Mondospettacolo incontra il cast e il regista de La stanza, thriller italiano in arrivo nel 2021

La stanza è nato da un documentario che stavo realizzando sugli Hikikomori, i ragazzi che si chiudono in casa; poi, però, ho cercato di spostare l’attenzione sul conflitto tra genitori e figli, che ci portiamo avanti da sempre, in quanto parte dalla nostra natura di esseri umani. Come avviene un po’ in tutti i film o libri, c’è sempre tanto di autobiografico. Tuttora non sono un genitore, ma vivo in una famiglia in cui rappresento un po’ un’alternativa alla figura paterna, avendo mia moglie due bambini nati da un altro matrimonio. Da un anno e mezzo ho perso anche mia madre, questo è stato un altro punto autobiografico alla base del racconto e che mi ha portato a non vedermi soltanto come un figlio che giudica e accusa i propri genitori, ma che, arrivato ad una certa età e diventato, appunto, figura paterna, si rende conto degli errori che essi possono fare i genitori, delle difficoltà che vi sono nel crescere la prole e nei rapporti con la propria compagna. Si diventa grandi quando i genitori si cominciano a capire, comprendere e anche perdonare”.

Reduce dalle serie televisive Il cacciatore e Il processo e regista dei lungometraggi Aquadro e In fondo al bosco, il toscano classe 1983 Stefano Lodovichi spiega così alla stampa la genesi de La stanza, suo terzo film, che sarà disponibile in anteprima esclusiva su Amazon Prime Video a partire dal 4 Gennaio 2021. Un thriller claustrofobico di cui è protagonista una Camilla Filippi che decide un giorno di togliersi la vita e che, presente all’incontro in videoconferenza, racconta: “Per me è stato un approccio abbastanza complesso al personaggio, perché il film inizia con la scelta di Stella di farla finita, e trovare un equilibrio in tutto quello squilibrio, durante tutto l’arco della narrazione, è stato difficile. Il dolore è stato tantissimo. Abbiamo girato in diciassette giorni, sono pochssimi, ma, quando ho visto il film per la prima volta, ho pensato che diciotto giorni non ce l’avrei mai fatta. Ho pianto tutte le lacrime del mondo e ho messo mano a tutto il dolore della mia vita. Si piangeva dieci ore al giorno, poi si tornava a casa e continuavo a stare male, ma devo dire che trovare un’utilità al dolore che ci portiamo dentro mi riempie, in qualche modo, di gioia e ci alleggerisce, in maniera paradossale. Poi Stefano ha una visione molto chiara, ci lascia libertà tenendoci stretti, e questo secondo me è ciò che un regista dovrebbe fare: farci vedere la rotta e lasciarci liberi di arrivare in fondo”.

Una Camilla Filippi cui bussa improvvisamente alla porta di casa il misterioso Giulio interpretato da Guido Caprino, che aggiunge: “La non banalità dei personaggi viene dalla scrittura, perché, alla fine, noi gli diamo soltanto un colore e un cuore, non inventiamo nulla. Sembra una cosa banale ma è proprio per questo che facciamo questo lavoro. In questo caso ho accettato e amato tantissimo il personaggio perché sentivo un grandissimo bisogno di riscatto. La sua parte infantile è quella che ha invaso tutto nella creazione del personaggio. Si parla di infanzia, di ciò che mi sta a cuore e che sento di dover difendere, quindi mi ha suscitato un grandissimo sentimento”. Insieme ad un Edoardo Pesce coinvolto in partecipazione straordinaria, sono quindi loro i due principali tasselli di una vicenda a tensione sempre più alta al cui interno non poca importanza assume l’abitazione d’ambientazione, non priva di evidenti e dichiarati riferimenti a classici quali Psycho di Alfred Hitchcock e La casa di Sam Raimi, ma che Lodovichi precisa potrebbe tranquillamente essere anche quella di Shining, di The others o dei film di Jordan Peele. Un’abitazione che, tra l’altro, non vediamo mai esternamente, essendo La stanza ambientato totalmente in interni, mentre avvertiamo all’esterno la presenza della pioggia incessante.

Un aspetto sicuramente fondamentale ai fini dell’estetica generale dell’operazione e a proposito di cui il cineasta – che non dimentica di classificare Nanni Moretti il più grande autore degli ultimi quarant’anni – precisa: “Per quanto riguarda l’estetica, credo che la mia generazione abbia superato quel blocco dell’essere iper autore all’europea, perché ci siamo educati al bello internazionale, da Steven Spielberg a George Lucas, a tutti i grandi degli anni Settanta e Ottanta che ci siamo bevuti e digeriti e che hanno cominciato a formare intere generazioni di registi, anche italiani. Ormai siamo molto attenti all’estetica, pensiamo a Gabriele Mainetti, Matteo Rovere, Michael Alhaique, Enrico Maria Artale, Vera Messina e tanti altri; quindi l’attenzione ad essa è normale. Siamo tutti in linea nel voler fare cose divertenti, belle affascinanti e che attirino anche l’occhio, oltre a riempirti dentro. La casa è stata interamente ricostruita, non è reale, abbiamo realizzato un piano in un teatro di posa e uno nell’altro”.

Dichiarazioni cui aggiunge il suo pensiero relativo al fatto che in tutti e tre i suoi lungometraggi vengano raccontate, in diversi modi, innocenze turbate: ”Mi piacerebbe tanto girare una commedia, penso faccia bene all’anima. In Aquadro il rapporto tra genitori e figli era sicuramente un po’ malato, nel senso di un’assenza che ti raccontava tanto. I genitori non erano raccontati, erano assenti realmente. Gli adulti li vedevi soltanto perché parlavano fuori campo. La preside era una presenza che andava, ammoniva, criticava e giudicava. La protagonista era Amanda e il film raccontava un legame che non esiste tra adulti e ragazzi. InIn fondo al bosco ho cercato di avvicinarmi maggiormente all’intimità di una famiglia spezzata da un trauma che, poi, andava a raccontarti tanto di pregresso, tanto dell’inconscio che usciva fuori tutto insieme nel finale. Forse avevo ancora una visione abbastanza immatura e, adesso, mi sento pronto per raccontare quel passaggio dal primo film, da figlio, a genitore, nel secondo film, ma con minima sintesi, vedendo i genitori come coetanei. È lo step fondamentale per diventare grandi. Ognuno, poi, racconta il proprio, i personali conflitti familiari. Diciamo che la mia terapia è questa: realizzare film che mi facciano superare i traumi personali”.

 

Francesco Lomuscio