Nel panorama del cinema italiano indipendente, Lorenzo Bianchini rappresenta una figura unica, capace di costruire nel tempo un percorso coerente, personale e profondamente radicato nel territorio. Nato a Udine nel 1968, Bianchini si avvicina al cinema negli anni Novanta, muovendo i primi passi in maniera completamente autonoma, sviluppando fin da subito una sensibilità rara per l’atmosfera, il silenzio e l’inquietudine. I suoi esordi sono segnati da cortometraggi come Paura dentro (1997) e Smoke Allucination (1998), fino al mediometraggio I denti della luna (1999), già emblematico del suo immaginario: un cinema che intreccia folklore, paura e introspezione.

Il primo vero punto di svolta arriva con il lungometraggio Radice quadrata di tre (2001), un horror atipico ambientato in Friuli e girato anche in lingua friulana. Il film non è solo un esperimento stilistico, ma una dichiarazione di poetica: per Bianchini il territorio non è semplice sfondo, ma anima viva del racconto. Nel 2004 firma Custodes Bestiae, un thriller-horror d’atmosfera che consolida il suo nome nel circuito di genere, vincendo il TOHorror Film Festival e attirando l’attenzione della critica specializzata. A questo seguono Film Sporco (2005), noir urbano e spigoloso, e Occhi (2010), thriller psicologico che segna un passaggio importante verso un cinema sempre più essenziale, rarefatto e interiore. La maturità artistica si manifesta pienamente con Oltre il guado (2013), forse il suo titolo più conosciuto anche a livello internazionale. Ambientato tra i boschi di confine tra Italia e Slovenia, il film viene selezionato in numerosi festival e distribuito anche all’estero, arrivando su piattaforme come Netflix e Prime Video. Qui il cinema di Bianchini raggiunge una forma quasi ipnotica: pochi dialoghi, ambientazioni isolate e una tensione che nasce più dal non detto che dall’azione. Dopo una retrospettiva completa dedicatagli dalla Cineteca Italiana nel 2014 – segno di un riconoscimento ormai consolidato – il regista continua a esplorare nuove forme narrative, anche attraverso la webserie Sidera (2015), senza mai abbandonare il suo sguardo rigoroso e personale.

Con L’angelo dei muri (2019, distribuito dal 2021), Bianchini compie un ulteriore salto, aprendo il suo cinema a una dimensione più internazionale pur mantenendo intatta la propria identità. Il film, interpretato da Pierre Richard, è una favola nera che indaga solitudine, memoria e senso di colpa, dimostrando una maturità espressiva sempre più evidente. Negli anni più recenti, il suo percorso prosegue con La memoria del buio (2025), un’opera che conferma la sua ossessione per gli spazi chiusi e mentali, e con L’ultima consegna (2025), thriller psicologico che segna un’ulteriore evoluzione del suo linguaggio.

Ciò che rende Lorenzo Bianchini un autore così affascinante è la sua capacità di trasformare il limite in forza: produzioni indipendenti, budget ridotti e ambientazioni periferiche diventano strumenti per creare un cinema profondamente atmosferico, lontano da qualsiasi logica commerciale. Il suo è un horror “silenzioso”, fatto di attese, spazi vuoti e tensioni interiori, dove il vero terrore nasce dall’incontro tra paesaggio e psiche. Un cinema che dialoga con il folklore locale ma che, al tempo stesso, riesce a parlare un linguaggio universale, fatto di paure primarie e irrisolte. In un contesto cinematografico spesso dominato da modelli standardizzati, Lorenzo Bianchini continua a rappresentare una voce libera e coerente, capace di evolversi senza tradire la propria identità. La sua filmografia racconta un percorso raro, fatto di ricerca, ostinazione e autentica passione per il cinema. Ed è proprio in questa coerenza, mai urlata ma sempre riconoscibile, che risiede la sua forza più grande: quella di essere, oggi, uno degli autori più interessanti e sottovalutati del cinema di genere italiano.
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