Identificato nella spontaneità di tratto degli attori antiaccademici abituati ad anteporre la recitazione impulsiva, frutto dell’esperienza di vita maturata obtorto collo sul cemento delle strade, al compiaciuto gigionismo degli interpreti che divengono improbabili a furia di privilegiare alla verità del personaggio l’effetto scenico, Mirko Frezza sfugge alla scontatezza dei luoghi comuni. Impersonando l’atipico caddie Stefano dal passato tempestoso nel film Il tempo è ancora nostro l’attore romano ricava linfa dai luoghi identitari e riflessivi. Tipo La Ruschena. Dove nel corso dell’età verde si è sentito, man mano, un pesce fuor d’acqua dapprincipio, uno col destino segnato in seguito, l’esponente chiave dell’umanità che cova sotto la cenere della periferia quando è riuscito ad anteporre l’amore per la famiglia che si è riuscito a creare, uno che ce l’ha fatta in virtù dei risultati ottenuti come prototipo dell’antidivismo.
Fedele ai vincoli di sangue e di suolo. Pronto a conferire ai personaggi come Stefano, di bosco e di riviera, lo spostamento del focus dal ruolo di stuntman, deciso ad andare oltre gli sbagli compiuti nel cemento delle strade, a quello dell’attore genuino che attraverso la conoscenza diretta del mondo ha tante cose da dire. Anche, se non soprattutto, con gli sguardi. Che spesso parlano chiaro. Ma altre volte sono fitti di mistero. Tutto da scoprire.
A un certo punto del film Il tempo è ancora nostro l’esordiente Maurizio Matteo Merli in cabina di regìa focalizza in uno stretto campo e controcampo il tuo sguardo e quello del motivato Ascanio Pacelli alias Tancredi traendo partito dal Maestro Sergio Leone. Il passaggio dal ruolo di stuntman, il cui volto da controfigura non appare mai in primo piano, a quello di attore ha sancito la consapevolezza che la tua mimica facciale funge da paesaggio emotivo della scrittura per immagini delineata dietro la macchina da presa?
Preferisco definirmi un lavoratore dello spettacolo anziché un attore in senso tradizionale. Però nella recitazione tendo ad andare a sottrarre. Proprio perché sono consapevole di avere un volto che spinge lo spettatore a concentrarsi sul pensiero nascosto dietro gli occhi. Tant’è vero che non so l’inglese, né voglio impararlo, giacché penso che non mi serva: il contatto visivo basta e avanza per far capire cosa voglio in una comunicazione interculturale. Lo sguardo è un ponte universale. Senza pavoneggiarmene, in quanto i segnali non verbali permettono sia alla comunicazione sia all’espressione di emergere appieno senza mai doverle forzare, ho degli occhi effettivamente che parlano. Sono i registi a darmene atto cogliendo con la cinepresa anche le minime variazioni del mio volto. Michele Soavi in particolare quando mi diresse nella serie televisiva Sfida al cielo – La narcotici 2 sostenne che ero in primo piano anche quando m’inquadrava di quinta. Di spalle. È Michele ad avermi portato poi nella serie tv di successo Rocco Schiavone in cui impersono Furio Luttanzi. Ritenuto un volto simbolo del piccolo schermo. Le maestranze del cinema, specie quelle che costituiscono una sorta di memoria storica dei vecchi set contraddistinti dalla tradizione artigianale tramandata sul grande schermo di generazione in generazione, affermano che, se fossi nato prima, avrei preso parte a tutti i film di Sergio Leone. Nei western all’italiana i silenzi profondi ed eloquenti sono un elemento portante. Che tiene sui carboni ardenti. Forse i miei occhi avrebbero tanto da comunicare anche nella rievocazione dell’espansione statunitense verso l’ovest, il western appunto, in cui non si andava molto per il sottile, perché ne hanno viste tante nella vita reale. Ho cominciato a fare questo mestiere a quarant’anni. Con un bagaglio di esperienze personali che ha inciso sul mio modo di recitare soprattutto con gli occhi.

Andando al sodo, nella ricerca della verità scenica per cui spesso è buona la prima quasi come se non stessi interpretando una parte bensì rivivessi sul serio attraverso lo sguardo certe emozioni, punti a rendere la recitazione invisibile accrescendo l’ascendente esercitato dal mistero ivi connesso?
Questo mestiere me lo sono imparato rubando con gli occhi. Assimilando più la realtà scenica ché la tecnica recitativa. Se si eccede nella gestualità e nella mimica, evidenziando la tecnica recitativa per pavoneggiarsi, l’interpretazione risulta artificiosa. Nella vita reale le decisioni sono accelerate. Si evitano inutili giri di parole. Il sovraccarico recitativo così come quello comunicativo, che affiora dalla voglia d’ingraziosirsi il pubblico e gli altri interlocutori, resta legato alla vanità. Mentre il dono della sintesi, che senza falsa modestia mi appartiene, è legato alla verità. E la verità come mistero da scoprire è molto più interessante della vanità. Pure il personaggio che interpreto nel film Il tempo è ancora nostro non si fa conoscere subito. Si nasconde dietro le battute di spirito. L’irriverenza. I silenzi. Ma dietro di lui c’è tutto un mondo da svelare pian piano. In maniera sobria ed emozionante. La chiarezza d’espressione che emerge passo dopo passo estrapola ciò che conta sul serio alla prova del nove. Se mi soffermo troppo, privilegiando l’ego, esce fuori al contrario una supercazzola. E in quel caso diviene tutto evidente ed eccessivo. Non c’è più niente da scoprire. Gli spettatori infatti stanno col fiato sospeso perché sono attratti dall’autenticitá delle cose non dette con le parole. Ma comunicate con gli occhi. Che, ribadisco, hanno visto tante cose. Nella vita. In strada. Nel quartiere dove sono cresciuto. Tra sogni andati in fumo. Cadute. Risalite. Alti. Bassi. All’insegna dell’umanità che crea un mondo in periferia lontano anni luce dal centro. Le dinamiche relazionali in un tale contesto non sono necessariamente tristi. Anzi.
Tutt’altro. C’è molta condivisione. E la voglia di misurare l’arguzia l’uno dell’altro attraverso lo sfottò e i nomignoli affibbiati sulla scorta dell’ironia canzonatoria. Congiunta ai giochi di parole e alle storpiature.
È vero. Non fa una piega. Spesso uno i nomi nemmeno se li ricorda. A fare testo in una condizione comunque limite, dovuta alla marginalità sociale ed esistenziale, è l’identità popolare. Che mi appartiene. Spingendomi quando recito a cercare l’identità del personaggio che interpreto, il caddie Stefano uscito dalla comunità di recupero dalla tossicodipendenza per supportare l’amico d’infanzia Tancredi aiutandolo a voltare pagina, facendone affiorare l’essenza. Generando così curiosità sul sottotesto.

Ed è la sottrazione ai canoni tradizionali della recitazione ad accrescere il clima di mistero e quindi di curiosità in merito al personaggio che sei chiamato a interpretare. La cosiddetta università della strada insegna, anche nel ruolo di Stefano estraneo all’ipocrita etichetta, ad anteporre la polpa delle emozioni autentiche alla gelatina degli ammiccamenti estranei alle miserie quotidiane?
La strada insegna a convivere coi propri incubi. Perché quando cresci in determinati quartieri, tagliati fuori dalle possibilità concesse ad altri al riparo dal degrado e dalla microcriminalità, è difficile poter sognare a occhi aperti. Anche perché in un contesto periferico, contrassegnato indubbiamente dall’umanità ma anche dalla precarietà, la priorità risiede nel sopravvivere giorno per giorno. Nelle case popolari si cerca, infatti, come si dice a Roma, “de svorta’” la giornata. Mica “de svorta’” nella vita. I valori vanno ridifiniti. E pure le scelte. Un conto è la sfida quotidiana. Affrontando l’incognita di mettere insieme il pranzo con la cena. O, se va bene, di riuscire pure a pagare le bollette. Un altro paio di maniche è poter agire in modo continuativo pensando a cosa ti offre il domani. Non poterselo permettere, perché corre l’obbligo di pensare a cosa c’è oggi, t’insegna che come attore avere la facoltà di scegliere l’inquadratura migliore per piacere a sé stessi invece di essere coerenti col personaggio da interpretare rappresenta un vezzo inutile. Una perdita di tempo. Oltre ché una vanità. Fare la spesa giorno per giorno insegna a non sprecare nulla. E anche se negli anni la mia condizione economica è migliorata, come responsabile dell’Associazione Casale Caletto, a La Rustica, “sta robba” la vivo ancora oggi. Distribuendo pacchi, viveri, fornendo supporto medico a chi sta ai margini. E non può programmare il futuro.
E mica “sta a combatte” coi problemi del benessere. Deve “pensà a campà”. Sapere quindi che quando vai a fare la spesa alla cassa “te pjano a tortorate”, perché il costo della vita aumenta, mentre gli stipendi, quando ci sono, di chi tribola rimangono gli stessi, ti fa aderire nella recitazione ai disagi del momento storico che stiamo vivendo nella consapevolezza che il cinema diviene specchio fedele della realtà?
Il cinema è sia la fabbrica dei sogni, che coincidono con l’immaginazione delle masse, sia lo specchio d’una realtà dura, amara, franca di cerimonie, che quindi non può tener conto dei capricci e delle pose. Delle questioni di lana caprina. Dei problemi del benessere come li hai chiamati. Non posso comprarmi un Ferrari, non posso andare alle Maldive. Però ho il frigo pieno. Ed è quello che realmente conta.

La chiusura del cerchio in tal senso è sancita dall’interazione tra antidivismo e inesausta sete di apprendimento ad appannaggio del compianto Adamo Dionisi. Che esempio è stato come attore e come amico per calarti in personaggi, come Stefano, decisi ad afferrare le sfaccettature al fine di riscattarsi, cogliendo ogni sfumatura necessaria ad alzare l’asticella dell’interpretazione?
È stato Adamo ad avermi insegnato questo mestiere. È stato lui a coinvolgermi. L’Associazione in via Cervara, a La Rustica, per allontanare i giovani, specie i bambini, dalla criminalità, promuovendo la creazione di documentari girati dai ragazzi del quartiere per offrirgli una prospettiva diversa da quella ordinaria, riunendoli con la costruzione dei campi di calcio per loro, insieme allo strenuo ed entusiastico impegno profuso per portare l’acqua corrente dove non c’è, anche nei campi rom, l’abbiamo avviata e portata avanti insieme. Lavorando gomito a gomito al servizio degli ultimi per farli diventare penultimi. Adamo è un rene mio. È mezzo “core” mio. Stava a casa mia notte e giorno. Venti giorni prima che morisse sono stato a casa sua per dargli una mano mentre lavorava ad una compagnia teatrale composta da ragazzini che aveva preso per strada. Voleva a tutti costi che io assistessi alle prove. Mi manca da morire. Era parte di me. Una parte fondamentale. Era un fratello. “Mi’ fratello”. Ed è tuttora fonte d’ispirazione continua per la sua capacità di lavorare come attore per sottrazione, per la sua autenticità come persona, per la sua abnegazione nel sociale, per la fama inesauribile di apprendimento. Io sono uno che ruba e impara con gli occhi. Adamo era uno che studiava. Che era sempre intenzionato ad approfondire il mestiere dell’attore ma anche dell’autore. Ha voluto che mia figlia prendesse parte da attrice ai cortometraggi che ha girato in veste di regista. È un legame che la sua dipartita prematura non ha potuto recidere. Il legame resta. Come resta l’esempio che ha dato dentro e fuori dal set cinematografico per trovare mille sfaccettature. Per capire le cose davvero importanti. Quelle da comunicare. Da far emergere. Per offrire al pubblico qualcosa di diverso. Come le poesie che ha composto sulla fratellanza, sulla marginalità, sulla sopravvivenza, sulla sensibilità degli ultimi. Che, ribadisco, si è sforzato senza sosta per farli diventare penultimi. Esibendone la rabbia, la rassegnazione, la speranza con versi indimenticabili. Che voleva sempre che leggessi. “La tua voce è meglio” era solito dirmi quando sul momento non volevo accettare per non prendere meriti che appartenevano e appartengono a lui. A lui. A “mi’ fratello”. Che ha lasciato in ricordo grandi interpretazioni. Specie quella fornita in The shift nel ruolo del paramedico italiano emigrato in Belgio che a Bruxelles carica sull’ambulanza che guida un ragazzo ferito rivelatosi in seguito un attentatore kamikaze. Era fiero di quel film e del ruolo affidatogli. Mi mandò il link affermando, tra il serio e il faceto, con la sua vena ironica e autoironica, di essere riuscito a travalicare le Alpi.
Riusciva ad appaiare il carattere d’ingegno creativo col carattere d’autenticità e il valore terapeutico dell’umorismo a braccetto dell’egemonia dell’idonea sottorecitazione sulla debordante sovra-recitazione. La concentrazione della tua recitazione, che si evince soprattutto nei piani d’ascolto, è un fatto istintivo o è frutto d’una preparazione elaborata?
Massimiliano, mi viene spontaneo. Un attimo prima che battono il ciak mi mangio un panino con la mortazza, rido e scherzo con le maestranze, poi, un attimo dopo, sono nel personaggio. Passando dalle risate alle lacrime. Sotto questo aspetto le maestranze storiche, che ci hanno lavorato insieme, sostengono che richiamo alla mente la fulminea spontaneità di tratto di Alberto Sordi. È un paragone illustre. Me ne rendo conto. Ma mi è stata fatta notare in più occasioni questa rapidità di esecuzione legata alla recitazione. Che Sordi in Un borghese piccolo piccolo, a differenza della sua partner sul set, nel ruolo della moglie a cui uccidono nel corso d’una rapina l’amato figlio unico, Shelly Winters, bisognosa di concentrarsi per trarre partito dalla memoria emotiva ed esibire l’atroce dolore dovuto al lutto inaspettato, tirò fuori al meglio. Con profondità e leggerezza. Che nei film comici lo ha portato a passare da un momento di malumore prima del ciak alla capacità di far subito ridere un istante appresso. Personalmente quando reagisco all’istante alle sollecitudini che si stabiliscono sul set mi sento un po’ come Sylvester Stallone quando in Over the Top gira il cappello con la visiera all’indietro per concentrarsi in maniera immediata sull’obiettivo da raggiungere. Sul set televisivo di Rocco Schiavone spesso, prima che partissero le riprese, Marco Giallini mi ha esortato alla concentrazione. Ma se mi concentro su un lungo processo d’introspezione, perdo la bussola. Brancolo nel buio. Ad attivare l’interruttore della concentrazione è la formula immediata “Motore, azione, ciak, si gira”. Allora reagisco sinceramente a ciò che sento. Vivendo il personaggio. In rapporto, anche, hai ragione, coi piani d’ascolto.

L’intesa stabilita con Ascanio Pacelli, attore occasionale nel ruolo di Tancredi, ma persona autentica ed esperto golfista, ti ha permesso di assimilare nei panni di Stefano i ferri del mestiere di caddie sulla scorta d’una concentrazione istintiva sancita dall’attenzione verso il partner di scena?
Sicuramente io e Andrea Roncato lo abbiamo aiutato a sopperire ai tempi morti. A capire che l’interpretazione non finisce quando terminano le battute. Che non basta imparare a memoria una parte. Ma bisogna viverla. Dando il giusto rilievo alle pause e ai silenzi. È vero che recito per sottrazione. Però è nelle pause e nei silenzi che aggiungo cose che ritengo importanti per vivere la recitazione attraverso il ritmo del personaggio. Composto pure d’indugi istintivi ed eloquenti. Come quando Stefano sdraiato accanto alla bara di Costantino indugia prima di accettare la mano tesagli a mo’ d’invito ad alzarsi, e rialzarsi, dell’autista di Tancredi. È stata un’aggiunta, basata sull’attitudine a dar vita al minimo ed emblematico movimento del pensiero, che Maurizio Matteo Merli alla regìa ha accolto subito. Così come Ascanio ha imparato a rendere credibile la sua prova man mano tra una battuta e l’altra. È stato molto ricettivo. D’altronde Ascanio, oltre a essere una persona autentica come hai detto tu, è la disciplina fatta persona. Ed è ad Ascanio che facevo affidamento come esperto di golf per familiarizzare con dei termini in inglese legati a questo sport che non ne volevano sapere d’entrarmi in testa. Per cui li ripetevo in continuazione. Sino allo sfinimento. Per poi trovare un modo mio per esprimere lo stesso concetto. Sul set si è instaurato così un clima di fiducia. Impreziosito dalla sana voglia di prenderci in giro. Per ricaricare le batterie in leggerezza. Mi piace anche aggiungere un po’ di legittima ironia. Non per trasformare i momenti drammatici in momenti di satira. Ma perché crea un’intesa solida tra colleghi. Getta le basi per una credibilità che va oltre la scontatezza dei luoghi comuni.
Tra cui c’è quella di condannare persino gli attori particolarmente espressivi, tranne le solite eccezioni che confermano la regola, ai ruoli fissi. Il valore terapeutico dell’umorismo insieme alla voglia di mutare segno, magari tagliandoti i capelli per assumere un look diverso da quello attribuitoti di norma, può innescare il salto definitivo di qualità?
Io “da mò che lo sto a aspettà” il regista che mi taglia i capelli. Che mi fa uscire dal tunnel dei ruoli fissi. Non mi sento un attore. Te lo ripeto. Bensì un lavoratore dello spettacolo che recita in modo spontaneo. Una cosa diversa dal caratterista. Ritengo la capacità di far ridere amaramente e di far riflettere ironicamente una dote basilare Irrinunciabile. Non solo per i registi. Gli autori. Bensì, anche, per i professionisti che affrontano la recitazione con naturalezza. Rappresentando la naturalezza della gente vera. Per rappresentarla non basta possedere determinati requisiti fisici, avere un aspetto che serve ad aggiungere unicamente colore al carattere d’un personaggio. Servono registi che permettono alla recitazione naturale di esprimersi pure in personaggi che non dominano bensì subiscono. Come quello che ho interpretato in Golia nei panni dell’ex campione di rugby affetto dalla demenza senile. Anche interpretare il personaggio ribattezzato “Er Caciara” nella commedia Amici per caso è stata una ventata d’aria fresca. Insomma mi auguro presto d’interpretare altri personaggi in grado di far riflettere ironicamente e d’incontrare il regista che mi farà tagliare i capelli. Mi sono stufato di lavarli. Mi porta via troppo tempo. Voglio continuare a recitare per sottrazione mostrando l’essenza di personaggi diversi da quelli spesso dominanti interpretati sinora. Perlomeno me lo auguro.
Photo credits: Antonelli Management
