Il Vangelo di Giuda, nelle sale cinematografiche dal 2 aprile 2026 nel giorno del Giovedì santo che commemora, insieme alla lavanda dei piedi degli apostoli per mano di Gesù Cristo e all’Ultima Cena, l’interazione tra sacerdozio ed Eucarestia, ha permesso a Giulio Base di salvaguardare nella massima misura in cabina di regia il punto di convergenza tra diverse polarità.

Compresa la dipartita del Redentore e del traditore per antonomasia. Approfondito in un apologo sul rapporto tra fraintendimento e svelamento con Darko Perić nel ruolo di Pietro, il pescatore nato Simone, divenuto la roccia su cui venne fondata la Chiesa.


Giulio, sin dai tempi di Poliziotti, dai notevole spazio alla correzione di fuoco e all’idonea capacità di scrivere con la luce. Il contributo ricevuto in tal senso dal direttore della fotografia Giuseppe Riccobene ti ha permesso, oltre a massimizzare sotto l’aspetto della forza emotiva l’impatto visivo delle sequenze chiave, come la restituzione dei trenta denari, anche di conferire all’intero apologo sul rapporto tra fraintendimento e svelamento gli opportuni contrasti chiaroscurali?

Giulio Base: Ti sono grato per la domanda. Perché mi dai pure modo di ringraziare Giuseppe Riccobene col quale collaboro in piena sinergia da molti anni. E hai pienamente ragione: ci siamo spinti oltre, in un certo senso, ma per una ragione semplice. È un film girato prelevamente in soggettiva. Gli occhi di Giuseppe sul set erano quelli di Giuda. Nonostante ci fosse la controfigura di Giuda. Impersonata dal sottoscritto. Siamo diventati quindi un corpo “unicum”. Abbiamo quindi proceduto uno accanto all’altro ad approfondire questa ricerca cromatica che hai giustamente rimarcato. Fatta di bianco e di nero. Tant’è vero Gesù è vestito sempre di bianco. E Giuda sempre di nero. È la cosa che balza più agli occhi. Si tratta chiaramente d’un gioco di confronti tra elementi opposti. E senza alcun dubbio i contrasti chiaroscurali hanno rivestito un ruolo d’indubbio peso per dare ordine e senso a un film che indaga sul sacro, ma anche sull’ignoto, sul mistero del tradimento. E il confronto frammisto ai contrasti affonda le radici nel libro di Giobbe. Col confronto tra giustizia divina e giustizia umana. Col contrasto tra il caos personale di Giobbe dovuto al dolore e l’Ordine del Creato stabilito da Dio. Tuttavia, per avvicinarci più ai nostri giorni al di là dei testi sacri, basta altresì pensare alla riflessione sulla dualità svolta da Robert Louis Stevenson con il romanzo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde. Per chi ci crede anche il contrasto comparativo tra Yin e Yang rimarca l’importanza della complementarietà dei confronti speculari agli antipodi. Nondimeno, al pari dell’analisi del lato luminoso, del lato oscuro, dell’alter ego, dell’idea di complementarietà, la dinamica cromatica stabilita con un corpo “unicum” insieme a Giuseppe e all’operatore è servita altrettanto a supportare, sia attraverso la percezione immediata dell’immagine sia mediante quella più soffusa, le sfumature associate ai passaggi graduali tra tonalità composite e apposite gradazioni d’intensità.


Per collocare però con la debita solerzia il punto di convergenza della qualità ottica ed espressiva tra prospettive attinenti e controcampi divergenti hai optato per una visuale scevra da risoluzioni roboanti?

Giulio Base: Il film è tutto fatto in trentadue millimetri. Che riflette la visuale umana. Per gestire la gamma cromatica, gli zoom, i grandangoli contestualizzando i personaggi coi diaframmi debitamente aperti nell’ambiente in cui sono collocati. Per me è stato di vitale importanza restare fedele all’angolo di campo conforme alla visione umana. Guardandomi bene da qualsiasi tipo di risoluzione ed estensione differente.

Photo credits: Nicolò Monterotondo


Unendo appunto rigore ed emozione il lavoro di sottrazione d’ascendenza bressoniana ti è servito anche ad accrescere il mistero legato al tradimento di Giuda?

Giulio Base: Lo scopo era esattamente quello. Esplorare il mistero per mezzo della sottrazione. Puntando sulla tecnica, unendo come hai detto te rigore ed emozione, per coinvolgere gli spettatori in un film dove il ricorso a fronzoli od orpelli vari è bandito al fine di renderli testimoni della successione degli eventi. Visti tramite la visuale umana e quindi fallibile di Giuda.


Darko, tu come attore sei unanimemente associato al successo della serie televisiva La casa di carta. Come ti sei trovato con un regista con le idee chiare come Giulio che sul grande schermo al successo al botteghino antepone l’attitudine a dire la sua governando diversi fattori espressivi ivi compresi il gioco fisionomico e il linguaggio del corpo degli interpreti?

Darko Perić: Per me è stato un grande onore lavorare con Giulio. È un piacere essere diretti da un regista come lui che mastica cinema. Che conosce tantissimi film. Che, oltre al mestiere del regista, conosce in prima persona il lavoro dell’attore. Perché egli stesso è un attore. E soprattutto un autore con le idee realmente chiare. Io lavoro nelle grandi produzioni. Però sono sempre stato un appassionato del cinema d’autore. Ricordo che quando per la prima volta ho visto Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini ne sono rimasto stregato. Allo stesso modo mi stregò l’espressione autentica e ribelle della musica punk. Io d’altronde provengo dalla cultura punk.


Ed è stata un’esperienza punk, foriera d’autenticità e d’anticonformismo rispetto alle grandi produzioni del piccolo schermo, quella che hai vissuto sul set di questo piccolo film realizzato per il grande schermo?

Darko Perić: È stata innegabilmente un’esperienza punk. Diversa dal solito. Girando in Calabria. D’estate. Con temperature di 44-45°C. Con indosso i costumi degli apostoli. Spostandoci in lungo e in largo. Come degli homeless. Davvero un’esperienza straordinaria. Non ho ancora visto il film. Ho visto solo il trailer. Ma quando ho sentito i riff di chitarra… Wow! E poi le immagini che richiamano alla mente i capolavori di Pasolini. Non sono un esperto. Ma la sensazione è quella. Quando ho sentito la voce fuori campo di Giancarlo Giannini di cui sono un fan accanito – Mimì metallurgico ferito nell’onore diretto da Lina Wertmüller con lui protagonista è il mio film preferito – ne sono rimasto definitivamente entusiasta.

Photo credits: Nicolò Monterotondo


L’avvicendamento tra suono in presa diretta e suono simbolico, che raggiunge l’acme con lo stridore delle monete lanciate sul muro del Tempio da Giuda in preda al rimorso, ti ha spinto, Giulio, a suggellare l’autenticità senza rinunciare alla spiritualità?

Giulio Base: Assolutamente sì, Massimiliano. Ho lavorato a stretto contatto col microfonista e con gli esperti del suono in presa diretta dandogli le indicazioni necessarie ad amalgamare realismo ed evocazione. Oltre ché sottrazione e immaginazione. I nostri sforzi congiunti sono stati orientati a catturare l’atmosfera reale venutasi a creare sul set. Consentendo alla tecnica di registrazione di ghermire il vento delle fronde, il passo degli apostoli, lo scroscio dell’acqua quando Gesù Cristo e gli apostoli attraversano i fiumi. C’è stata una ricostruzione minuziosa pure per far combaciare ogni singola battuta pronunciata fuori campo da Giancarlo Giannini, l’attore preferito di Darko, alle immagini. Si è trattato del lavoro più complesso ed estenuante. Per rimanere ancorati alla sottrazione, che hai chiamato in causa a buon diritto, eludendo l’effettone per suscitare meraviglia. Resta in attivo, insieme all’azione ridotta del perpetuo viandare al posto dell’ennesima narrazione frenetica avvezza alla mera spettacolarizzazione, una fulgida suggestione sonora. In grado di trasmettere la sensazione dell’avventura che pervade l’andamento girovago dei seguaci di Gesù. In quest’avventura ho cercato di raccontare la maggiore realtà possibile. Mettendo gli attori nella condizione di vivere le stesse esperienze, nell’illusione dell’avventura, nel tragitto all’aria aperta, coi bisogni fisiologici espletati sotto le stelle secondo l’ordine naturale delle cose, che vivono i personaggi.


Il fraintendimento cela a Giuda l’essenza delle cose. Il motore dell’intrigo ivi congiunto cosparge il viaggio nella sua mente d’indizi ed enigmi interpretati a modo proprio. Senza fraintendimento non c’e lo svelamento col granchio preso da Giuda in merito al fatto che Gesù morendo sulla croce è destinato a cadere nel dimenticatoio sugli scudi alla stregua d’una calcolata provocazione colma di forza significante?

Giulio Base: Non c’è dubbio. Ed è qualcosa di molto evangelico. Riguardo le parole enigmatiche di Gesù Cristo c’e un’ampia testimonianza sul senso di sbigottimento degli apostoli di fronte alla mancanza d’intelligibilità di determinati discorsi. Ed è per questo motivo che ho voluto che le parole pronunciate da Gesù Cristo e dagli apostoli rimanessero rigorosamente in aramaico. Una delle poche libertà che mi sono preso, senza però distaccarmi del tutto dalla realtà in virtù di questa scelta, risiede nell’illusione di Giuda di comprendere pienamente il Verbo di Gesù, a differenza degli altri apostoli avvolti in un clima di mistero al punto da equipararlo a un enigma difficile da svelare, perché lui è l’unico ad aver letto le Sacre Scritture. Ravvisabili ovviamente nel Vecchio Testamento. E quindi nella cultura ebraica estranea per esempio a Pietro. Nato come Simone. Un pescatore analfabeta. D’altronde, secondo il Vangelo di Giovanni, Gesù conferisce a Giuda il ruolo di tesoriere. Affidandogli la borsa. Giuda diviene così una specie d’amministratore delegato. Che ha una marcia in più rispetto agli altri apostoli. Per poi sentenziare, tra sé e sé, in punto di morte che “così come verrà dimenticato Giuda Iscariota” nessuno si sarebbe più ricordato del fragile profeta. Mentre invece il nome di Gesù Cristo, anziché non essere più proferito, rappresenta in eterno il potere salvifico, sfuggito a Giuda, della missione divina del Redentore. E il sistema di contare gli anni partendo dalla sua nascita sino all’attualità del 2026 si è rapidamente sparso per l’intero mondo diventando lo standard assoluto. Giuda aveva più strumenti intellettivi rispetto a Pietro per comprenderlo e si è illuso di farlo. Mentre Pietro, nonostante il rinnegamento di cui si pente con Giuda incapace di provarne pietà in quanto – per sua stessa ammissione nel film tramite la voce fuori campo – cattivo allievo del Redentore, non s’illude: comprende e diffonde realmente il pensiero di Gesù Cristo. Tuttavia ci è riuscito in extremis. Mille volte in precedenza, secondo i Vangeli, chiede al Redentore: “Cosa mi stai dicendo?”. L’umanità di Pietro risiede infatti nella sua incomprensione dapprincipio. Nell’evidente imperfezione di uomo apparentemente risoluto. Che difende Gesù nel momento dell’arresto. Che aggredisce. Ma poi lo rinnega tre volte.

Photo credits: Nicolò Monterotondo


In merito al rinnegamento, che prende le distanze tanto da quello troppo pacato di tanti previi film imperniati sul crepuscolo di Gesù quanto dall’altro in preda alla concitazione portato ad effetto da Mel Gibson ne La passione di Cristo evidenziando l’emblematico battesimo di fragilità della roccia, ritengo interessante a beneficio dei lettori nonché futuri spettatori del film sapere da te, Darko, come hai vissuto in veste d’attore una scena così culminante e da te, Giulio, come l’hai vissuta dirigendola in qualità d’autore tout court?

Darko Perić: Ero entrato nell’ottica d’impersonare Pietro fisicamente. In maniera reattiva, istintiva, spontanea. Come rientra nel suo temperamento. Sino alla sequenza del rinnegamento avevo recitato stando in scena con la fisicità, appunto, l’uso mirato del corpo, delle microespressioni. Per rendere il carattere di Pietro. Che aggredisce, reagisce, agisce e prende atto dei suoi limiti. Ricordo che nella sequenza del rinnegamento faceva un caldo tremendo. Spossante. Ovviamente era importante tenere fede alla richiesta di Giulio parlando con gli occhi. Comunicando con lo sguardo. È stata una scena potente ed emozionante. Non so come sarà percepita. Lascio agli spettatori paganti il privilegio di giudicarla.


Giulio Base: Ricordo che è l’unica sequenza in cui, Darko, di tutto il film mi hai chiesto: “Ma tu come la reciteresti da attore?”. E in quel caso mi sono spogliato dai panni di Giuda e ho indossato quelli di Pietro per mostrare come interpretare quella scena. Dici bene, Massimiliano: è un battesimo di fragilità della roccia Pietro che ho concepito come una via di mezzo tra la stasi e la concitazione. Non è infatti una folla inferocita a indurre Pietro a rinnegare tre volte Gesù. Bensì una donna. La cosa che m’interessava maggiormente di quella scena, imperniata sulla dolorosa presa di coscienza da parte di Pietro della propria debolezza, era che la sua fragilità affiorasse davanti a Giuda.


Una sorta di capitis deminutio, dinanzi al tesoriere traditore e fraintenditore, del predestinato rinnegatore che però mostra, al posto della cupa disperazione, la fragranza della sincerità nel pentimento?

Giulio Base: Non a caso Giuda, con la voce fuori campo di Giancarlo Giannini, specifica: “Se avessi imparato qualcosa dal Maestro in quel momento Giuda mi avrebbe fatto pietà. E invece godevo nel vederlo così”. Quanta umanità in queste parole di chi ha presunto di sapere cosa intendesse Gesù Cristo. L’umanità fragile del rimorso dinanzi all’umanità fragile del pentimento. Che, Darko da quel grande attore che è, comprendendo alla perfezione le indicazioni fornitigli spogliandomi dei panni di Giuda e vestendo idealmente quelli di Pietro, ha saputo rendere, nell’incrociarsi degli sguardi, insieme al mesto riconoscimento della propria debolezza.


E la necessità quindi della Grazia, Giulio.

Giulio Base: Sicuramente, Massimiliano.

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