In quel momento ho capito che le parole di quel medico non avevano cambiato la diagnosi, ma avevano cambiato il modo in cui mio padre stava affrontando la malattia. E questo ha cambiato anche il modo in cui la stavamo affrontando noi, come famiglia. Da allora sono ancora più convinto che la comunicazione non sia un elemento accessorio della medicina. Non sostituisce una terapia, naturalmente, ma può ridurre la paura, dare fiducia, creare un’alleanza tra medico e paziente. E, nei momenti più difficili, questo può fare una differenza enorme. È anche per questo che ho scritto Medicina e (È) Comunicazione. Per ricordare che, accanto alle competenze scientifiche, esistono parole che non guariscono una malattia, ma possono prendersi cura della persona che quella malattia la sta vivendo.

Nel capitolo dedicato ai pazienti “difficili” emerge una certa frustrazione verso un sistema che non sempre aiuta il medico. Come si fa, concretamente, a non perdere empatia quando tutto sembra spingere nella direzione opposta?

Credo che la risposta stia nel tornare, ogni tanto, al motivo per cui si è scelta quella professione. C’è stato un momento nella vita di ogni medico in cui ha pensato: “Voglio fare medicina.” Non economia, non ingegneria, non un’altra professione. Medicina. E, nella maggior parte dei casi, quella scelta nasceva dal desiderio di aiutare gli altri. È chiaro che poi arrivano la burocrazia, i turni massacranti, la carenza di personale, le responsabilità, lo stress. Tutto questo rischia di spegnere lentamente quella fiamma iniziale. Ma proprio per questo credo che la passione non sia un sentimento romantico: sia una risorsa professionale. È ciò che permette di continuare a vedere, dietro una cartella clinica, una persona. Di non trasformare un paziente in un numero o in una pratica da chiudere. Non sto dicendo che sia facile. Anzi. Sto dicendo che vale la pena fare ogni sforzo possibile per non perdere quella scintilla che ha dato origine alla scelta di fare il medico. Perché quando si spegne completamente, non soffre solo il professionista: soffrono anche i pazienti. Secondo me c’è una frase che potrebbe diventare una delle più belle dell’intervista: L’empatia non si difende con uno sforzo di volontà. Si difende ricordandosi ogni tanto perché, un giorno, si è scelto di indossare quel camice.

Ho trovato molto interessante il passaggio in cui richiami l’idea del medico come “custode della fiducia”. È un’immagine forte, ma forse anche impegnativa: pensi che oggi sia ancora sostenibile?

Sì, credo che sia ancora sostenibile. Anzi, credo che oggi sia più necessaria che mai, anche se è sempre più difficile da costruire. Viviamo in un’epoca in cui abbiamo accesso a una quantità enorme di informazioni, algoritmi sempre più sofisticati e strumenti di intelligenza artificiale capaci di supportare il lavoro dei professionisti. È una straordinaria opportunità. Ma almeno per il momento, nessuna tecnologia può sostituire ciò che rappresenta un medico competente che si siede davanti a un paziente, lo ascolta, lo comprende e si assume la responsabilità di accompagnarlo nel percorso di cura. La fiducia nasce proprio lì. Non è un atto di fede, ma il risultato di competenza, onestà, ascolto e responsabilità. È qualcosa che si conquista giorno dopo giorno. E credo che questo non riguardi soltanto la medicina. La fiducia è il fondamento di ogni relazione umana. È ciò che ha permesso agli esseri umani di cooperare, di costruire comunità, di trasmettere conoscenza e, in definitiva, di evolversi come specie. Per questo continuo a pensare che il medico sia, in un certo senso, un custode della fiducia. È un compito impegnativo, certamente. Ma proprio perché è così impegnativo, vale la pena difenderlo.

Guardando al futuro, ti vedi più come autore di altri testi simili o come formatore che porta queste idee direttamente sul campo?

Credo che le due cose siano inseparabili. Per quarant’anni ho portato questi temi sul campo, formando medici, farmacisti e operatori sanitari. Sono convinto che le idee abbiano valore solo quando diventano comportamenti concreti. Se una riflessione resta chiusa dentro un libro, serve a poco. Ma la scrittura mi permette di fare un passo ulteriore. Attraverso la narrativa posso esplorare ciò che un manuale non riesce a raccontare: le paure, i conflitti, i dilemmi morali, le contraddizioni dell’essere umano. I miei thriller psicologici e i miei romanzi distopici parlano apparentemente di intelligenza artificiale, social network, isolamento, tecnologia o cronaca. In realtà parlano sempre della stessa cosa: di noi. Di come reagiamo quando siamo messi sotto pressione, di quanto sia facile perdere l’empatia, di come il potere, la paura o il bisogno di essere accettati possano cambiare le persone. In fondo il filo rosso di tutto quello che scrivo è sempre lo stesso: la comunicazione, le relazioni umane e le conseguenze delle nostre scelte. Che si tratti di un saggio come Medicina e (È) Comunicazione o di un thriller psicologico, quello che mi interessa davvero non è raccontare una storia o trasmettere una tecnica. Mi interessa porre una domanda al lettore: “Che cosa avresti fatto tu?” Se, chiuso il libro, il lettore continua a pensarci anche il giorno dopo, allora credo di aver raggiunto il mio obiettivo. Non mi interessa soltanto raccontare una storia. Mi interessa lasciare una domanda. Scrivo generi diversi. Cambiano i generi ma la domanda rimane sempre la stessa: che cosa fa di noi degli esseri umani?

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