È nel 1966 a Gary, in Indiana, che aprono le oltre due ore di visione che costituiscono Michael, biopic atto a ripercorrere vita privata e carriera di colui che venne definito “Re del pop”.

Michael Jackson, che, nato nel 1958 e prematuramente scomparso cinquantuno anni più tardi, vediamo in questo caso possedere da bambino i connotati di Juliano Valdi e da adulto quelli di Jafaar Jackson, nipote proprio di colui che è stato giustamente ritenuto come uno degli artisti più influenti delle sette note.

Un Jafaar Jackson che si cala in un’interpretazione da premio Oscar nel riportare sul grande schermo la figura di quello zio che ci regalò, tra le altre, la bellissima Billy Jean e la Ben che, dalla colonna sonora dell’omonimo rat movie (in Italia distribuito con il titolo L’ultima carica di Ben), venne perfino candidata al premio Oscar. E, dunque, una volta tanto lontano da pallottole volanti e giustizieri assortiti, dietro alla macchina da presa l’afroamericano Antoine Fuqua – regista di Attacco al potere – Olympus has fallen e della trilogia Equalizer – ci porta alla scoperta di questo talento indiscusso a cominciare proprio dalla sua infanzia in casa sotto l’autorità del manesco padre Joseph Jackson alias Colman Domingo, convinto del fatto che nella vita si è vincenti o si è perdenti e, per questo, deciso a far sì che i figli emergano nl loro campo. Figli che, insieme allo stesso Michael, formano già a fine anni Sessanta lo storico gruppo dei Jackson 5, cui dobbiamo hit quali ABC e I’ll be there.

Hit che, tra l’avvicinamento alla mitica etichetta discografica Motown nella Chicago del 1968 e la registrazione del primo album da solista del protagonista, nella California di dieci anni più tardi in collaborazione con un Quincy Jones qui incarnato da Kendrick Sampson, contribuiscono ad arricchire l’abbondante accompagnamento ad un’operazione destinata anche a ricordarci che all’inizio del decennio reaganiano l’emittente MTV non intendeva trasmettere materiale riguardante artisti neri. Quell’inizio di decennio reaganiano in cui si avvia oltretutto il sodalizio con l’avvocato John Branca, il quale, rientrante proprio tra i produttori del film, possiede qui i connotati di Miles Teller e non manca di giudicare genio Brian Wilson dei Beach boys. Man mano che, poggiando su una semplicissima struttura lineare, Michael si evolve dal 1971 all’esibizione di Bad nella Londra del 1988.

Passando per il Victory Tour del 1984 e, prima ancora, per la preparazione della coreografia di Beat it e per le riprese dell’intramontabile videoclip zombesco Thriller in seguito a fruizioni televisive di classici dell’horror del calibro de L’esperimento del dr. K, La notte dei morti viventi e La maschera di cera (la versione con Vincent Price). Alla scoperta di un mito che apprendiamo essere stato influenzato anche da Cantando sotto la pioggia, Charlie Chaplin e i Tre marmittoni e di cui, tra un intervento chirurgico al naso, dedizione ad autografi in un negozio di giocattoli, visite a bambini malati e grande amore nei confronti degli animali, Michael tende a lasciar emergere soprattutto una certa umanità. Occultando del tutto – come da tradizione hollywoodiana – la spinosa questione delle accuse di pedofilia e concretizzandosi in un agglomerato in fotogrammi finalizzato unicamente a coinvolgere e ad emozionare senza annoiare mai i fan jacksoniani e non solo… pur risultando forse eccessivamente sintetico, tanto che viene del tutto saltata la fondamentale parentesi rappresentata da We are the world.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Plugin WordPress Cookie di Real Cookie Banner