Per anteporre i semitoni carichi di senso alla saturazione del genere biopic, che stenta ad approfondire le inopinate sfaccettature esistenziali dei personaggi realmente esistiti ed esplorare le zone d’ombra delle figure iconiche al riparo dalle emblematiche luci della ribalta scandagliate in chiave malincomica da Charlie Chaplin, occorre trarre linfa dietro la macchina da presa dalla forza significante dell’opportuna scrittura per immagini.
Nel caso di Monsieur Aznavour, al di là dell’apprezzabile omaggio rivolto al talentuoso cantautore francese d’origine armena scomparso nel 2018, corre l’obbligo d’afferrare, ai fini d’una disamina scrupolosa, se la regìa in tandem del diligente Mehdi Idir e dell’acclamato poeta slammer Grand Corps Malade, avvezzo al rivelatorio ed epidermico rapporto col pubblico stabilito nelle performance live, riesca effettivamente a trascendere i pleonastici colpi di gomito, concernenti la scontata cronologia degli eventi ritenuti cruciali, andando al sodo. Per congiungere l’interazione tra immagine e immaginazione tanto alla partecipazione emotiva connessa alla musica quanto ai fecondi silenzi che scandiscono il sottosuolo dei gesti sennò quasi impercettibili. Persino ininfluenti.

In Patients Mehdi Idir e Grand Corps Malade, all’esordio sul grande schermo, erano riusciti a rendere appieno l’autoironia d’uno sportivo allettato in ospedale e la cruciale importanza dei piccoli miglioramenti giornalieri in barba all’handicap, dagli esercizi di riabilitazione eseguiti alle sbarre parallele mettendo un piede davanti all’altro alla sollecitazione motu proprio dell’infausta sedia a rotelle lungo gli angusti corridoi grazie alla capacità acquisita step by step sia di spingere sia di regolare gli appositi corrimano, sulla scorta dell’indispensabile conoscenza intima dell’argomento affrontato. Le performance live contemplate in termini eminentemente concreti da Grand Corps Malade, insieme all’egemonia dell’avvertita tecnica di ripresa dell’attento sodale Mehdi Idir sulla mera tentazione dell’iperbole in merito alla scansione delle tappe decisive per il raggiungimento del successo, bastano a uscire dall’impasse d’una teoria troppo legata al coefficiente d’intellegibilità al servizio degli spettatori allergici ai dispendi di fosforo? Nell’incipit lo stile di narrativizzazione adottato da entrambi per l’occasione, nonostante ricorra con indubbia destrezza ad alcuni carrelli da destra a sinistra che esulano dall’ordinario, paga dazio al carattere eccessivamente sbrigativo del racconto. Alieno al carattere d’ingegno creativo che sa ghermire nell’effigie dell’infanzia dei dettagli in seno al consorzio familiare conformi ai momenti di sospensione inclini ad accrescere le emozioni ivi racchiuse ed esibire il progressivo spostamento dal nido domestico al mondo da ammaliare lontano dalle sbrigative contrazioni del tempo perduto caro a Proust. L’approdo all’età adulta, preceduto dai fugaci interludi in bianco e nero nonché dai balli collettivi degli immigrati frammisti da copione alla bell’e meglio ai timbri antropologici ed esplorativi chiamati in causa senza molta convinzione, non ricava linfa dal raffronto programmatico della società dei poveri cristi con l’alta società che Charles Aznavour, ormai cresciuto, vuole sedurre a dispetto della voce rauca e dell’impalpabile avvenenza.

Il magnetismo sul palcoscenico, covato man mano dalle successive sequenze che mostrano cosa succede nei camerini prima di vedere lo spettacolo assurto ad antidoto contro l’attanagliante mancanza di prospettive prendere piede, alza decisamente l’asticella. Preferendo all’evocazione sommaria del calore dei sentimenti in erba, contrapposti alla freddezza li per lì della scafata Patria adottiva nei luoghi che contano, la rievocazione palmo a palmo dei trascinanti concerti. Col tutto esaurito sugli scudi. A conti fatti la penuria pressoché totale degli speculari ed ermetici scompensi nel ritmo, intento altrimenti a estendere ad arte le palpitazioni del pubblico dai gusti semplici con la celere definizione della canzone Le feutre taupé realizzata al crepuscolo della seconda guerra mondiale pensando al bisogno di arrangiarsi espanso alle classi più agiate, fa da civetta al regresso delle scelte espressive legate all’ovvio intreccio. Sprovvisto dell’atmosfera d’immersione, estranea ai canoni convenzionali, con la quale gli autori con la “a” maiuscola esibiscono il mondo interiore degli antieroi di turno. Ed è quindi l’esteriorità ad avere maggiormente voce in capitolo sulla scia delle parole dei celebri brani dispiegati palmo a palmo senza conferire alla palingenesi della sofferta composizione in trionfale esibizione i tic, gli indugi, le giustapposizioni che avrebbero fornito un supporto di particolare rilievo alle fasi, completamente latitanti, della raccolta delle idee, dell’incubazione, dell’illuminazione, quando affiora lo spunto decisivo, e dell’implementazione. L’approssimazione della fabula, spacciata per stringatezza, relativa agli entusiastici consensi ricevuti da Charles Aznavour, non si limita ad andare per le spicce. Bensì, a partire dal legame presto rescisso con la mentore Edith Piaf, interpretata dalla bravissima Marie-Julie Baup con una sapiente padronanza mimetica fuori dalla portata dell’involuto Tahar Rahim assai poco a suo agio nei panni dell’ambizioso protagonista deciso a raggiungere da solo gli entusiastici consensi prefissi, devia all’atto pratico l’opera sulla carta d’introspezione sui binari della stucchevole soap opera.

La causa risiede nello schematismo delle transazioni decisive e nella ridondanza espositiva dei brani in testa alle classifiche. Con buona pace dell’instant movie, certamente azzeccato, dei festeggiamenti parigini per la fine dell’atroce conflitto mondiale , l’8 Maggio 1945, veicolati dal cortile limitrofo alle vie di Rue Monsieur-le-Prince. Lo scorrere degli anni migliori, le difficoltà incontrate per perseguire una maturazione completa, le scontate schermaglie amorose, gli arcinoti confini tra arte e vita tradiscono l’assenza, al contrario della riuscita fatica precedente, d’un’ampia tastiera che varia dai piedi per terra ai propositi dapprincipio campati in aria, dai modi gentili al narcisismo scalpitante. La crescita professionale, favorita dalla destrezza di convertire nella sala d’incisione il taedium vitae associato al tran tran giornaliero in trascinante amor vitae, cade nelle banalità scintillanti a corto dei rapporti armonici e disarmonici tra habitat ed esseri umani che bussano al cuore delle platee scaltrite. Le zone di stanchezza ravvisabili nel racconto conclusivo di Monsieur Aznavour, a furia di demandare il compito di chiarire le varie contraddizioni legate a una sorta di noia di piombo ai testi dei cavalli di battaglia nel campo della chanson transalpina, soppiantano dunque le curiose zone d’ombra. Che di conseguenza si vanno ad aggiungere alle diverse aspettative disattese. Scambiando l’omaggio al cantautore dell’amore per eccellenza, catturato spesso dalle inquadrature di quinta, per l’inane predominio dei bagliori sui miraggi. Colmi di significato. Specie in relazione all’avvicendarsi di mestizia ed euforia. Promossa da Aznavour, svelto a mutare le meste tribolazioni in stimoli risolutivi, ad assoluto motore dei sentimenti tradotti in musica. Scalzati da Mehdi Idir e Grand Corps Malade a favore della fatua dinamizzazione delle osannate audizioni. Con il risultato di lasciare nella semioscurità i punti di convergenza tra introversione ed estroversione, tra preparazione ed esecuzione, tra immaginazione e realizzazione.
