Nel passaggio dal cinema di finzione, percorso coi dramedy imperniati sull’altalena degli stati d’animo di personaggi bizzarri ed empatici, al documentario sportivo Aldair – Cuore giallorosso il regista capitolino Simone Godano unisce la contemplazione del reale alla geografia emozionale. I luoghi, specie quelli meno conosciuti e più appartati, ci raccontano davvero chi è, non solo da dove viene, il difensore brasiliano Aldair (all’anagrafe Aldair Nascimento do Santos). Detto Pluto. Vincitore del Mondiale con la maglia verde oro della Nazionale del Brasile e dello scudetto con la casacca giallorossa della A.S. Roma.
Mirabile gentiluomo. Che parla spesso e volentieri con i silenzi eloquenti. Nondimeno lo scrittore romano Sandro Bonvissuto, cameriere nella trattoria La Sagra del vino, ha persuaso Pluto man mano nel documentario ad aprirsi dimenticandosi della macchina da presa. All’insegna del carattere d’autenticità. Incline ad abbassare la maschera dell’apparente perfezione e a sancire la forza significante dell’assoluta condivisione. Ne abbiamo parlato con Aldair alias Pluto e Simone Godano.
Ci sono stati dei momenti, Pluto, in cui tu e Sandro Bonvissuto, passando dalla conoscenza superficiale a un’intesa man mano sempre più stabile, suggellata dalla sana condivisione di valori ed esperienze, vi siete davvero scordati della macchina da presa?
Aldair: Sono stati bravi Simone e Sandro a farmi scordare che ci fosse la macchina da presa. Anche nel momento in cui io e Sandro camminiamo dentro il Circo Massimo ci siamo dimenticati della presenza della macchina da presa. Eravamo concentrati sul Circo Massimo. Un posto davvero bellissimo.
Simone Godano: Aldair si è completamente scordato della macchina da presa quando abbiamo girato a Banco da Vitória. Probabilmente perché ha iniziato a rivivere il suo passato legato all’amore per il gioco del calcio e alle origini familiari condividendo davvero con Sandro gli elementi cardine di quei vincoli custoditi dentro di sé proprio in virtù del passaggio dalla conoscenza all’amicizia, e di conseguenza alla fiducia, a cui hai fatto riferimento nella domanda.

Simone, in merito ai legami carichi di significati nascosti che permettono ai nodi di venire al pettine, sancendo la condivisione schietta dei reciproci spazi identitari, la geografia emozionale è stata solo funzionale o sviscerare i vincoli di sangue e di suolo d’un grande uomo di sport, che parla soprattutto con gli occhi, ti ha fornito qualche stimolo in più per il prossimo film?
Simone Godano: Innanzitutto è il rapporto d’intesa sincera che Sandro ha instaurato via via con Aldair ad avermi permesso di approfondire dei valori, quali sono i vincoli alla famiglia e al territorio dove è cresciuto, che non considero negoziabili. Ed è per questo che sviscerarli, come hai detto, è stato molto stimolante. Per approcciarmi nel migliore dei modi col documentario da dirigere. Conducendo Alda e Sandro nell’ambito d’un clima di fiducia, d’intesa, di palpabile condivisione. Che nella scena girata al Circo Massimo è ancora nelle fasi iniziali. Perché è stata girata il primo giorno. Anche se poi al montaggio viene inserita come se si trattasse d’un posticipo del viaggio in Brasile. Che a me e agli operatori al seguito ha segnato moltissimo al punto da farci incidere sulla pelle un tatuaggio in grado di fungere da indimenticabile ricordo. Della spiaggia carioca dove Alda gioca a footvolley alla Favela di Vidigal che agli occhi di Sandro e Pluto crea una connessione con Roma. Sino ad arrivare a Banco do Vitória. Al campo sterrato che rappresenta l’infanzia di Aldair. È qui che il futuro campione di poche parole e tanti fatti ha dato i suoi primi calci, da scalzo dapprincipio, al pallone. È stata l’energia positiva del Brasile, ravvisabile a Rio de Janeiro nella gente avvezza a ballare in allegria in barba alla povertà e in quella del paese natale di Alda sulle rive del fiume Cachoeira nei modi garbati delle persone fiere di svolgere mestieri umili per garantire un avvenire luminoso alla propria stirpe, ad avermi ispirato. Pure più della varietà paesaggistica.
Alda, la vicinanza di Sandro partito dalla confort zone romana in direzione del Brasile per scoprire il tuo sistema di valori, legati agli spazi riflessivi, sebbene fosse abituato a vederseli dispiegare nella trattoria dove lavora, è servita ad abbattere le barriere della riservatezza ospitandolo a casa tua?
Aldair: Anche Sandro mi ha ospitato. E io sono stato contento di ospitarlo a mia volta. A lui piace tanto la natura. Non avrebbe mai immaginato che provenissi da un paesino così semplice alle rive di un fiume. Che fossi nato in un vicolo. Paragonato a Betlemme da Sandro. Ed è stata una cosa molto carina. Perché vera. E l’ho apprezzata tanto. Come ho apprezzato la simpatia dimostrata nei confronti dei luoghi dove sono cresciuto da parte di tutta la troupe. Sono stato contento di vivere in un certo senso assieme. Di condividere le giornate nel mio paese. Ed è vero che, pure se sono riservato d’indole, Sandro mi ha spinto ad aprirmi più del solito.

La capacità di scrivere con la luce, Simone, ti ha permesso di snudare il lato fanciullesco di esseri empaticamente imperfetti. La dinamica cromatica ti è poi servita ad approfondire, oltre ai silenzi d’un monumento vivente per chi ama il calcio, anche il volto del fratello maggiore in armonia coi valori alieni ai riflettori?
Simone Godano: Ti ringrazio della domanda. Ho portato una tecnica di ripresa conforme al cinema di finzione all’interno del cinema documentaristico. Ed è vero che nel cinema di finzione attraverso i movimenti di macchina veicolati dalla luce guido lo sguardo degli spettatori alla scoperta di personaggi curiosi. Imperfetti. Umani. E quindi tutti da scoprire. Nel documentario solitamente si fa un uso diverso della dinamica cromatica. Il racconto d’un eroe sportivo attraverso fatti veri certamente differisce dalle zone d’ombra e di luce legate a una storia di finzione che attraverso la sospensione dell’incredulità veicola un messaggio coinvolgente per gli spettatori a partire dalle immagini. Stimolandone l’immaginazione. L’abitudine a delineare zone di luce e zone d’ombra dove indirizzo lo sguardo del pubblico mi è servita per unire due modi sennò diversi di concepire il cinema. L’atto del narrare sulla base di ciò che accade ed è accaduto, anziché su ciò che s’immagina possa accadere e possa essere accaduto, rimane coerente all’idea di non invadere mai lo spazio altrui. Di entrarci in punta di piedi. Come prevede d’altronde l’approccio documentaristico. Ma anche il concetto che ho dell’amicizia. Imperniata tanto sul rispetto quanto sulla condivisione dei rispettivi spazi senza mai rendere la propria presenza asfissiante. Cerco di realizzare dei film pervasi da dinamiche relazionali ed emozioni contraddistinte dall’apertura alle fragilità. In questo documentario, come hai sottolineato, la geografia emozionale, intesa alla stregua dei luoghi reali che trasmettono emozioni profonde, riveste un ruolo d’importanza basilare. Tuttavia rivestono un ruolo di pari importanza i rapporti umani. Incentrati su eventi minimi. Eppure legati a un’epopea sportiva. Ed è questo il dato più interessante. La capacità di scrivere con la luce è quindi fondamentale. Però il Brasile è luce. Considerando l’immenso caleidoscopio umano e naturale che si riscontra nel suo sincretismo culturale ed etnografico. Per cui, girandolo in lungo e in largo, da Rio a Bahia, ti sembra man mano di stare a Parigi, a Mosca, a Timbuktu. A unire questo caleidoscopio provvede una poesia unica dei luoghi e dei volti. Ciascun volto è indubbiamente un paesaggio riflessivo ed emotivo di notevole rilievo. Ed è un elemento decisamente attrattivo. Quando a parlare è il fratello maggiore di Aldair, Clodoaldo Ferreira Lima, specie riguardo la loro famiglia, l’elemento attrattivo raggiunge l’acme. Ed è stato impossibile non commuovermi ogni volta che ho rivisto la scena quando viene rievocato il patriarca. Il grado di coinvolgimento è stato sancito quando a Banco da Vitória abbiamo trovato ad accoglierci in un incrocio di due vie trenta persone di cui almeno venticinque erano fratelli e fratellastri vari di Alda. Si è così cementato un clima di fiducia. Di condivisione. Di onestà intellettuale. Ed è stato perciò qualcosa di estremamente naturale trarre ispirazione dall’energia, composta di accoglienza, trasparenza, dignità e convivialità, che costituisce il motore di relazioni da custodire nel cuore.
Pluto, nel 2000 dai addio alla Nazionale brasiliana di calcio. Che due anni dopo al Mondiale di Giappone e Corea vince il suo quarto titolo iridato con Ronaldo il Fenomeno capocannoniere della manifestazione. Pochi mesi più tardi, il 30 Ottobre 2002, tu, in procinto di compiere trentasette anni, “nun fai struscia’ ‘na palla” proprio a Ronaldo acquistato quell’estate dal Real Madrid, in procinto di vincere il suo secondo Pallone d’Oro, ed espugni con la A.S. Roma, scevra dalla paura del palcoscenico, il campo del Bernabeu nella prima fase a gironi della UEFA Champions League. È quella la partita da custodire nel cuore?
Aldair: È stata dura. Loro avevano otto punti. Noi tre meno. Ci giocavamo la qualificazione e il primo posto nel girone. In panchina andarono Batistuta e Cassano. In avanti per noi c’erano Totti, Montella e Delvecchio. Il Real Madrid aveva Ronaldo, Raúl, Figo, Roberto Carlos, Zidane. Ronaldo prese un po’ di botte. Ad affiancarmi nella marcatura c’erano Samuel e Panucci mentre Candela e Cafu si sganciavano sulle fasce ed Emerson dettava i tempi a centrocampo. Riuscimmo spesso ad anticiparli. Nonostante attaccasero in velocità. Totti fece un gran gol. Poi cercammo di limitarli. Andò bene. Vincendo una partita difficile. È passato tanto tempo. Ma è un ricordo che resterà sempre. Un bel ricordo.
