Mondospettacolo incontra Emanuela Rossi, regista di Buio

Nonostante non sia certo facile da gestire l’omonimia con l’avvenente e talentuosa doppiatrice romana, storica voce di Michelle Pfeiffer, la regista Emanuela Rossi, insieme al dono della pacatezza, ha carattere da vendere. Lo ha dimostrato nella fiaba dark, sin dal titolo, Buio.

Visibile in streaming, nella sala virtuale di MYmovies, e ritenuto profetico dalla stragrande maggioranza della critica in virtù dall’evocativa maschera antigas indossata da Valerio Binasco nel ruolo di un Padre Padrone costretto poi a fare i conti con la più indomita delle sue figlie. Dapprima soggiogata dall’empia egida genitoriale. Ed è, al di là della maggior efficacia, per chi scrive, dei silenzi carichi di senso rispetto alle parole pronunciate dai personaggi, l’egemonia dell’animo femminile sull’inane femminismo e dell’umiltà sulla condanna dell’umiliazione ad aggiungere qualcosa di davvero inedito agli scenari apocalittici e ai falsi allarmi. Impreziositi dal carattere d’autenticità legato alla virtù di coordinare diversi fattori espressivi appresa alla Dams di Bologna. Emanuela Rossi, oltre allo studio della storia del cinema, ha scandagliato la verità sostanziale dei fatti svolgendo il mestiere della giornalista. Dietro la macchina da presa ha poi unito il valore dell’immaginazione al senso compiuto della corretta informazione.

 

Il senso del film è comunicato, a parer mio, meglio dalla scrittura per immagini rispetto alle parole piuttosto esplicative. Sia pure pronunciate ad arte da un attore estremamente carismatico ed esperto come Valerio Binasco. Bravissimo a comunicare con lo sguardo. Ha esercitato l’ascendente del grande interprete su te che eri chiamata a dirigerlo?

Possiede il fascino dell’intellettuale nell’accezione migliore. Dell’attore di teatro che padroneggia i versi shakespeariani e ha, concordo con te, qualcosa di particolarmente carismatico nello sguardo. Sono felice di aver usufruito come regista di un uomo di notevole mestiere disposto a mettere il proprio fascino, tipico delle persone d’una volta, di cui si è perso davvero lo stampo, al servizio di Buio. È stato un lavoro difficile ma molto stimolante poterlo dirigere. Mi è servito molto.

 

Il lavoro di sottrazione sembra starti molto a cuore. I maestri dell’antiretorica sostengono che più si leva al visibile, più si aggiunge all’invisibile. La rimozione è l’elemento invisibile che vuoi svelare?

Questo tipo di film non l’avrei mai fatto se non fosse stato per mia figlia Costanza. Lei ha dieci anni e le ho letto molte favole privilegiando quelle arricchite dalle illustrazioni in grado di accendere la fantasia dei bimbi. Certe letture, sia pure in maniera inconsapevole, costituiscono il punto di partenza sotto l’aspetto dell’ispirazione. Il sottotesto presente nei libri per l’infanzia è oggetto di profonda ispirazione. E quindi, torno a ripetere, di riflessione. Quei testi incutono timore. Per certi versi il valore dell’immaginazione è unito al batticuore e all’intrinseco orrore.

 

Non ho mai dimenticato la sensazione che mi trasmettevano quando ero bambino le fiabe pre-registrate tipo Hänsel e Gretel. Le ricordi?

Come no, Massimiliano. Con la canzone A mille ce n’è. Impossibile da dimenticare.

 

Erano pubblicate dalla Fratelli Fabbri Editori. Basta, citando la parte finale della canzone sulle fiabe da narrare, un po’ di fantasia e di bontà ed è giusto perciò rimuovere il male dandolo per intendere?

Bella domanda. Il lavoro di sottrazione certamente l’ho adottato a livello stilistico per pescare dalle favole che provengono dalla Notte dei Tempi senza cadere nella ridondanza. Sia per quanto riguarda il candore infantile, che a forza di enfasi può essere preso per un espediente puerile, sia per quel che rientra nell’elemento sinistro. Come lo hai giustamente definito. Si tratta, sin dall’ispirazione, di qualcosa di ancestrale, di profondo e oscuro. Ed è là che ho preferito lasciare intendere diversi indizi relativi alla trama, e al motivo per cui pensando ai miei timori da mamma per Costanza in merito ai pericoli connessi al clima, all’ambiente, all’ecosistema, ho sviluppato una trama dando spazio alla fantasia. Incentivata da quel deposito di sgomento riposto nelle fiabe. Per cui l’anelito di speranza finale conta tanto. Immaginare un contesto nel quale il capofamiglia tiene segregate le tre figlie affermando di farlo per proteggere dal mondo esterno richiedeva una forma di mistero e al contempo di pudore. Per lasciare all’immaginazione degli spettatori il compito di trarre alcune conclusioni. Evitando di calcare la mano in tal senso.

 

L’immagine della figlia con la mascherina sul volto che passa l’aspirapolvere nella casa-bunker, quantunque certo non pensata in previsione futura, sembra quasi lo specchio dei tempi che stiamo vivendo. Per capire, ed ergo vedere meglio, l’origine dei motivi d’inquietudine bisogna immergersi nel buio?

La dinamica tra visione e cecità implica la rimozione. Che necessita del lavoro di sottrazione. Il passato, nella trama di Buio, è rimosso. Si tratta fondamentalmente di un racconto di formazione che evolve verso la visione di Stella, la figlia maggiore, capace così di acquisire il giusto grado di consapevolezza. Per me era importante creare un senso d’attesa. Al di là delle chiavi di lettura psico-analitiche. Altrimenti sarebbe sopraggiunta la noia.

 

Si può quindi mostrare l’alienazione senza alienare gli spettatori?

Bravo! Esattamente. Soprattutto perché alla fine Stella esce dall’alienazione.

 

Ed è lì che è entra in gioco, nelle battute finali, il monito di speranza. Tornando all’alienazione, al centro degli apologhi esistenziali di Antonioni, fa poi pencolare la trama verso il timbro figurativo eletto a timbro introspettivo. Il leitmotiv dei rumori sinistri, ravvisabili in alcuni insistiti cigolii, toglie o aggiunge all’etica umanistica di fondo?

Pensa se questa pandemia prendesse una piega ancora più tragica ed estrema. Perché in fondo ancora ce la caviamo. Una fase 1 che prosegue a oltranza spaventa, inquieta, suggerisce ipotesi alienanti appunto. L’alienazione indica l’incapacità di comunicare. Quantomeno nel modo in cui eravamo abituati. Il padre, sbagliando, vuole che le figlie si adattino allo stravolgimento. Che non lo temano. Che reagiscano. Per questo le allena. Le pungola.

 

Sembra quasi il padre di Lady Oscar. Avrebbe voluto dei maschietti. Oltre a celare l’orrore più atroce, commesso ai danni della figura muliebre, che ha messo al mondo le incolpevoli creature, gli stilemi del cinema commerciale li hai usati per cogliere l’aura contemplativa?

Ho voluto sfruttare gli elementi del genere per esprimere una mia idea sul mondo, trasfigurandola come autrice. In quanto i cigolii, i rumori sinistri, l’abitudine a scrivere con la luce, grazie all’abilissima fotografia, danno forza significante all’alienazione che attanaglia le tre sorelle.

 

Piccole donne in una fiaba dark, Emanuela?

Senza alcun dubbio. Ho tenuto nella giusta considerazione la parte intellettuale che riguarda l’aspetto oscuro della fiaba per dar vita a un incubo privato. Ad appannaggio però pure della collettività. Ma, al di là del vigore figurativo e rappresentativo della messa in scena, l’affetto nei confronti di queste ennesime piccole donne per me autrice è stato basilare.

 

Woody Allen in Crimini e misfatti sostiene che, per quanto lo riguarda, cuore e cervello non si danno nemmeno del tu. Per te sono amici?

Ma penso proprio di sì. È importante afferrare la poesia. Capirla. Anche quando spaventa. Però occorre, oltre che capirla, sentirla. Il soffocamento patito dalle piccole donne nella fiaba dark, come le hai ribattezzate tu, è indice di sofferenza. Quando si ribellano e reagiscono a questa sofferenza, interviene l’emozione.

 

L’inquadratura statica dell’altalena che dondola, con il rumore impressionistico attinto al montaggio delle attrazioni di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, segna la svolta dell’intera faccenda?

Da lì comincia l’inversione di tendenza: Stella non accetterà più imposizioni da parte del padre dominatore e ingannatore. Paolo Amici, il bravissimo sound design, lì per lì era perplesso dello stravolgimento impressionistico e metaforico che volevo imprimere al rumore di quell’altalena. Poi ci siamo intesi. Ed è stata una collaborazione che mi ha fatto realmente felice.

 

Il Padre nel tuo film esorta le figlie a rivolgere un pensiero a colui che tutto vede e tutto ascolta. Vuoi dare a intendere tra le righe, visto che il genitore dominatore fa leggere alla carne della sua carne i versi dell’Apocalisse, quanto sia fuorviante scambiare l’Onnipotente misericordioso del Nuovo Testamento con quello autocrate del Vecchio?

Assolutamente. Risposta affermativa. Questo tema è presente in Buio. L’elemento arcaico, che contempla la punizione nell’ammaestramento dei precetti religiosi per ottenebrare la mente delle piccole donne dominate dapprincipio, prende molto spazio a inizio film. Anche la carica fantastica mi serviva per oltrepassare i significati altrimenti scontati che lo attraversano. L’Occhio del Dio misericordioso del Nuovo Testamento, che hai individuato nell’epilogo, con la ripresa dall’alto, si va ad amalgamare alla visione dell’esistenza dell’ormai rediviva ed energica Stella. È un momento in cui Dio fa una cosa bella per lei e per le sue sorelle. Mentre il neo conservatorismo pesante cede spazio sul finale alla breccia aperta dalla speranza.

 

Chi sono i tuoi numi tutelari tra i grandi autori da cui hai tratto partito?

Yorgos Lanthimos sicuramente. Per come tratta il tema della famiglia in Kynodontas. Credo che sia pure abbastanza evidente. Se non altro nell’apparente anomalia per un autore avvezzo come hai sottolineato tu all’aura contemplativa di trasformare gli elementi di presa immediata del cinema commerciale come materia d’ispirazione. Sulla falsariga di quanto ha fatto prima Jacques Tourneur.

 

Buio, a parer mio, richiama alla mente I pugni in tasca di Bellocchio, che però colpiva più allo stomaco che al cervello, e a tratti i film shocker tipo Pyscho di Hitchcock. Il supporto fornitoti dall’illustratrice Nicoletta Ceccoli è servito al pari dell’esempio dei nobili antesignani per contemperare lo spettacolo accigliato e quello fantastico?

In primo luogo, sebbene abbia trovato molto rivelatori horror particolari come Lasciami entrare di Tomas Alfredson, condivido quanto affermi su Bellocchio e Hitchcock. Bisogna colpire al cuore e al cervello. Ma pure allo stomaco. Lo shocker, come concetto, è un ulteriore tassello del veicolo di terrore, calma straniante e stupore fiabesco. Lo stesso stupore che mi aveva procurato nella visione una mostra di Nicoletta Ceccoli (qui sopra, una sua opera, nda). È un’artista straordinaria che riesce ad animare il mondo della fiaba. I suoi disegni mi hanno comunicato quel certo non so che. Impossibile da descrivere a parole. Lei ha risposto: “Ok, utilizzali”. Ed eccoci qua. Certamente sono stati gli elementi decisivi. Soprattutto per scandire le varie fasi del racconto di formazione.

 

È stata un’affinità elettiva?

Ma sì. Un’affinità certamente.

 

Massimiliano Serriello