Ascanio Pacelli è una persona autentica. Alieno alle pose esteriori. Consapevole di non essere un attore di professione. Bensì un golfista. Ma altresì pronto ad accettare la sfida d’interpretare l’arduo ruolo del protagonista, il cinico finanziere Tancredi deciso a invertire la rotta iscrivendosi a un torneo di golf ad alto tasso di competizione, nel film Il tempo è ancora nostro diretto dall’esordiente Maurizio Maria Merli.
Ciò per permettere agli spettatori avvertiti di anteporre alle scorciatoie del cervello legate agli sterili e canzonatori pregiudizi la ponderatezza dei giudizi maturati nella visione d’una scrittura per immagini orientata alla scoperta di uno degli sport più mentali in assoluto. Nel quale però occorre pure metterci il cuore. Inteso sia come sensibilità soggettiva eletta ad antidoto alla crudezza oggettiva delle critiche apriori sia come spirito d’iniziativa. Per dire la sua. Con rispetto. Ma apertamente.
Nel mondo del golf lavorare su se stessi monitora la gestione dell’errore e cementa la concentrazione. Nel mondo della recitazione, Stanislavski docet, lavorare su se stessi equivale a convertire il proprio corpo, gli occhi, l’eterno specchio dell’anima, e la voce in strumenti espressivi ed esplorativi. La conoscenza del golf ha permesso di conferire alla recitazione il valore aggiunto del carattere d’autenticità sentendoti, anziché un mero esecutore, un attore non più avventizio bensì consapevole che non si smette mai d’imparare né di scoprirsi?
Innanzitutto non sono un attore. Affermare il contrario sarebbe un’offesa nei confronti di chi l’attore lo fa di mestiere e ha sgobbato sui libri e nelle prove con un lungo percorso di apprendimento per diventarlo. Ho colto l’opportunità di fare l’attore per questo film e, grazie al golf, che conosco invece profondamente, dalla tecnica alla gestione mentale, l’ho affrontata come se si fosse trattato d’un torneo. Con tutta la preparazione fisica e mentale che ne consegue. Che ho cercato di applicare alla recitazione. Il golf mi ha insegnato ad affrontare gli insuccessi accettando il giudizio altrui anche quando é negativo e forse ingiusto. Ho messo il 100 % di quello che vivo quando tiro ogni singolo colpo, quando gestisco le emozioni dovute a qualche sbaglio sotto pressione, in tutte le volte che in scena sono stato chiamato a lavorare su me stesso. Mi sono voluto mettere a nudo dal punto di vista emotivo ricordandomi pure la frustrazione patita nelle sconfitte nonostante un talento unanimamente riconosciuto. Ho scelto di non nascondermi dietro un dito e di trarre partito dalla delusione che a livello agonistico ho sentito nel profondo di me stesso per i risultati che avrei potuto ottenere e non ho ottenuto. Ciò ha trasformato il ricordo, in gran parte rimosso, della delusione in energia per mettermi nei panni di Tancredi. Ricavando altresì beneficio dall’aiuto ricevuto, nel contesto creatosi attraverso la vulnerabilità che procedendo insieme alla disponibilità è tramutata in un punto di forza, da Mirko Frezza e dagli altri attori di ruolo. Allo scopo di aprire i recettori e vivere il personaggio di Tancredi sul set. Lasciandomi andare. Sono consapevole, torno a ripetere, di non essere un attore, di non saper allenare i sensi connettendomi appieno col mio io interiore, come al contrario fanno gli interpreti consumati, e mi aspetto perciò anche critiche negative. Quando ho ricevuto questa proposta il mio primo pensiero è stato quello di non essere un peso alla scorrevolezza del film. Una zavorra a discapito della sua credibilità. Nella consapevolezza di avere gran parte dell’esito del film sulle mie spalle. Immagina in che stato d’ansia stessi dapprincipio. Nondimeno man mano ho maturato la decisione, ribadisco, affrontando la sfida della recitazione come se fosse un torneo di golf a tutti gli effetti, di imparare a coprire le magagne dovute all’inesperienza nelle vesti di attore. Sopperita, in parte almeno, hai ragione, dall’esperienza nelle vesti di golfista. Di cui mi sono servito non solo per lavorare come si deve su me stesso, ponendomi in uno stato d’apertura mentale ed emotiva per reagire in maniera spontanea alle circostanze che si vengono a stabilire sulla scena, ma pure per stare alla giusta distanza dalla macchina da presa. Percependo le inquadrature al servizio del personaggio sulla scorta delle indicazioni fornitemi da Maurizio Maria Merli alla regìa. Senza mai impallare la visuale dei macchinisti e degli operatori. Affinché tutto filasse in maniera fluida. Imparando ad adattarmi alle richieste che mi venivano fatte passo dopo passo, a rispettare la concentrazione generale prima d’un ciak, a lavorare quindi di squadra.
Ricordo che Gianluca Vialli, innamoratosi del golf una volta appesi gli scarpini al chiodo, prima di coniugare la vita all’imperfetto, per via della curva d’apprendimento graduale e dell’indispensabile componente mentale necessaria all’autocontrollo, sostenne che questo sport, diverso da quello del calcio in cui conta il carattere di squadra, fosse capace di unire la rilassatezza alla risolutezza d’imparare a conoscersi a fondo snudando il carattere del singolo. È stata anche questa la molla legata al golf che ti esortato ad affrontare la sfida della recitazione a viso aperto?
Non ho purtroppo avuto il piacere di conoscere Vialli. Che stimo molto come campione di calcio e come uomo. Ed è vero: il golf ti rilassa e, al contempo, ti mette a nudo. Come se si trattasse di una profonda terapia che nelle situazioni di alta pressione ti mette nelle condizioni di confrontarti con le paure più nascoste. E non hai modo di scappare. Le devi affrontare. Come pure gli stati di sopravvivenza legati a un passato a tratti fallimentare che invece si deve superare. Il golf mi ha insegnato che un colpo sbagliato non è la fine del mondo perché c’è sempre la possibilità di recuperare. Il principio cardine consiste nel fatto che ogni tiro che fai determina quello successivo. Succede la stessa cosa nella vita reale: ogni azione che compiamo non è isolata. Ma legata a un rapporto di causa ed effetto: crea le condizioni per l’azione da compiere successivamente. Ovviamente queste condizioni possono essere negative o positive. Unire effettivamente la rilassatezza mentale, indispensabile per mantenere la lucidità, alla risolutezza, nella consapevolezza che il colpo sbagliato non incide per forza negativamente su quello successivo se si utilizza l’opportuno self-take, significa rendere le condizioni positive per focalizzarsi, senza farsi condizionare da quelli deboli, sui propri punti di forza. La sfida maggiore, accettando le emozioni senza temerle, consiste nel mantenere sempre la stessa concentrazione, lo stesso estro, la stessa fantasia, la stessa sofferenza. Sono tutti elementi interconnessi. Come nella recitazione. La cui risoluzione passa attraverso la gestione della sofferenza. Che serve ad arricchire la profondità del personaggio da interpretare. Conta tanto pure l’equilibrio tra tecnica ed emozioni. La rilassatezza, che non c’entra ovviamente nulla con la mollezza, è dunque indispensabile per rimuovere le tensioni dannose e lasciare quelle utili. Che fungono da fondamentale stimolo.

Il personaggio di Tancredi, nel passato rievocato insieme ad Andrea Roncato nelle vesti dell’affabile padre di Stefano, ai voli pindarici nei luoghi del cuore vagheggiati nel sottotesto del film dal compianto guru Costantino ha preferito la concreta chance professionale offertagli dal soggiorno negli Stati Uniti. Che stimolo ti sei dato per lavorare sul personaggio di Tancredi rendendo verosimile il momento in cui inverte la rotta anteponendo al profitto lo spirito dello sport e dell’amicizia?
Non mi sono seduto sul divano di casa a pensare deliberatamente dopo aver letto il copione scritto da Maurizio Maria Merli su che tipo di lavoro fare sul personaggio di Tancredi. Non si è trattato quindi d’uno sforzo mentale a tavolino. O sul divano. Per unire, prima di cominciare, la rilassatezza alla risolutezza. Si è trattato d’un processo d’interiorizzazione graduale. Ho vissuto il personaggio di Tancredi inconsciamente prima di cominciare le riprese mentre facevo altro. Ha influito la consapevolezza che in ognuno di noi alberga una parte troppo impulsiva, oscura, un’ombra scalpitante che può agire senza calcolare le conseguenze. Personalmente ho sempre cercato di tenere a bada questa parte impulsiva che non si trattiene perché provengo da una famiglia importante. Titolata. Rispettata. Ed è stato per il rispetto che ho sempre nutrito nei confronti dei miei genitori e nell’osservazione dell’educazione impartitami che, pur imparando a conoscere questa sorta di lato oscuro ed estremamente impulsivo, senza reprimerlo, sono riuscito a evitare di esserne dominato. Il personaggio di Tancredi, al contrario, pur potendo beneficiare nella crescita di un insieme di fattori favorevoli dal punto di vista economico rispetto a Stefano al quale è mancato su tale versante un vantaggio oggettivo, ma a cui non è mancato un padre, che invece l’amico del cuore, pur facilitato a muoversi negli ambienti elitari, non ha avuto, alla forza interiore necessaria a tenere a bada il suo lato oscuro ha finito col preferire la caccia sistematica al successo economico. L’egoismo narcisistico al sano amor proprio. Andando incontro così a un impoverimento emotivo. Specie con la famiglia che si è creato, con una moglie che non ama e una figlioletta che trascura, prima che gli scatti la molla per voltare pagina. Per cambiare in meglio. L’adesione quindi nel cambiamento in questione, fondendo la mia identità comunque in gran parte diversa da quella di Tancredi all’identità del suo ruolo di finanziere abbrutito dall’aridità relazionale che confonde i suoi familiari in mere estensioni degli incessanti propositi di successo economico destinati a cedere il passo al ravvedimento, è passata attraverso la mia passione viscerale per il golf. Per connettere sul serio Tancredi, a differenza del quale pur coi miei limiti sono presente con le persone che amo a partire dalla mia famiglia d’origine sino ad arrivare a quella che mi sono creato, nella gestione delle emozioni riguardanti lo sport che ha praticato da ragazzo e che ha scelto in età adulta capendo che l’ossessione per il profitto ha dato vita al risentimento. Ho voluto avvertire sulla mia pelle questo risentimento, che non fa parte della vita reale che affronto giorno per giorno perché ho dato la priorità al valore della famiglia, cercando di compiere attraverso il golf, nel ricordo anche dei traguardi non raggiunti ma prefigurati, un atto d’onestà, se non altro, per rendere credibile la sua voglia di cambiare e suscitare sentimenti reali negli spettatori. Non spetta a me dire se ci sono riuscito. Ma di sicuro ci ho provato.
L’invito dell’autista di Tancredi, a metà strada tra il grillo parlante e l’angelo custode, a trovare lo swing perfetto è rispedito al mittente. I film sportivi ed esplorativi possono sottrarre il golf alle banalità scintillanti della propaganda e permettere agli spettatori ignari degli aspetti tecnici di capire che la ricerca dell’equilibrio non paga dazio all’enfasi di maniera?
Credo che lo spettatore vedendo questo film capirà l’importanza di accettare nella ricerca dell’equiilibrio l’impossibilità di raggiungere la perfezione nello swing del golf. L’equilibrio prescinde dal colpo perfetto. La cui ricerca ossessiva ti fa smettere di giocare. Anche perché nell’ambito d’una gara di golf i movimenti che portano la palla a destinazione in maniera spettacolare ed esemplare sono al massimo due o tre. Gli altri sono funzionali, perché ti permettono di rimanere in gara, o capaci, in virtù della combinazione di costanza ed efficacia, d’adattarti alla situazione sfruttando in modo consono le condizioni del campo e le tue caratteristiche monitorandole passo dopo passo. Ma la ricerca della perfezione, che può diventare controproducente, deve giocoforza cedere il passo alla funzionalità. Che garantisce, nella tenacia d’insistere, di rimanere in gara, di gestire e di cogliere il momento propizio, la ricerca autentica dell’equilibrio. Anche nella vita non si può stare sempre sulla breccia: un avvocato non può vincere senza battere ciglio tutte le cause. Né un manager chiudere ogni volta contratti milionari. Specie senza gestire i rischi e alternarne la gestione al momento in cui è possibile approfittare, nell’accezione buona del termine, della situazione. Capire quando è il momento di attaccare e quando è invece il momento di mediare rientra in una strategia situazionale che esula dalla saccenza di chi non conosce questo sport. L’Italia, d’altronde, è piena di fittizi commissari tecnici che seduti ai tavolini dei bar pontificano con saccenza sugli schemi da mettere in pratica nel gioco del calcio. Anche se all’atto concreto non ne capiscono nulla. Lo swing fa parte integrante di qualcosa che è dentro di te. Quindi quando qualcuno da fuori fa inutilmente il saputello al riguatdo rimetterlo a posto diviene naturale e sacrosanto. Stabilendo così man mano l’immersione dello spettatore a digiuno di golf in un mondo, basato pure sulla capacità di contemperare potenza e precisione insieme alla risolutezza di mettersi in gioco, che dapprincipio, visto da fuori, conosceva poco e niente. Ma nell’arco del film impara a conoscere. Dapprincipio per sommi capi. In maniera superficiale ed esteriore. In seguito profondamente. In modo interiore. Afferrando che non esiste un solo swing perfetto. Ma tanti funzionali e diversi tra loro.

Che, attraverso le specifiche fasi, da quella di salita in cui si accumula l’energia a quella di discesa nella quale viene scaricata per chiudere col giusto equilibrio, assembla alcune emblematiche sfumature. Ritenute materia di riflessione dal caddie sui generis Stefano. Le sfaccettature, nel percorso d’immaginazione prima ed empatica immersione fisica ma soprattutto mentale dopo della recitazione, mettono d’accordo pure cuore e cervello che a parere di Woddy Allen non si danno nemmeno del “tu”?
Il tempo è ancora nostro, chiarendo come col cuore si vorrebbe eseguire lo swing perfetto che in realtà non esiste mentre col cervello se ne predispone uno più funzionale e concreto, contribuisce ad allineare le emozioni insieme alla razionalità. Fermo restando che è possibile equipararli a due calamite che si attraggono, sancendo un’energia assolutamente positiva, per poi staccarsi di scatto. Cuore e cervello sono d’altronde poli opposti che si attraggono realmente. Ma è anche giusto che questa attrazione ceda spazio in seguito alla scissione. Per cui non vuoi sentire il tuo grillo parlante e scendere a più miti consigli ma vuoi fare quello che ti detta il cuore anche se irrazionalmente. Ed è bello anche quando é la riflessione ponderata ad avere la meglio. Il disallineamento in questo caso non genera necessariamente stress ma è sintomo di libertà e umiltà. D’una scelta compiuta col cuore senza farsi condizionare dal cervello e viceversa. Come quando, riflettendo sugli sbagli compiuti istintivamente, si chiede scusa. Le dinamiche tra cuore e cervello, così presenti nel film di Maurizio Maria Merli, attraendosi e respingendosi con forza, richiamano alla mente anche la procedura di avviamento di emergenza di un’auto con la batteria scarica che necessita d’un’altra auto carica. Durante l’operazione i poli opposti si avvicinano ma non si toccano mai. Ed è così spesso e volentieri che cuore e cervello si aiutano a vicenda. Ma è meglio che non si tocchino.
Sennò genererebbero un cortocircuito. Scompaginando la ripresa di funzionamento dell’impianto. Mentre quando si tratta di cinema il cortocircuito generato dalla fusione degli opposti è qualcosa degno di segnalazione. La romanità del tuo personaggio si va ad appaiare, essendo molto più sommessa, palmo a palmo a quella verace di Mirko Frezza. Quanto è stata importante per aggiungere umanità ricavando inconsapevolmente linfa dal concetto esibito da Wim Wenders in Così lontano così vicino?
La romanità, che fa parte indubbiamente di me ma senza mai prendere il sopravvento, esce fuori, come ogni ironia nascosta, quando serve. Se mi fossi subito messo a parlare in romanesco con il personaggio di Stefano interpretato da Mirko non sarei stato credibile. Sarebbe stato giustamente percepito come un segno d’ammicco esagerato. Il fatto invece che esce al momento giusto, dopo che i due amici dalle indoli, gli stili di vita, l’estrazione sociale agli antipodi si scontrano anche, e non immediatamente, quando s’incontrano, aggiunge credibilità all’umanità. Al messaggio celato contenuto nell’umorismo. Nel sarcasmo. Col quale l’ironia romana occulta le emozioni dolorose o le trasforma in oggetto di scherno, converte i momenti di tensione e di conseguenza la pesantezza in leggerezza. C’è una scena nel film che ritengo significativa sotto questo aspetto. Quando Tancredi, svegliandosi, dopo essersi addormentato insieme a Stefano sulla tomba di Costantino, gli dice: sei morbido. Come fosse un cuscino. E non un uomo indurito dalla vita. L’antifrase, il riferimento al contrario, il valore anche critico che mette alla berlina tanto l’assurdità di certe situazioni quanto l’imbarazzo a dover ammettere determinate fragilità rientrano negli atti di complicità dell’amicizia. È pure uno strumento psicologico, oltre che ironico, di cui è meglio, ribadisco, non fare un uso eccessivo. Bensì calibrato. Ma è pur sempre in grado di formulare una critica costruttiva. Mai aggressiva. D’altronde il personaggio di Stefano è un caddie che, a dir poco, esula dall’ordinario. Cammina scalzo. Non rispetta l’etichetta. Hai citato film decisamente importanti. Ne conosci d’altronde più di me. Però io sono legato alla visione del film La leggenda di Bagger Vance nel quale la persona incaricata di portare la sacca coi ferri dispensando saggi consigli al golfista impersonato da Matt Damon è uno straordinario Will Smith. Così ho detto a Mirko in maniera canzonatoria ma anche, sotto sotto, complice: “A Matt Damon è toccato come caddie Will Smith, a me Frezza”. Ci sono momenti in cui, a parte gli scherzi, s’invertono i ruoli. E sono io a motivare lui. Poi è di nuovo lui a farmi notare di essermi incastrato con un avversario irriverente, di essere caduto e di dovermi rialzare. L’ironia romana non cambia lo stato delle cose. Non le falsifica. Le mostra sotto un’altra luce.

Consentendo di reinterpretare il legame dell’amicizia di gioventù riconnessa nell’età adulta e scoprire aspetti diversi ed evoluti rispetto a quelli dispiegati all’inizio. L’intesa basata sulla condivisione e suggellata dal valore terapeutico dell’umorismo è corroborata tanto dagli sguardi d’intesa quanto da quelli di sfida. Sancendo la verità interiore gli sguardi di sfida ti hanno permesso di portare in scena una frizione degna di nota attinta alla vita reale?
Quegli sguardi di sfida fanno parte sia del personaggio di Tancredi sia del mio modo di pormi con gli amici quando so di stare dalla parte della ragione. Per cui sono disposto a passare pure alle vie di fatto per difendere con le unghie e con i denti il mio punto di vista legato al rapporto d’intesa che ha subìto flessioni preoccupanti. Per sopperire al loro sopravvento sono disposto ad arrivare alle mani, anziché usare la testa, e risolvere le controversie lontano dall’ipocrisia.
In un mondo nel quale abbondano persone false come i soldi del Monopoli, alla medesima stregua dei forti coi deboli e dei deboli coi forti, affrontarsi con una sana scazzottata è un modo diretto ed eminentemente onesto per chiarire le faccende rimaste in sospeso. La fisicità, insita in quegli sguardi, diviene nel film parte del dialogo?
Darsele di santa ragione nella vita reale e nei film che la riflettono sul grande schermo è una forma di comunicazione. Senza mezzi termini. Ma genuina. Perché i colpi scambiati, le botte che si danno e che si prendono, come anche l’incrociarsi degli sguardi di sfida, quando non eccedono chiaramente, non hanno nulla a ché vedere con l’astio. Non sono frutto dell’odio. Ma della voglia di comunicare. Di costruire, nonostante qualche incomprensione, un’intesa solida. Certo non tutto si chiarisce stringendo i pugni. Ci mancherebbe. Però quando i modi spicci si accompagnano al rispetto reciproco se c’è uno screzio e i toni si alzano, finisce là. Eludendo gli strascichi che tendono invece ad accumulare le tensioni. Il brutto è quando, con le tensioni accumulate irrisolte, subentra il silenzio.

Lo è quando diviene uno strumento d’allontanamento. Tuttavia bisogna tenere nella giusta considerazione il controcampo costituito dagli eloquenti silenzi. Che nel film Il tempo è ancora nostro esprimono il senso compiuto del racconto meglio dei dialoghi. A volte troppo esplicativi. Che valore attribuisci nella scrittura per immagini che riverbera appunto la vita reale e nell’effettiva vita reale all’attitudine a parlare con gli occhi?
Ti rispondo in maniera molto semplice: è una forma fortissima di comunicazione che vedo con i miei figli. Quando prendono decisioni che non condivido mi limito a guardarli esprimendo con gli occhi quello che penso. E mi rendo conto che l’ammonimento da genitore gli arriva molto di più rispetto a quando si urla o li si mette in punizione. Il silenzio punitivo, sprovvisto di spiegazioni, è un’arma micidiale per quanto riguarda la delusione legata all’assenza di parole e al tacito rimprovero. Per quanto riguarda l’aspetto positivo, al contrario dell’amicizia senza basi solide che si svuota sino ad arrivare, passo dopo passo, al silenzio, perché non c’è più niente da dire, l’attitudine, come dici tu, a parlare all’opposto con gli occhi costituisce senz’alcun dubbio un valore da custodire. Molto spesso sentiamo l’obbligo di dover spiegare tutto, per filo e per segno, con le parole. Invece il silenzio, quando è legato all’ascolto, diviene qualcosa quasi d’irrinunciabile. Ed è qualcosa che nel film Il tempo è ancora nostro prende piede quando l’intesa tra Tancredi e Stefano raggiunge l’apice.
Ed è per questa ragione che Mirko Frezza nel ruolo di Stefano dà il suo meglio nei piani d’ascolto. Attraverso la reazione mimica. Che stimoli ti ha dato sul versante della recitazione entrare davvero in confidenza con un attore che sembra strabordante ma in realtà lavora per sottrazione?
Con Mirko è nata un’empatia come se ci conoscessimo da un sacco di anni. Quando mi ha fatto conoscere sua madre dopo pochi minuti era quasi come fossi diventato un altro figlio di questa fantastica donna. Il set ha poi agito da catalizzatore dell’intesa stabilita prima. E con i suoi sguardi Mirko mi ha sostenuto anche quando non era in scena. È stato un supporto risolutivo. Che mi ha spinto a mettere in campo il mio modo d’intendere l’amicizia. La complicità. Oltre alla disciplina sportiva del golfista. Fatta di gestione della pressione, concentrazione e riflessività. Che tornano utili nella recitazione. La spontaneità di Mirko, la sua umanità, unitamente alla bravura nel levare tutto ciò che è artificioso mi hanno dato sicuramente grandi stimoli. Per non rimanere troppo rigido. E per non strafare. Mettendomi a nudo emotivamente. Le lunghe ore passate insieme sono servite a dare autenticità alle scene girate. Specie quella quando nei panni di Tancredi entro nella stanza dove Mirko nel ruolo di Stefano è seduto al centro della tavola all’interno della comunità di recupero dalla tossicodipendenza. Quando il drogato in crisi d’astinenza casca a terra la mia reazione di stupore è reale. Il regista non mi aveva avvertito per catturare la mia reazione naturale a qualcosa d’imprevisto. La paura di chi non fa l’attore di mestiere è di esagerare, caricando inutilmente le tinte, oppure di essere completamente asettico. Il mio sguardo, fortunatamente scevro da entrambi gli eccessi, voleva intendere: “Stefano che ci fai qua? Cosa sei diventato?”. L’amico d’infanzia di Tancredi caduto nella spirale della droga si protegge col sarcasmo. Si trincera nella comunità dove si sente qualcuno. È la sua confort zone. Fuori non si sente nessuno: ha paura di affrontare un mondo che non vede da vent’anni. Ha paura anche di riaffrontare il mondo del golf facendo il caddie. Stefano è consapevole che non implica svolgere le mansioni del semplice “portabastoni”. Il caddie non si limita ad asciugare la palle e a pulire le mazze: è uno stratega, un supporto, suggerisce i tiri da fare e perché. E per fare questo occorre la lucidità che Stefano ha perso e deve ritrovare. Ammiro la prova recitativa che Mirko ha fornito aderendo alla voglia anche di Stefano di rimettersi in gioco come caddie. Ci siamo frequenti tanto. E comunichiamo ancora coi messaggi tramite telefono. Nella consapevolezza che, anche se non c’è una frequentazione quotidiana perché non condividiamo più il set, nel rispetto dei reciproci spazi, l’intesa stabilita resterà. Ed è per me un motivo di gioia. Di cui vado anche fiero.
