Mondospettacolo incontra Christian Catanzano, regista de Il velo dell’essenza

Con la storia di Marco e Francesco, che vivono la propria adolescenza nella spensieratezza e nella libertà fino al momento in cui si trovano a dover far fronte all’arrivo e all’evoluzione della SLA, che colpisce uno dei due, Il velo dell’essenza è un cortometraggio che racconta quindi il rapporto tra due ragazzi messo a dura prova, appunto, da un mostro invisibile.

Una storia di amore e sofferenza che rappresenta il debutto dietro la macchina da presa per il giovane attore Christian Catanzano (la serie televisiva Il nome della rosa nel curriculum), che fa parte del cast insieme a Sabrina Marciano, Lorenzo Guidi, Giada Orlandi e Pino Ammendola e che abbiamo avuto modo di intervistare.

 

In quale momento hai deciso di girare Il velo dell’essenza?

Durante il primo lockdown, era un momento dove nessuno aveva potere, eravamo tutti rinchiusi e inermi cercando di fronteggiare una situazione più grande di noi; quello che più mi faceva male di quei giorni era sentire come i media parlassero solo di Covid, dimenticando le altre malattie e, di conseguenza, gli altri malati. Lì è nato il soggetto del Il velo dell’essenza. Volevo rappresentante il dramma della malattia, ma visto da occhi diversi: quelli di due ragazzi, quella tenerezza e, spesso, ingenuità che, crescendo, si perde volevo riportarla sulla schermo, cercando di racchiudere l’emozione della scoperta sdoganando qualche dogma societario che fatica ad essere ripulito. L’idea di girarlo si è concretizzata attraverso Fausto Petronzio, propietario della Cinema Casting, che, oltre ad avermi prodotto il corto, mi ha incoraggiato e spronato a girarlo. E, ogni tanto, ammetto che mi ha anche cazziato. Lo ritengo veramente un fratello maggiore artistico. Un altro tassello fondamentale è stato la conoscenza e il sodalizio artistico con Marco Testani, il direttore della fotografia, che ha saputo rendere in camera ciò che io avevo in testa. Abbiamo collaborato bene, studiando ogni singola inquadratura. Con la sua calma e temperanza ha gestito il reparto fotografia magistralmente tranquillizzando anche me nei miei momenti di ansia.

 

Sceneggiatore del corto è Antonio Lusci, che ha scritto Rabbia furiosa – Er canaro e che proviene dall’horror. Come mai hai scelto la sua penna?

Antonio Lusci prima di essere un grande sceneggiatore è un grande uomo, e nella stesura di un qualcosa di così significativo per me avevo bisogno, oltre che di una grande penna, di un’anima sensibile che potesse cogliere le sfumature di ciò che avevo in mente. Devo dire che Antonio ci è riuscito magistralmente, rispettando la mia idea, arricchendola e dandogli forma. Il fatto che abbia sceneggiato una pellicola horror non mi ha dato altro che piacere, essendo io un amante del genere, e questo suo background ha permesso di ottenere, nella scrittura, quel velo di mistero che mi piaceva rendere.

 

È stato complicato girare nell’anno della pandemia?

Sicuramente non è stato facile, ma, rispettando le regole ministeriali e con una buona dose di responsabilità comune, abbiamo portato a casa il lavoro. La pandemia non è stata un freno, ma un incentivo a far meglio, un monito ad essere più precisi, riducendo al minimo il margine di errore in tutti i reparti.

 

Come hai scelto il cast?

La scelta del cast è stata molto particolare, perché questo corto è un pezzo del mio cuore e, come tale, ho scelto di avere persone che, in un modo o nell’altro, hanno contribuito ad essere chi sono oggi. Pino Ammendola è stato mio insegnante. Vi assicuro che averlo sul set e dirigerlo è stata un emozione unica. Con Sabrina Marciano ho mosso i primi passi sulla scena quando ero poco più che diciottenne; poi c’è Giada Orlandi, che ormai è mia sorella, amica, moglie. Insomma, un pezzo di me e mi ha supportato e sopportato in tutta la preparazione del film. La storia di Lorenzo Guidi è un po’ diversa: mi è stato proposto dal mio aiuto regia. Inizialmente ero un po’ scettico, lo ammetto, ma mi è bastata una chiacchierata per capire che fosse la persona giusta.

 

C’è stato un momento, durante le riprese, in cui ti sei trovato maggiormente in difficoltà?

Sì. L’ultimo giorno eravamo tutti molto stanchi. Ammetto che io ho preteso molto in orari estenuanti. Mentre stavamo girando una scena di dialogo, purtroppo, c’era una bambina che giocava con un amichetta nell’appartamento al piano di sotto, e le loro simpatiche urla riecheggiavano in tutto il set. Questa cosa ha creato un po’ di tensione. Comunque, anche se c’è stato qualche attimo di panico abbiamo chiuso la scena ed è uscita anche molto bene.

 

Quali sono il film e il regista che preferisci?

Fare un solo nome è riduttivo, perché in realtà mi piacciono diversi registi per diversi motivi. Io sono un fan sfegatato di Martin Scorsese, Quentin Tarantino e Steven Spielberg ma apprezzo molto anche nomi italiani come Ozpetec, Sorrentino e Tornatore. Per me un domani poter lavorare con questi grandi maestri sarebbe un onore e un sogno. Come film posso dirvi che ancora oggi non riesco a non piangere davanti a E.T. – L’extraterrestre, a infervorarmi con Quei bravi ragazzi e Pulp fiction.

 

Come attore, in cosa ti vedremo prossimamente?

Diciamo che in questi mesi sto lavorando molto in diversi progetti, e sto per iniziare una cosa molto importante, ma, un po’ per scaramanzia, un po’ per contratto, non posso ancora rivelare nulla. Nella prossima intervista prometto di darvi tutti i dettagli.

 

Invece, come regista che genere di film ti piacerebbe dirigere?

Un bel thriller, sarebbe una sfida, essendo un genere che, se fatto bene, ti tiene incollato allo schermo; se fatto male, invece, ti fa addormentare in due minuti. Quindi, registicamente mi piacerebbe creare una pellicola che dia un climax di tensione verso un finale epico. Ma ora sto divagando, questo è solo un sogno…

 

Alex Cunsolo