La tecnica di ripresa dell’appassionato ed estroso regista Bonifacio Angius non veleggia mai nella mera superficie delle cose. Bensì va in profondità. Sottopelle. Per rendere partecipi gli spettatori d’un modo personalissimo di guardare al mondo. Alla fragilità dell’amicizia virile scandagliata ne I giganti.

Ai vincoli di suolo e di sangue frammisti nell’ultima fatica cinematografica, Confiteor – Come scoprii che non avrei fatto la Rivoluzione, al senso dell’accettazione rispetto ad ambizioni rimaste ferme ai nastri di partenza. Sulla scorta dei suoi numi tutelari. Che non gli impediscono di fare, anziché film festivalieri per pochi eletti, film in grado di coinvolgere qualsiasi tipo di pubblico.


La tua cifra stilistica ed espressiva sembra voler sempre conferire forza significante a una scrittura per immagini dispiegata attraverso l’interazione tra ricordi, suggestioni, frammenti di vita ed echi autoriali. A dispiegare questa sorta di frastornamento agli occhi degli spettatori provvede il punto di convergenza tra stilemi diversi o semplicemente la voglia di girare una storia che conosci a menadito?

A fungere da stimolo quando sto dietro e davanti la macchina da presa è il fermo desiderio di raccontare una storia semplice. Una storia che conosco molto bene e a cui non posso che voler bene. Credo che il mio lavoro sia un lento avvicinarsi alla semplicità. Una lunga ricerca volta a trovare ciò che in realtà è sempre stato davanti a te ma tu non riuscivi a vedere. Infatti questo film non spaventa il meccanico sotto casa, la ragazza che per arrotondare lava le scale o magari un avvocato senza clienti. Un politico. Un notaio. Un’infermiera e un infermiere. Questo è un film per tutti. E io l’ho testato per diverso tempo. Perché il cinema è un grande spettacolo, ma non sarei felice di creare uno spettacolo che tende a escludere qualcuno. Sono molto più interessato a stuzzicare la sensibilità di chiunque.


Il tuo scopo quindi, citando Indro Montanelli, è quello di riuscire a catturare l’interesse del lattaio dell’Ohio. Dietro questo coefficiente d’intelligibilità, che permette al rapporto tra immagine e immaginazione di risultare comprensibile, s’annida però una serie di codici enigmatici ed evidenti richiami ad autori del calibro di John Cassavetes, Federico Fellini, Sam Peckinpah e Wim Wenders. È una contraddizione?

Sento di doverti dire una cosa importante. Anche se conosco gli autori che tu citi parlando del mio film, alcuni dei quali molto bene, mentre scrivevo e filmavo non ho mai pensato di rievocare nessuna delle opere di questi autori. In tutta sincerità ho voluto ricreare con la scrittura per immagini situazioni già vissute riconfigurandole secondo una chiave personale di vedere alla vita. Il mio personaggio, invece di fare il regista, potrebbe essere un idraulico. Chiunque ci si può identificare. Non mi sento legato agli echi di registi che pur ho sempre apprezzato né al concetto di metacinema. Che poi non ho nemmeno ben presente cosa sia.


È qualcosa d’ancora più semplice della capacità di presa immediata che chiami in causa per riuscire ad arrivare al cuore di qualsivoglia spettatore: anche se il tuo personaggio si chiama Gian Maria, ed è una mera digressione, dietro le sue spalle compare il poster del film I giganti. Si tratta di cinema nel cinema. Alla medesima stregua di ed Effetto notte. Inoltre, se guardiamo proprio al climax de I giganti, gli echi, impliciti ed espliciti, di Gruppo di famiglia in un interno di Luchino Visconti e Giù la testa di Sergio Leone ricoprono un ruolo di particolare rilievo. Lo conferma l’inversione di tendenza venutasi a creare nella trama quando il fratello apparentemente imbelle del politico getta la maschera e costringe il manipolo di amici e parenti ad abbassare la cresta. Sono davvero impressioni scambiate per intenzioni che non ti sono passate per l’anticamera del cervello?

Spesso i critici individuano nei film intenzioni particolarmente significative, alcune mirabili, che tuttavia nella realtà dei fatti non hanno mai nemmeno sfiorato l’autore in questione. Non è il mio caso. Hai ragione. Non sono tue impressioni. Bensì mie intenzioni. Gruppo di famiglia in un interno e Giù la testa sono serviti ne I giganti come modello d’ispirazione anche per i flashback. Che tra l’altro, diciamocelo, sono tutt’altro che belli. Parliamo di due appassionanti film d’autore con alcuni momenti riuscitissimi. E altri assai meno. E persino i momenti meno riusciti dei film che lasciano una traccia profonda possono servire a mettere meglio a fuoco le intenzioni, talvolta meravigliose sul serio, che sfiorano eccome lo spirito d’un autore con tutti i crismi fornendogli stimoli importanti se non fondamentali nell’emergenza del racconto.


Confiteor – Come scoprii che non avrei fatto la Rivoluzione è un film sui ricordi, sulla famiglia, sull’incanto, sul disincanto e sul rimpianto. L’emergenza del racconto verte sull’accettazione del sentimento nostalgico del rimpianto.

Assolutamente. Ci hai preso in pieno. È un film sull’accettazione. Sul perdono. Sul saper guardare in profondità il significato degli avvenimenti che condizionano la vita. Veicolandoli in una dimensione scevra dalla spirale dell’autodistruzione che attanaglia gli eterni sconfitti. Attraverso il cinema ho potuto prendere i miei sogni mettendoli in uno scrigno. Ed è lì che rimarranno per sempre.


La magia del cinema serve quindi ad accettare le illusioni chiuse in uno scrigno?

Ci sono dei momenti fuori del comune che ho vissuto e ho potuto ricreare con il cinema. La magia del cinema consiste anche nel confermarmi di aver vissuto davvero quei momenti che esulano dall’ordinario. Di non averli solo ed esclusivamente sognati e immaginati.


Il personaggio del padre in Confiteor – Come scoprii che non avrei fatto la Rivoluzione, appassionato di matematica, ritiene quella di mettere ordine una priorità irrinunciabile. Lo è pure, per uscire dall’impasse di appellarsi ad altri numi tutelari, dare ordine ed ergo senso compiuto, se non al disordine, quanto meno allo smarrimento del pubblico dinanzi al coacervo d’immagini, sogni ed emblematici ritagli di vita racchiusi nel summenzionato scrigno?

Lo smarrimento fa parte integrante dell’esistenza. Mi preme raccontare come funziona una vita balorda. Una vita piena d’inganni. Per riuscirci non posso esimermi dall’inserire qualcosa che risulti frastornante. Che impedisca lì per lì allo spettatore di anteporre il cervello al cuore.


La missione della critica d’altronde non consiste nel citare tanti autori. Bensì nel protrarre nel cuore e nel cervello di chi legge le sensazioni legate al film che aprono nuove strade, che cambiano la vita, che spiazzano e addirittura scioccano. Ti ritieni un autore spiazzante o scioccante?

Non penso di essere scioccante. Andare oltre la superficie, attraverso la capacità di scrivere con la luce, la scrittura per immagini, i movimenti di macchina, il bisogno di osservare ed esplorare le apparenze, per esibire il proprio io più profondo, in concomitanza con la forma e i contenuti contemplati dal cinema, significa pure risultare spiazzanti. Perché si passa dall’esteriorità delle cose all’interiorità. Ma lo shock che il critico deve condurre dal grande schermo alle pagine d’una recensione non rientra nelle mie intenzioni. Spiazzare ed emozionare sono motivazioni compatibili tra loro. Con un’accezione positiva. Scioccare no.


Non è mica l’elettroshock che subisce il personaggio interpretato da Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo di Miloš Forman. A proposito quando i personaggi dei tuoi film non sanno cosa dirsi ed entrano in rotta di collisione pur d’interagire prendono le mosse dai “picchiatelli” di Qualcuno volò sul nido del cuculo che si stuzzicano?

Non posso certo negarlo. Il capolavoro girato da Miloš Forman esercita un ascendente fortissimo sul mio modo di fare cinema toccando un punto nevralgico nella maniera di rapportarsi dei personaggi coi nervi a fior di pelle. I miei sono personaggi che non accettano chi sono. Che si odiano tra loro. Ed è per questa ragione che entrano in rotta di collisione. Vorrebbero tirar fuori il meglio di sé e finiscono per dare il peggio.


Il non riuscire a tirar fuori i migliori angeli dell’indole umana cari ad Abraham Lincoln li spinge a rovesciarsi addosso improperi ma anche a cercare una nuova vita?

Alla base di tutto c’è il desiderio di cambiare vita. Come la protagonista de Le notti di Cabiria di Fellini impersonata da Giulietta Masina che si reca nel santuario pregando la Madonna di poter cambiare vita. È l’imprescindiblie punto di coesione di tutti i film che ho girato.


Nei tuoi film le modalità esplicative dei dialoghi e degli aforismi, alcuni piuttosto taglienti in merito alle verità che la gente finge di non sentire, creano un contrasto speculare con le immagini connesse a una dinamica cromatica straniante ed evocativa. Cosa vuoi comunicare con questo evidente contrasto?

Mi piace che la scrittura per immagini non esprima mai lo stesso concetto dei dialoghi. È una sorta di dissonanza cognitiva. Se ne servono i manipolatori. Nel cinema esiste un’accezione positiva della manipolazione. Come nel caso della manipolazione delle luci o della trama. Che spinge un autore a far scoprire alle platee l’anima del film un pezzo per volta.


Entra in gioco la necessità di suscitare le risposte empatiche del pubblico lasciandogli qualcosa su cui riflettere?

Certo. Un autore con i film che gira deve lasciare agli spettatori qualcosa da risolvere. Con cui fare i conti. Un film non deve lasciare confusione dietro di sé. Ma libere interpretazioni sì. Solo David Lynch riusciva a far accettare con i suoi apologhi immaginifici una bellissima confusione. Penso soprattutto a Mulholland Drive. All’inizio c’ho capito poco. E alla fine ho capito di non aver capito nulla. Ed è stato bello così.


L’egemonia della suggestione sulla comprensione è un privilegio del carattere d’ingegno creativo. Nei tuoi film il clima di mistero e il puzzle sono destinati a essere risolti. A trovare una spiegazione. Quello del puzzle, connesso all’enigma da scoprire step by step, è un piacere più mentale, sentimentale o viscerale?

Io sono una persona che prende le cose di pancia. Che pure come regista per tenere salde le redini del racconto ed esprimere fattori decisivi, d’influenza profonda sui pensieri e i sentimenti degli spettatori, come depositario delle svariate cose da comunicare in un film, si affida all’istinto. Per poi elaborare al meglio sensazioni ed emozioni. Mischio tutto: sviluppi imprevisti, enigmi, nodi che vengono al pettine, fuochi d’artificio che sembrano festeggiare ogni volta gli obiettivi mancati, le sfighe, i ricordi tangibili. Sono un intellettuale. Ma i pensieri che animano il processo creativo nell’atto di filmare le emozioni – belle e brutte, regolari e irregolari, in chiave reale o onirica – passano dalla pancia. Dalle viscere. Dalla spontaneità.


Ed è il valore aggiunto della spontaneità di tratto che impreziosisce la prova di Simonetta Columbu nel ruolo di Miao Miao. Come hai conciliato il piano di lavorazione con la naturalezza della sua recitazione?

Alla base dell’altalenante rapporto del protagonista con la donna ribattezzata Miao Miao c’è una sceneggiatura di ferro. Un meccanismo a orologeria che non lasciava nulla al caso. Le prove sul set sono servite a Giovanna per entrare nel personaggio e metterci tanto del suo. Restituendo al carattere d’autenticità del copione sul rapporto tira e molla un’ampia gamma di sfumature. Connesse al romanticismo, all’instabilità, all’istinto, all’altalena degli stati d’animo, alla passione, ai conflitti irrisolti, all’ironia di quando dice: “Proviamo. Se non è con te è con un altro”. Una cosa vera alla quale Simonetta ha aggiunto diverse sfaccettature scandagliandole in tutte le loro complessità. E lo ha fatto con il piglio dell’attrice che rende semplici le cose complesse. D’altronde, buon sangue non mente. Simonetta è figlia del regista Giovanni Columbu.


Un autore con la “a” maiuscola. Il suo Su Re, con un Cristo brutto d’aspetto ma bello nell’animo, il suono dello scoppiettio del fuoco all’aperto nel paesaggio riflessivo eletto ad attante narrativo, resta in testa.

E resta altresì nel cuore. Perché frutto dell’ingegno d’una persona speciale. Tant’è vero che ho in animo di fare un consorzio con lui e Salvatore Mereu.


In barba all’establishment della fabbrica dei sogni. Come l’American Zoetrope fondato da George Lucas e Francis Ford Coppola?

Una specie. Ma made in Sardegna. Con tre autori sardi. Un consorzio che preserva l’ingegno.


L’intesa è un buon viatico per chi fa cinema?

È merce rara. Ed è un toccasana attraversare le molteplici tappe del proprio percorso umano ed espressivo insieme ad amici sinceri. Lo chiamo subito Giovanni Columbu. Una persona autentica.

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