Quarant’anni, un compagno di dieci anni lasciato di slancio, una relazione clandestina che promette un futuro mai davvero garantito. Sono questi i pochi dati concreti da cui parte “La notte dell’anima”, romanzo d’esordio di Melania Cavuto, insegnante da oltre vent’anni prima ancora che scrittrice. Il libro racconta la vicenda di una donna senza nome, legata a un uomo indicato solo con l’iniziale S, attraverso un lungo periodo di manipolazione affettiva che il romanzo non etichetta mai apertamente. Cavuto sceglie di restare quasi sempre dentro la prospettiva della protagonista, senza fornire al lettore le chiavi di lettura che oggi, tra podcast e programmi televisivi, siamo abituati a maneggiare per riconoscere una relazione tossica. Ne risulta un’esperienza di lettura scomoda, in cui non si osserva la vicenda da fuori ma la si attraversa insieme a chi la vive. Un passaggio, in particolare, condensa la fatica quotidiana della protagonista nel rimediare a torti che non le appartengono: “Il giorno seguente provai a correre ai ripari”, scrive Cavuto, in un momento del libro in cui la posta in gioco sembra ancora piccola, prima che la spirale si allarghi. Colpisce, in questa prima prova narrativa, l’assenza di autoindulgenza nella voce che racconta: la protagonista si giudica spesso con più durezza di quanta ne riservi all’uomo che la sta logorando. Attorno alla vicenda principale trovano spazio anche una depressione mai nominata direttamente e una passione per il cinema che diventa, pagina dopo pagina, un vero e proprio linguaggio interiore. Il romanzo evita ogni epilogo consolatorio e restituisce, fino all’ultima riga, la fatica reale di tornare a fidarsi del proprio sguardo sul mondo.

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