In un futuro prossimo in cui l’intelligenza artificiale è giudice, giuria e giustiziere, rievocando la frase presa in prestito da Judge Dredd di Danny Cannon, si svolge Mercy – Sotto accusa, nuovo film diretto dl Timur Bekmambetov, noto per Wanted – Scegli il tuo destino e per il moderno adattamento di Ben-Hur, dall’omonimo romanzo di Lew Wallace.
Nella visione di un futuro prossimo, un detective interpretato da Chris Pratt è sotto processo perché accusato di aver ucciso sua moglie. Ha novanta minuti di tempo per dimostrare la sua innocenza davanti al giudice.

Questi è un’intelligenza artificiale che risponde al nome di programma Mercy. Un dispositivo legislativo speciale che sottopone direttamente i crimini più gravi ad un sistema elettronico. Non ci sono giurati né avvocati, ma solo un giudice, frutto dell’evoluzione della tecnologia, che in questo caso ha le fattezze di Rebecca Ferguson. Ha il potere di giustiziare immediatamente l’imputato qualora non dimostrasse la sua non colpevolezza nell’arco di un’ora e mezza. Mercy – Sotto accusa si inserisce dunque in una tradizione cinematografica per nulla nuova nell’analizzare il rapporto tra giustizia, tecnologia e responsabilità morale. Il lungometraggio del cineasta kazako rievoca non a caso sensazioni legate ad Anon, diretto da Andrew Niccol, ove il sistema ha annullato la privacy degli individui installando un impianto nel cervello umano che registra ogni movimento, esperienza e ricordi, rendendolo condivisibile con chiunque.

La psicosi della sicurezza e della giustizia ad ogni costo, legate al progresso tecnologico, rammenta anche la polizia “pre-crimine” di Minority report, il film di Seteven Spielberg tratto direttamente dall’omonimo racconto dello scrittore Philip K. Dick. I delitti venivano sventati prima di essere commessi, grazie ai “precog”, tre giovani veggenti collegati tra loro da un sistema neurale che li trasformava in un’interfaccia uomo-macchina, con i loro sogni mutati in dati analitici per prevenire i crimini. Tutti film che mettono in evidenza i rischi di una giustizia ipertecnologica, ponendo l’attenzione sul confine sempre più sottile nel rapporto tra libertà e sicurezza. In un futuro prossimo, questa relazione può ulteriormente degenerare a causa del prepotente inserimento dell’intelligenza artificiale, infatti Mercy – Sotto accusa sottoscrive la pericolosità di un sistema sempre più disumanizzato. Il detective protagonista è bloccato su una poltrona in grado di fulminarlo all’istante, qualora non dimostri la sua non colpevolezza, legata al freddo calcolo di un algoritmo.

Questi determinerà eventualmente il giudizio esiziale dell’intelligenza artificiale, alzando così l’asticella della suspense. E si prova l’impressione che il film si svolga in tempo reale, per questo ha un ritmo incalzante grazie anche al serrato montaggio, creando tensione e dinamismo e fornendo un impatto emotivo rilevante. Perfettamente nella parte, Chris Pratt deve dimostrare la sua estraneità ai fatti, mettendo però in discussione proprio il sistema che aveva contribuito a creare e di cui diventa potenziale vittima, come analogamente succedeva, appunto, al capitano John Anderton alias Tom Cruise in Minority report. Egli dovrà contare solo su se stesso e sulla sua compagna di pattuglia Diallo, portata in scena da Kali Reis. Mercy – Sotto accusa si rivela dunque sorprendente e riesce anche a generare riflessioni nello spettatore, rendendo il film ulteriormente interessante. L’intelligenza artificiale in ambito processuale sembra essere imparziale e potenzialmente infallibile. La stessa, però, è in realtà programmata dagli esseri umani, quindi ne eredità probabilmente anche i pregiudizi, ma in assenza di responsabilità morale. Elementi, questi, che evidenziano anche i suoi limiti.
