Abituati già nell’ambito documentaristico a ricavare ispirazione dai racconti orali intrisi di saggezza popolare, per interpretare la realtà in modo differente dal relativismo di molti referti storici presi per oro colato, i registi Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis hanno battuto sullo stesso tasto pure nel passaggio al cinema di finzione.
Dopo Re Granchio, in cui l’apposito carattere d’autenticità si va ad amalgamare al richiamo dell’avventura caro a Jules Verne ed Emilio Salgari e agli stilemi della geografia emozionale per impreziosire l’irrinunciabile inclinazione alla sperimentazione, è il turno di Testa o croce?, nei cinema dal 2 Ottobre 2025, definito dagli stessi autori un western italiano anziché un western all’italiana.
Nel distinguere il western italiano dal western all’italiana di Sergio Leone rivendicate l’orgoglio di registi eletti ad autori, lungi dal cadere nell’impasse dei nani sulle spalle dei giganti, in quanto intenti a cementare l’egemonia dello spirito sulla materia a differenza per esempio degli antieroi avidi di soldi imperanti in Per un pugno di dollari?
Alessio Rigo de Righi: Partendo dal presupposto che Sergio Leone resta inarrivabile, e sarebbe quindi inutile se non ridicolo imitarlo, noi per coniugare le ambizioni artistiche al bisogno di esprimere un pensiero personale sul mondo che ci circonda ci siamo rapportati al genere in questione sovvertendo il tormentone dell’avidità di soldi ad appannaggio d’un universo prevalentemente maschile per dare spazio all’emancipazione d’una figura femminile che si raffronta, oltre che con le prevaricanti forze sociali, anche con l’ordine naturale delle cose. Vale a dire le forze naturali.
Nei cui riguardi, per collocare i personaggi di Rosa interpretata da Nadia Tereszkiewicz e del buttero Santino alias Alessandro Borghi, avvertite un sentimento profondo lontano anni luce dalla modalità di presenza degli spazi suggestivi ma, a ben vedere, esornativi di altri western più risaputi?
Matteo Zoppis: Sicuramente l’area del Parco Nazionale del Circeo dove abbiamo ricreato le Paludi Pontine agli inizi del Novecento, prima dell’opera di bonifica avvenuta nel Ventennio, costituisce per noi uno spazio attivo ai fini della trama profondamente sentito. Al pari tanto delle rocce sulla montagna nell’isola d’oltreoceano definita “in culo al mondo” dove è dispiegata la seconda parte di Re Granchio quanto nel borgo della Tuscia dove prende piede la prima parte.

Ed è lì infatti a Veiano che avete in precedenza tratto partito dal racconto dei cacciatori locali per girare l’applaudito documentario Il Solengo. Adesso per conferire al timbro popolare del genere western un carattere morale e personale partite da Buffalo Bill per mostrare per la prima volta l’area delle Paludi Pontine pre-bonifica alla stregua d’una feconda alternativa al mito della Frontiera contemplato nel lontano e selvaggio Ovest?
Alessio Rigo de Righi: Siamo partiti dal tour effettivamente tenuto a Roma nel 1906 da Buffalo Bill con il suo spettacolo itinerante denominato Wild West Show sia per catturare sul grande schermo il momento nel quale il mito della Frontiera arriva a spron battuto in Europa sia poi per esibire, in questo contesto, le differenze tra la storia ufficiale, scritta sulla base dei racconti delle classi sociali forti, le storie orali, tramandate dalle classi sociali povere appartenenti ai butteri autoctoni in concorrenza coi cowboy, e le leggende. Per trovare un punto di equilibrio ci siamo serviti del bianco e nero, relativo alla proliferazione del mito del West nella Città Eterna, della narrazione classica e, nelle battute conclusive, degli elementi surreali.
Avete ricavato linfa da tratti distintivi diversi senza sentirvi vincolati a uno in particolare per fornire una versione sfumata al servizio d’un genere inflazionato?
Alessio Rigo de Righi: Assolutamente sì. Al genere western sono associati tanti sottogeneri.
Matteo Zoppis: Basti pensare ai western fantasy degli anni Trenta, ai western horror, con gli scenari da brivido amalgamati alla lotta per la sopravvivenza in mezzo alla natura selvaggia della Frontiera, agli originali spaghetti western, ai curiosi fanta-western, agli esilaranti western comici.
Alessio Rigo de Righi: Lo scopo è stato quindi quello di prendere spunto da molteplici suggestioni legate al western senza avvertire nessun tipo di condizionamento nel punto nevralgico di convergenza fra i differenti stilemi per tenere salde le redini della narrazione. In realtà non lo saprei dire meglio di come hai fatto tu nella domanda.
In Testa o croce? il richiamo citazionistico, suggellato sia da Le colline blu di Monte Hellman sia da Buffalo Bill e gli indiani di Robert Altman, non paga dazio alla pigrizia delle idee prese in prestito grazie all’amore sincero per il cinema?
Alessio Rigo de Righi: Senz’alcun dubbio la cinefilia di entrambi, intesa come amore incondizionato per il cinema, ci ha spinto a esplorare tanti temi nell’ambito della tendenza a riconsiderare l’idea consolidata delle figure archetipe dei cowboy, soppiantate dai butteri, il ruolo del cavallo, la disputa tra tradizione e progresso, le tonalità epicizzanti e la funzione diegetica della Frontiera, a cui privilegiamo le Paludi Pontine, in conformità coi requisiti del western revisionista.
Matteo Zoppis: Al quale di nostro abbiamo aggiunto la volontà di sperimentare e seguire percorsi meno esplorati in un contesto, come hai sottolineato tu, largamente scandagliato. Già riletto in chiave crepuscolare oltre cinquant’anni fa da Sam Peckinpah nell’esplorazione della violenza contrapposta ai vincoli di lealtà dei personaggi agli sgoccioli.

La concezione personale della geografia emozionale, con il modo di agire e di reagire alle avversità del personaggio di Nadia condizionato dal territorio delle Paludi Pontine assurto ad attante narrativo carico di significato, è un ulteriore tassello utile alla sperimentazione?
Matteo Zoppis: Il paesaggio delle Paludi Pontine, con gli acquitrini, i boschi, gli animali selvaggi e le rane che starnazzano, non è soltanto parte integrante dell’azione narrativa imperniata sull’emancipazione del personaggio di Nadia, ma anche un paesaggio simbolico che riverbera l’immagine mentale di questa donna nel corso drammatico degli eventi. Affrontati con coraggio.
Alessio Rigo de Righi: Siamo partiti, come sempre, con Matteo dalla volontà di approfondire la storia con la “s” maiuscola, i racconti popolari e le leggende legate a un determinato territorio. Le diverse declinazioni attribuite al territorio – nelle vesti di paesaggio naturalistico, riflessivo e simbolico – si sono perciò andate ad appaiare alle credenze tramandate oralmente in un luogo persino immaginifico. Quindi tutto da scoprire.
Il realismo magico, che introduce elementi fiabeschi con l’ausilio della geografia emozionale in un contesto sennò contrassegnato dalla ruvidezza degli scontri per il controllo del territorio, è la chiave di accesso per raccontare il presente partendo dal passato?
Alessio Rigo de Righi: Ci siamo entrambi formati con la letteratura latino-americana, in cui il territorio al pari d’un personaggio in carne ed ossa contrassegna la gamma degli eventi sia minori che maggiori tipo in Cent’anni di solitudine del grande Gabriel García Márquez, e io, per giunta, ho vissuto in Argentina per oltre quindici anni. Ragion per cui quel tipo di trasporto emotivo, connesso alla complessità e al fascino quasi stregonesco del territorio, lo sento moltissimo.
A conferma perciò della conoscenza intima del tema cardine trattato.
Alessio Rigo de Righi: È Il mondo con gli eventi d’ogni giorno a risultare surreale. Ed è un ulteriore pungolo per girare un film ambientato nel passato in grado di risuonare nell’attualità. Di lì è stato quasi automatico realizzare un western surreale.

La capacità di scrivere con la luce affiora soprattutto quando il volto del personaggio interpretato da Nadia è illuminato dagli specchietti delle contadine chine negli acquitrini al pari delle mondine di Riso amaro. Il carattere d’ingegno creativo è quindi impreziosito dal lavoro di squadra?
Matteo Zoppis: Decisamente. D’altronde con il direttore della fotografia Simone D’Arcangelo abbiamo compiuto un percorso artistico ed espressivo gomito a gomito. E perciò ci capiamo al volo. Come succede in ogni lavoro di squadra all’insegna della ricerca di qualcosa che esula dall’ordinario.
Alessio Rigo de Righi: Ed è grazie all’incessante lavoro di ricerca svolto per ricondurre una vicenda in chiave western diversa dalle solite a un personaggio femminile di spessore che abbiamo reperito molto materiale fotografico d’epoca relativo al territorio eletto a location situato, nella storia di Testa o croce?, tra i Monti Lepini e il Mar Tirreno con le contadine soggette ai ritmi degli acquitrini.
Matteo Zoppis: Che noi equipariamo, col beneficio dell’inventario concessoci dal summenzionato realismo magico, alla tradizione delle mondine nelle risaie dell’Italia del Nord.
È sulla medesima falsariga congiunta al gioco di echi e controechi, riscontrabili negli impliciti rimandi, dal western classico L’uomo che uccise Liberty Valance al moderno film d’animazione Rapunzel – L’intreccio della torre, che associate l’evento assurto a leggenda ai manifesti da ricercato di Santino confacenti ai poster con la scritta wanted del personaggio immaginario Flynn Rider?
Alessio Rigo de Righi: Il riferimento a Rapunzel – L’intreccio della torre, al contrario dei rimandi assolutamente voluti ai capolavori di Hellman e Altman, forse attiene all’inconscio. Vi abbiamo probabilmente attinto senza accorgercene. Ma mi piace tantissimo. Perché attiene appieno a quei luoghi magici, come la location “in culo al mondo” di Re Granchio, dove è bello ogni tanto ritornare. Anche solo con la fantasia.
