Mariano Baino è una figura atipica e preziosa del cinema italiano: un autore che ha scelto presto la strada dell’esilio creativo, costruendo, lontano dal sistema produttivo nazionale, un percorso coerente, radicale e profondamente personale. Nato a Napoli il 17 marzo 1967, Baino cresce in una città stratificata, carica di simboli, sacralità e ombre, un immaginario che tornerà con forza in tutta la sua opera cinematografica e artistica.

Dopo una prima formazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Baino inizia a lavorare giovanissimo come assistente alla produzione e aiuto-regista per la Rai. Ma è evidente fin da subito che il suo sguardo non si adatta ai confini dell’industria tradizionale. A soli ventidue anni si trasferisce a Londra, dove comincia a sviluppare un cinema indipendente, libero e visivamente estremo. Qui realizza i primi cortometraggi, Dream Car (1989) e soprattutto Caruncula (1990), un piccolo oggetto di culto horror che colpisce per l’immaginazione ferina, la fisicità disturbante e una sensibilità espressionista fuori dal tempo.

Il vero punto di svolta arriva nel 1993 con Dark Waters, il suo primo lungometraggio. Girato in Ucraina in condizioni produttive complesse, il film è oggi considerato un classico del cinema horror europeo. Ambientato in un monastero isolato sul Mar Nero, Dark Waters non è un semplice esercizio di genere, ma un’opera visionaria che mescola suggestioni lovecraftiane, iconografia religiosa, femminilità sacrale e orrore cosmico. Baino costruisce un cinema di atmosfera, fatto di ombre, silenzi, architetture oppressive e immagini che sembrano scolpite più che filmate. Il film viene accolto con entusiasmo nei circuiti internazionali, riceve premi e riconoscimenti, ed entra stabilmente nel canone dell’horror d’autore.

Dopo questo esordio folgorante, Baino sceglie consapevolmente di non inseguire una carriera convenzionale. Il suo percorso si frammenta, si fa carsico, attraversando cinema breve, videoarte, installazioni, disegno e sperimentazione sonora. Realizza cortometraggi come Never Ever After (2004) e The Trinity of Darkness (2014), opere dense di simbolismo e tensione metafisica, lontane da qualsiasi logica commerciale. Parallelamente sviluppa una significativa attività come artista visivo, esponendo in gallerie e spazi museali tra Europa e Stati Uniti. Le sue immagini – creature deformi, santi profani, figure ibride – sembrano provenire da un medioevo immaginario, sospeso tra sacro e mostruoso.

Stabilitosi a New York, Baino ottiene una “green card per meriti artistici”, riconoscimento raro che certifica il valore internazionale del suo lavoro. Negli Stati Uniti continua a operare come autore indipendente, mantenendo una totale libertà creativa e affinando un linguaggio sempre più essenziale, simbolico e stratificato.

Il ritorno al lungometraggio avviene solo molti anni dopo, con Astrid’s Saints (2024), scritto e co-prodotto insieme a Coralina Cataldi-Tassoni, attrice e collaboratrice di lunga data. Il film rappresenta una sorta di sintesi matura del suo percorso: non un ritorno nostalgico all’horror degli esordi, ma un’opera che integra cinema, arte visiva e riflessione esistenziale, confermando Baino come autore refrattario alle mode e fedele a una visione profondamente personale.

Mariano Baino è oggi considerato un cineasta di culto, amato dagli appassionati di cinema di genere e dagli studiosi del cinema indipendente. Il suo lavoro dimostra come l’horror possa essere non solo intrattenimento, ma linguaggio poetico, indagine spirituale e forma d’arte. Un autore che ha scelto la marginalità come spazio di libertà, costruendo un immaginario coerente, oscuro e irriducibilmente suo.

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