I vincoli di sangue e di suolo restano anche nell’ultima fatica cinematografica del garbato ed eclettico regista salentino Edoardo Winspeare, Vita mia, gli assoluti catalizzatori d’un cinema identitario.
Fatto di volti, persone, crudezza oggettiva e sensibilità soggettiva. Come quella di sua moglie Celeste Casciaro nel ruolo della coprotagonista e che proprio insieme al regista abbiamo incontrato a Roma in occasione dell’uscita della loro ultima fatica, in uscita nelle sale cinematografiche il 9 Aprile 2026.
Celeste, in quanto esponente d’una recitazione imperniata sulla spontaneità di tratto, con la capacità di reagire in modo naturale agli stimoli forniti dal copione sugli scudi, rapportandoti insieme a un’attrice di rango internazionale della levatura di Dominique Sanda, avvezza a portare ad effetto un’ampia gamma di pregevoli sfumature ritagliandosi sin dagli esordi nel perimetro dell’inquadratura una presenza scenica impreziosita dell’interazione tra raffinatezza tecnica e grazia espressiva, hai pagato dazio a una sorta di sudditanza, da far tremare le vene e i polsi di Dantesca memoria, o hai colto la palla al balzo per ricavare linfa dallo stimolo garantito dall’avvicendamento di due approcci ai rispettivi personaggi a primo acchito diametralmente opposti tra loro?
Celeste Casciaro: Entrambe le cose. Mi sono senz’alcun dubbio tremate le gambe al pensiero di recitare a tu per tu con un’attrice talentuosa ed esperta come Dominique Sanda. Però una volta sul set è stato estremamente stimolante ed emozionante recitare insieme. Si è instaurato man mano un rapporto di reciproca fiducia e persino di complicità. I nostri personaggi non potrebbero essere più lontani. E anche noi abbiamo caratteristiche fisiche completamente differenti. Bionda, coi tratti aristocratici lei, il portamento elegante, lo charme da persona colta, lo sguardo misterioso, gli occhioni verdi. Io sono mora, ho gli occhi scuri, i tratti mediterranei. Siamo cresciute in ambienti, torno a ripetere, distanti l’uno dall’altro. Eppure alla fine ci siamo trovate benissimo. Riscontrando molti punti di connessione, dentro e fuori i nostri personaggi, che all’inizio certamente non si vedevano con chiarezza. La complicità che abbiamo stabilito un passo per volta è stata davvero un incentivo per dare sempre di più impersonando Vita, il suo amore per la famiglia, nonostante le liti all’ordine del giorno, la diffidenza iniziale, la ruvidezza, i pregiudizi, la predisposizione ad aiutare il prossimo quando lo ritiene giusto. L’ultima sequenza del film mi ha commosso sino alle lacrime proprio perché la nostra intesa, che sicuramente non si trova dietro l’angolo, era arrivata all’apice. Non si è trattata di un’intesa d’ordinaria amministrazione. Bensì d’una complicità impreziosita dai tocchi anche d’ironia e dalla consapevolezza, recitando, di remare nella stessa direzione.
Quanto contano, Edoardo, i silenzi eloquenti, cari a Robert Bresson, guru per antonomasia sul grande schermo del lavoro di sottrazione, svelto ai tempi a scegliere come propria musa l’allora giovanissima Dominique Sanda in Così bella così dolce, al fine di garantire al tuo schietto apologo sul senso d’appartenenza suggellato dalla solidarietà femminile un saldo antidoto contro la fittizia enfasi di maniera?
Edoardo Winspeare: Hanno un ruolo decisivo. Non per imporsi all’attenzione del pubblico e della critica con un colpo di gomito o un segno d’ammicco. Solleticandone il gusto. Bensì consentono ai film identitari, incentrati sulle radici, sulla connotazione del vernacolo, sugli usi, i costumi, le tradizioni di comunicare molte cose anche, se non soprattutto, attraverso il sottosuolo dei gesti. Tramite le occhiate. Per mezzo delle cose non dette. In mezzo a parecchie altre cose invece dette chiare e tonde. Spesso in maniera perentoria. Addirittura tranchant. I silenzi, gli indugi, le occhiate nascoste, tese però di soppiatto sino allo spasimo, danno alla concezione scenica una dinamica interiore avvincente tanto quanto le dinamiche esteriori. Forse di più. Poiché emanano un senso di mistero. Tutto da scoprire. Non a caso in Salento l’espressione non verbale ha una connotazione rilevante. Giacché si basa sul gioco mimico. Sui dubbi comunicati dalle sopracciglia alzate. Sulle spalle alzate anch’esse in segno d’indifferenza.

Che sfida è stata dal punto di vista identitario ed espressivo connettere questo telaio di corde ottiche sottese, correlate all’espressione non verbale, alla lingua vernacolare del Salento e ad altri cinque tipi di lingue mittle-europee?
Edoardo Winspeare: È stata una sfida ardua. Ma ricca di stimoli. Specie per un regista che attraverso i film esprime la sua opinione sul mondo che lo circonda. Mio padre ha radici anglo-americane. Mia madre, a cui devo l’ispirazione di Vita mia, ha radici mittle-europee. Io da ragazzino parlavo le composite lingue dentro casa e il dialetto salentino fuori casa. Con gli amici. Padroneggiando altresì la lingua dei gesti e del corpo. Che in Salento prende piede appieno attraverso la danza. Ho imparato soltanto in seguito a padroneggiare le parole piene della lingua italiana. Dopo essere stato negli Stati Uniti, in Germania, a Monaco di Baviera, per studiare cinema, ho fatto ritorno nel Salento. Per fare cinema raccontando il territorio dove ho trascorso i primi quattordici anni della mia vita. All’insegna della lingua del corpo e del vernacolo parlato da queste parti. Insieme alle lingue parlate nel nido domestico in famiglia.
La babele linguistica che funge da contraltare ai silenzi carichi di senso ti ha quindi permesso di chiudere il cerchio riuscendo ad accorpare il senso d’appartenenza al mondo salentino d’origine rurale al legame con quello nobiliare?
Edoardo Winspeare: Il poliglottismo riveste indubbiamente un ruolo basilare in Vita mia. Ed è vero, coniugarlo alla medesima stregua del vernacolo salentino, mi ha permesso, in un certo senso, di raccontare, mediante quella di Didi e Vita, la mia esistenza. Reinventandola. Accostando timbri severi ad altri rustici.
D’altronde sei abituato ad appaiare nei tuoi film stilemi in apparenza agli antipodi. Basti pensare a In grazia di Dio. Con la sobria efficacia del ruvido carattere d’autenticità frammisto a una sacralità del quotidiano eterea ed evocativa. Coinvolgere sul set persone di famiglia è stato un pretesto, come si dice a Roma, per andare a vela, senza accendere il motore, stringendo così la cinghia per ridurre al minimo i costi, o lo spirito ha prevalso sulla materia nello spingerti a fare di necessità virtù?
Edoardo Winspeare: Beh, Massimiliano, diciamo che ho unito l’utile al dilettevole. Con In grazia di Dio ho usufruito della prova recitativa assai spontanea sia di mia moglie sia della sua prima figlia. Alla quale voglio bene come se fosse mia. Adesso in Vita mia ad interpretare la madre dell’omonimo personaggio incarnato benissimo da Celeste c’è Anna. La vera badante di mia madre. Nel rifiuto d’ogni ghirigoro inutile, per rimanere ancorato alla realtà, reinventandola per carpire gli umori, gli stati d’animo variabili, le punture di spillo, gli incontri, gli scontri inquadrati da un’angolazione dinamica, risparmiare, il che non è male, preservando il carattere d’autenticità, consente ai personaggi, immersi nella solitudine, di giovarsi dell’illusione dell’avventura. Con lo stampo di classe agli antipodi accoppiato al gioco mimico.

C’è una scena particolarmente significativa che dà notevole rilievo ad Anna. Mi riferisco a quella contraddistinta dal ricorso alla correzione di fuoco da un soggetto all’altro in cui la madre franca di cerimonie di Celeste ghermisce nell’incrociarsi degli sguardi tra la figlia e il personaggio interpretato da Ninni Bruschetta gli altarini ai limiti della prostituzione da stigmatizzare in todo. Come hai conciliato la naturalezza con l’utilizzo tecnico del linguaggio cinematografico?
Edoardo Winspeare: Con In grazia di Dio mi sono servito della macchina a spalla per dare un ritmo vibrante al senso d’immediatezza a braccetto con dei momenti d’alta impulsività dovuti al ritorno alla terra obtorto collo del personaggio interpretato sempre da Celeste. Che, una volta chiusa la fabbrica di famiglia, deve mandare avanti la baracca senza andare troppo per il sottile. In quel caso i rapporti instabili, gli scompensi, i bisticci dialettici con la figlia che si rifiuta di portare a termine gli studi si prestavano ad amalgamarsi all’avvicendamento della camera a mano, dei movimenti invece fluidi di macchina, dell’interazione con la dimensione rustica, del dialetto salentino nella sua marcata ruvidezza e nell’assoluta naturalezza. L’impiego delle cinque lingue in aggiunta in Vita mia ha comportato un concepimento delle sequenze improntate più sul linguaggio cinematografico che sull’approccio naturalistico tout court. Anche perché Dominique Sanda si è cimentata a recitare in italiano. Con risultati in linea con le frenesie e le stasi che fanno da contrappeso all’incrociarsi degli sguardi, oltre alle parole in lingua e in dialetto, annodando le irruzioni nel quotidiano al viaggio in Transilvania. Dai risvolti sconsolati ai momenti concitati e di lieta condivisione. Dalle impuntature alle aperture vicendevoli. Dall’egoismo agli empiti di generosità.
In Vita mia intendi porre in risalto, come in ogni tuo previo film, che il “fragile impasto di sordidi vizi, colpevoli debolezze, splendide virtù” chiamato in causa da Luis Buñuel con L’angelo sterminatore riguarda ugualmente, a dispetto delle differenze di ceto e dei timbri antropologici ed etnografici ivi congiunti, sia la Transilvania sia il Salento?
Edoardo Winspeare: Sono contento che mi fai questa domanda. Perché ci tengo davvero molto a raccontare un territorio estraneo ai salamelecchi. Al buonismo di mera facciata. Sono al contrario ben felice di esibire attraverso l’attaccamento alle radici, culturali e familiari, alle dinamiche interiori ed esteriori, ai modi diametralmente opposti tra loro d’intendere l’esistenza, l’uniformità dell’animo umano. Al di là dell’adagio popolare, per cui tutto il mondo è paese, credo che scandagliando le modalità di educazione tra figli e genitori, i modelli di comportamento, lo sviluppo linguistico, le abitudini, le concezioni del mondo venga fuori sul serio, lontano dalle secche della retorica, la valenza della natura umana. Con le meschinità, i vizi, i difetti, le passioni, le marce all’indietro, le marce in avanti riguardanti gli slanci di generosità che, in fondo, sono gli stessi. A Timbuktu. Negli States. In Transilvania. Nel Salento.
La tua amicizia con Pino Zimba è servita, oltre ad amalgamare la bassa densità lessicale della lingua colloquiale con l’alta densità di quella aulica, dopo la sua dipartita, a continuare ad afferrare al servizio dei film girati nel Salento l’umana imperfezione legata a doppio filo al senso d’appartenenza stabilito dai vincoli di suolo e di sangue?
Edoardo Winspeare: Tieni conto che Pino ha chiamato Edoardo il figlio concepito a suo dire con la moglie nella casa di mio padre. Che era solito rispondergli, quando glie lo ricordava col suo modo di fare privo di filtri e indugi di alcun tipo, di non voler sapere cosa era successo nell’alcova. Con Pino che cascava dal pero senza afferrare cosa intendesse con alcova. Abbiamo collaborato bene insieme. Sebbene venissero a galla molte differenze in merito al senso di responsabilità. Al discernimento. Al comportamento. Ai tempi in cui ha recitato nel ruolo del protagonista di Sangue vivo col sottoscritto alla regìa, considerava la prassi educativa formale qualcosa di poco virile. Pino è stato encomiabile, sotto l’aspetto dei contenuti, sia come attore non professionista sia come musicista professionista, a rivitalizzare la danza identitaria ravvisabile nella Pizzica e l’identità popolare accoppiata al territorio. Anche se dissentivo da alcuni suoi comportamenti ai limiti dell’immoralità dovuti all’edonismo, al libertinaggio, alla tendenza a scialacquare i soldi destinati alla prole. Nondimeno sul piatto della bilancia tra i cali di personalità che comportavano una bassa empatia e la fragranza di vita equiparabile al battito colmo di grinta del tamburello predomina ancor oggi di gran lunga il ricordo d’un uomo sanguigno, ruspante, anche trascinante, strenuo seguace del tarantismo. Un fenomeno magico. Una specie di cortocircuito che ricorderò per sempre. Facendone tesoro.

I corti circuiti surreali, correlati alla cruda contemplazione del reale, costituiscono, al pari del valore terapeutico dell’umorismo, degli input in grado d’innescare gli esami comportamentistici legati al bisogno di credere in ciò che non si vede a costo di apparire bizzarri?
Edoardo Winspeare: La gente buona d’animo crede anche in ciò che non si vede. Che non si tocca con mano. Che non frutta profitto immediato. La fede consiste appunto nel credere al di là della materia. Della convenienza. E il valore terapeutico dell’umorismo, come lo chiami tu, di cui Pino era provvisto a iosa, serve ad andare oltre tanti musi lunghi, a trascendere i timori serpeggianti, a scorgere nella solidarietà una soluzione, a sconfiggere con l’ironia e con l’autoironia la frustrazione. Ed è per questa ragione che serve stare coi piedi per terra ma anche dilatare di quando in quando gli spazi dell’immaginazione, evadere dalla costrizione, salvaguardare la dignità, il senso d’appartenenza, la forza significante degli incontri e degli accordi, al posto degli scontri e dei disaccordi. È così che continuo a credere, benché sopraggiunga ogni tanto qualche dubbio, in Dio. E nella bontà d’animo. Una cosa che non c’entra nulla col buonismo. Giacché indice, viceversa, di perseveranza. D’abnegazione.
“Mostrare il lato oscuro del Male per poter mettere in luce il lato luminoso della Virtù”, citando David Wark Griffith in Nascita di una Nazione, ha ridotto all’osso le possibilità di sbancare ai botteghini coi tuoi film incentrati sulla componente identitaria?
Edoardo Winspeare: Metti il dito nella piaga. Se mostrassi solo ed esclusivamente il fascino del male anziché l’emblematica banalità, se puntassi i fari su una falsificazione romantica della criminalità, del banditismo, invece di pronunciare con la scrittura per immagini inni ai legami con la terra, all’attaccamento alla famiglia nella sua accezione più sana, a dispetto dei punti di vista divergenti e dei mille accapigliamenti, otterrei sicuramente maggior successo al botteghino. Poiché il pubblico che non vuole spremersi le meningi preferisce veder distorcere sul grande schermo, nel buio della sala, la percezione sociale. Un conto sono i difetti racchiusi nella fatua necessità di apparire e un altro paio di maniche è la prepotenza patriarcale per esempio associata al territorio che porta a corrompere, come ho mostrato in Galantuomini, l’animo femminile. In Vita mia esibisco ed esploro viceversa due donne diverse per cultura ed estrazione sociale. Ma simili nel voler anteporre all’inane lealtà alla mascolinità patrilineare la gestione emotiva di figure femminili rinfrancate dal confronto tra culture agli antipodi e sensibilità simili. Allineate dall’amore per il territorio d’origine e dall’affetto crescente per i luoghi sconosciuti divenuti palmo a palmo familiari.
La geografia emozionale, Celeste, intesa come l’attitudine dei territori eletti a location di condizionare il modo di agire dei personaggi, ti ha fatto sentire il personaggio di Vita in un’ottica che esula dall’ordinario?
Celeste Casciaro: Siamo andati a visitare la parte della Transilvania destinata a divenire location prima dell’inizio delle riprese. Ne sono rimasta stregata. Specie per quel che riguarda questo piccolo villaggio rurale conosciuto nell’ennesima vacanza strana fatta per acclimatarci nella natura incontaminata del safari faunistico in Transilvania. Che Edoardo racconta con sagacia. Giacché nel villaggio di Valea Zălanului vige un’atmosfera d’altri tempi. Un quadro rurale, con le galline sparse dovunque insieme ad altri animali da cortile, le strade sterrate, le case colorate, le api che ronzano attorno, il paesaggio pittoresco, i greggi, i pascoli, il bosco limitrofo, dove s’aggirano pare gli orsi come quello così importante nei ricordi di Didi, i pali con nidi di cicogna.
Edoardo Winspeare: Sono valori genuini trasmessi appunto di generazione in generazione. Costituendo un legame speciale con la terra, con l’impronta agricola e pastorale. Ed è un trait d’union coi miei luoghi del cuore in Salento. Da Tricase, in cui la mia famiglia si è trapiantata, a Leuca. A Castro.
Celeste Casciaro: È per questa ragione che Celeste a tavola coi parenti di Didi abituati a parlare tante lingue, ad avere il piglio autoritario, erede di un’élite intenta a difendere i propri privilegi, si sente spaesata. Come dentro un film. Poi la natura circostante, all’esterno, la fa sentire come a casa. In un certo senso. Ed è una sensazione strana.
Edoardo Winspeare: Da una parte infatti Vita assiste a un mondo che le sembra separato da un vetro. Dall’altra questa specie di spersonalizzazione cede il passo alla realizzazione che i ritmi antichi del paesaggio pittoresco della Transilvania hanno qualcosa di estremamente ed eminentemente personale.
Si può quindi dire che hai catturato attraverso lo sguardo di Vita dinanzi alla scoperta dell’alterità il passaggio dalla derealizzazione, intesa come l’alterazione della percezione dell’ambiente circostante, alla realizzazione che davvero tutto il mondo è paese?
Edoardo Winspeare: Certamente. Si può dire così. È normale che Vita avverta una sensazione di spaesamento, come se fosse separata da un velo, di fronte a una società, una famiglia, riunita a tavola all’insegna del poliglottismo. Ed è l’ordine naturale delle cose che invece si respira attorno al villaggio, con l’esempio iconico di un’Europa ricca di tradizione, attaccata alla terra, dove risiede la maggiore popolazione di orsi bruni del Vecchio Continente, a fungere d’esempio. Con le diverse comunità, ungheresi, rumene, tedesche che costituiscono una significativa ed empatica crocevia di cultura.

È un esempio quindi pratico di biodiversità e di conseguenza si presta, preservando l’esistenza rurale, a suggellare pure l’invito alla tolleranza?
Celeste Casciaro: È qualcosa che si respirava nell’aria. Ribadisco: sin dalla vacanza strana ma bellissima, in cui il contatto col villaggio in questione, con la razza rustica, con la cultura secolare, con la vita che scorre secondo ritmi naturali, scalda il cuore. Mettendoti, una volta sul set col villaggio che diventa location, nella condizione di tirar fuori nell’interpretazione tanta verità. Fatta di alti e bassi. Di slanci realmente sinceri.
Aderendo alle ubbie e agli slanci di Vita, alla stregua dell’Adele di In grazia di Dio che mette energicamente i puntini sulle “i” con la figlia, sangue del tuo sangue pure nella vita reale, hai attivato un processo d’immedesimazione tale da portarti a casa il personaggio?
Celeste Casciaro: Con In grazia di Dio gli scontri con mia figlia mi facevano vivere tantissimo il personaggio. Arrivando a stare male per quegli scontri che riguardavano l’immedesimazione nella messa in scena. Con Vita mia quando il personaggio della coprotagonista salentina si scontra con quello interpretato da Ninni Bruschetta, che raschia il fondo del barile e pesca nel torbido rubando di nascosto all’anziana Didi un oggetto dal valore sentimentale inestimabile, arriva ad un alterco vero e proprio. Che Edoardo ha preferito non filmare per intero. In quel caso, raggiungendo la sostanza del racconto grazie alla sua capacità di togliere il superfluo per andare al sodo, a quello che conta, non si trattava di recitare quell’emozione, che riguarda l’indignazione di Vita per il torto fatto a Didi da parte di questo avvocato da strapazzo incurante del valore dei ricordi: quell’emozione l’ho provata autenticamente. E la sento ancora sulla pelle.
Il ballo è un elemento distintivo dei film della tua dolce metà. Da Sangue vivo con la danza della Pizzica alla seduttiva ancheggiata a suon di musica di Donatella Finocchiaro alias Lucia Rizzo in Galantuomini. Con Vita mia il ballo in famiglia che spinge la ieratica duchessa Didi ad abbandonare l’austero aplomb ha contribuito a cogliere ulteriormente di sorpresa l’esistenza sul set suggellandone l’autenticità sul piano recitativo?
Celeste Casciaro: La famiglia di Vita è disfunzionale per molti versi. C’è un fratello disabile. Una sorella agguerrita. Allergica alle pose aristocratiche. Una madre che non le manda a dire. Si discute. Si lotta per arrivare a fine mese. Ce ne diciamo spesso di tutti i colori. All’inizio fare da badante a Didi non è una passeggiata di salute. Hanno idee inconciliabili. Vita accusa Didi di non sapere davvero cosa significa rimboccarsi le maniche. Quando però sente il dolore di questa donna avanti con gli anni le cose cambiano. Sentendo così quello che sente il personaggio, grazie anche alla bravura registica di Edoardo nel veicolare dietro la macchina da presa gli automatismi quotidiani e una solidarietà femminile che emerge poco a poco, questa verità, anzi questo atto di verità, si espande nel momento del ballo. Che, hai ragione, trova uno spazio sempre importante nei nostri film. Nel caso di Vita mia il ballo in famiglia che strappa un sorriso bellissimo a Didi trasforma ancora di più la finzione in realtà. Le famiglie tradizionali sono così.
Il sangue si mastica ma non si sputa: l’attaccamento alle radici aggregato al ballo in famiglia suggella un’atmosfera di condivisione?
Celeste Casciaro: Sì, Massimiliano. Ed è stato molto bravo Edoardo a catturare con la macchina da presa questa atmosfera di condivisione familiare. Profondamente sentita da lui come persona ancor prima che come regista e come autore. In quanto è educato, formale, gentile, estraneo ai modi grezzi di chi dice sin troppo pane al pane e vino al vino, ma è anche estremamente sincero. Specie nell’unire il ballo improvvisato nelle mura domestiche, in terrazza, al contesto festoso d’una famiglia imperfetta certo. Però vera. Ed è quello che alla fine conta maggiormente.
