Con “Oltre la risacca”, Monica Urbinati costruisce un’indagine che si muove tra tensione narrativa e ferite personali. Il romanzo segue il percorso di Alex Ventura senza inseguire scorciatoie facili, lasciando spazio anche ai dettagli emotivi e ai dubbi. Ne abbiamo parlato tra scrittura, personaggi e visioni sulla narrativa contemporanea.

Ciao Monica, leggendo “Oltre la risacca” si percepisce una certa attenzione verso i dettagli quotidiani, quasi cinematografici. Non ci sono solo indagini e tensione, ma anche pause, stanze vuote, dialoghi trattenuti. Quanto conta l’osservazione della realtà nella tua scrittura?
Conta moltissimo. Credo che le storie nascano prima di tutto dall’osservazione. Mi piace guardare le persone, ascoltare i silenzi, cogliere quei piccoli dettagli che spesso sembrano insignificanti ma che in realtà raccontano molto più di un dialogo esplicito. Anche nella vita professionale, come avvocato, mi capita spesso di vedere quanto siano importanti le sfumature: un’esitazione, una frase detta a metà, un ricordo raccontato in modo diverso. Nella scrittura porto con me lo stesso approccio. Per questo in Oltre la risacca ho voluto lasciare spazio anche alle pause e agli ambienti. Credo che una stanza vuota, una finestra aperta sul mare o un silenzio condiviso possano raccontare qualcosa dei personaggi tanto quanto un colpo di scena.
Nel libro Alex Ventura sembra convivere continuamente con il dubbio, e questa cosa lo rende molto credibile. In un panorama editoriale dove spesso i protagonisti vengono costruiti per risultare subito forti o brillanti, tu invece hai scelto una figura più inquieta. È una risposta personale a certa narrativa troppo “perfetta” di oggi?
Forse sì. Non mi interessano molto i personaggi perfetti. Mi fido di più delle persone che sbagliano, che hanno paura, che cambiano idea e che devono conquistarsi ogni certezza. Alex Ventura non è un’eroina invincibile. È una donna intelligente ma anche fragile, segnata da domande che non hanno ancora trovato risposta. Il dubbio, per lei, non è una debolezza ma uno strumento di ricerca. Credo che nella vita reale nessuno abbia tutte le risposte e che il coraggio non consista nell’essere sempre sicuri di sé, ma nell’andare avanti nonostante le incertezze. Volevo che Alex fosse proprio questo: una persona autentica prima ancora che un’investigatrice.
A un certo punto del romanzo emerge una riflessione molto forte sul passato che continua a restare addosso alle persone anche quando cercano di andare avanti. La frase “Il mare cancella le impronte, non la memoria” lascia un’impressione precisa. Quanto c’è della tua esperienza personale o delle tue paure dentro questa storia?
Molto più di quanto possa sembrare. Naturalmente il romanzo è un’opera di finzione, ma il tema della memoria mi appartiene profondamente. Credo che il passato non ci abbandoni mai davvero: cambia forma, si allontana, a volte sembra dissolversi, ma continua a vivere dentro di noi. In questo senso Oltre la risacca è anche un omaggio a mio padre, che è venuto a mancare nel 2018. Amava i libri gialli e credo che gli sarebbe piaciuto scriverne uno. In qualche modo questo romanzo è nato anche dal desiderio di trasformare un dolore in qualcosa di creativo e vitale. Forse la mia paura più grande non è dimenticare, ma perdere il significato delle cose vissute. Per questo la memoria è diventata uno dei temi centrali della storia.
Tra scrittura, editoria e cambiamenti nel modo di leggere, oggi sembra tutto molto veloce. Tu invece hai scelto un romanzo che si prende i suoi tempi e che a tratti lascia persino spazio al silenzio. Che tipo di rapporto vorresti costruire con i tuoi lettori nei prossimi anni e quali sono le ambizioni che senti davvero importanti per il tuo percorso?
Mi piacerebbe costruire un rapporto basato sulla fiducia. Non inseguo la velocità o le mode del momento. Vorrei continuare a scrivere storie che abbiano qualcosa da raccontare e che lascino al lettore il tempo di entrare nei personaggi e nei luoghi. L’ambizione più importante non è pubblicare molto, ma pubblicare bene. Vorrei che chi legge un mio libro trovasse una storia coinvolgente, ma anche qualcosa che resti dopo l’ultima pagina. Sto già lavorando a nuove avventure di Alex Ventura e spero che i lettori abbiano voglia di continuare questo viaggio con lei. Se tra qualche anno qualcuno, parlando di un mio romanzo, ricorderà un personaggio, una frase o un’emozione provata leggendo, allora avrò raggiunto il risultato più bello che uno scrittore possa desiderare.
