Con “Noi, generazione dei trent’anni” Michela Volpi racconta dubbi, eredità emotive e desiderio di cambiamento. Il libro non propone risposte facili ma stimola domande profonde. In questa intervista si parla di crescita personale, maternità, scrittura e del bisogno di fermarsi per osservare davvero la propria storia.

Ciao Michela, partiamo da una curiosità. Il libro nasce da un lavoro personale molto profondo. A che punto hai capito che quelle riflessioni private potevano diventare qualcosa di utile anche per altri lettori?

Non c’è stato un momento preciso o un’illuminazione improvvisa, bensì è stato un percorso lungo, a tratti burrascoso, fatto di resistenze, di passi indietro, di verità che si affacciano e poi spariscono di nuovo. La consapevolezza non è arrivata tutta insieme, si è sedimentata lentamente. Il punto di svolta è arrivato solo di recente, quando ho sentito che quello che avevo attraversato non apparteneva solo a me. C’era qualcosa in quella storia, nei silenzi, nelle dinamiche familiari, nel modo in cui certe cose non dette ti formano senza che tu te ne accorga, che poteva risuonare in chi legge. Non volevo dare risposte, non mi sento in posizione di farlo, ma volevo offrire uno sguardo, un modo di guardare il passato senza sconti, nella speranza che qualcuno potesse usarlo per guardare meglio anche il proprio. 

In un passaggio molto forte scrivi che spesso abbiamo “bevuto l’acqua che ci è stata versata senza scegliere”. È una metafora che resta impressa. Quanto pensi che la nostra generazione abbia davvero la possibilità di cambiare quell’acqua, invece di limitarsi a subirla?

La nostra generazione ha strumenti che le generazioni precedenti non avevano nemmeno immaginato. Uno su tutti: la terapia ha smesso di essere un tabù. Per anni l’idea di andare da uno psicologo era circondata da un alone di vergogna, come se chiedere aiuto equivalesse ad ammettere una fragilità imperdonabile. Oggi non è più così, e non è un caso, perché ci siamo accorti di quanto il mondo in cui viviamo non ci lasci spazio per stare fermi. Siamo immersi in una dinamicità continua e o social amplificano, in buona parte, il tutto; ci insegnano a mostrare invece di essere, a costruire un’immagine invece di abitarla. Quella distrazione è sottile ma potentissima, perché ci allontana da quello che siamo davvero, da quello che sentiamo e che vogliamo realmente. Ma forse non è nemmeno giusto parlare di generazioni. Più che un discorso anagrafico, è un discorso di coraggio; quello di fermarsi. Il coraggio di ascoltarsi davvero, senza filtri e senza fretta, è lì che comincia tutto, non nelle risposte, ma nella disponibilità a fare le domande giuste a sé stessi.  

Nel libro parli anche della maternità come di uno specchio che obbliga a guardarsi dentro. Quanto quell’esperienza ha cambiato il tuo modo di leggere il passato e di raccontarlo sulla pagina?

Moltissimo, direi che la maternità è stata lo specchio più impietoso e più necessario che potessi trovare. Guardare mia figlia mi ha costretta a fare domande che avevo evitato per anni. Mi riconoscevo in certi suoi comportamenti e mi chiedevo: sto ripetendo quello che ho vissuto? Sto diventando mia madre senza accorgermene? C’era una paura profonda in tutto questo, la paura di non riuscire a cambiare, di essere già troppo formata da un passato che non avevo scelto. Avevo paura di me stessa e della madre che avrei potuto essere. Ma una cosa la sapevo con certezza, anche nei momenti più difficili: volevo fare meglio. Me lo ripetevo davanti allo specchio come una promessa. L’età precoce non giocava a mio favore, eppure oggi posso dirlo con fierezza: essere madre mi ha dato la forza di cambiare davvero. Non per me, ma per lei. I figli hanno questo potere straordinario, cioè quello che di metterci davanti a tutto quello che siamo e ci danno il motivo più forte per diventare qualcosa di diverso. Per passare loro acqua pulita, come dico nel libro. Non è sempre facile. Lo specchio a volte restituisce immagini che non vogliamo vedere, e altre volte siamo noi che dovremmo fare silenzio e smettere di ascoltare le voci di un passato malato e ascoltare di più i nostri figli, che spesso sanno già quello che noi fatichiamo ancora a imparare.  

Guardando alla letteratura contemporanea: pensi che oggi ci sia più spazio per libri che parlano apertamente di crescita emotiva e consapevolezza, oppure senti che il mercato editoriale tende ancora a preferire storie più tradizionali?

Quando entro in una libreria osservo la sezione di psicologia, quello che vedo mi dà una risposta abbastanza chiara: c’è spazio, e sempre di più. Autori emergenti, voci nuove, storie personali che si mescolano alla riflessione, un panorama che fino a qualche anno fa, forse, era più ristretto. Scrivendo questo libro ho scoperto con piacere, quanto l’argomento sia considerato e cercato, più di quanto immaginassi, e me ne sono sorpresa piacevolmente. Detto questo, sarebbe disonesto ignorare che certi temi hanno radici profonde nella storia della letteratura. I grandi della psicologia, quelli che continuiamo a leggere e citare, almeno per me è così, ci hanno insegnato che certe verità sull’essere umano non invecchiano. Erano attuali allora, lo sono oggi. Quanto al mercato editoriale, credo che in fondo dia spazio alla persona più che all’argomento, è la voce autentica che fa la differenza, non la categoria in cui viene catalogata. E poi c’è una cosa che non va sottovalutata: un romanzo ti prende per mano, ti porta dentro una storia, ti fa assimilare concetti profondi quasi senza accorgertene. Forse è proprio questa la strada più efficace, far arrivare certe verità attraverso la bellezza della narrativa, invece di presentarle come nozioni da studiare.

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