Moschettieri del re – La penultima missione: quattro cavalieri al servizio di Giovanni Veronesi

Ultima fatica registica di Giovanni Veronesi, Moschettieri del re – La penultima missione è un film tutto da ridere ambientato nella Francia di metà XVII secolo.

Una commedia in costume che di francese ha ben poco, a partire dalle location che, comunque, sono strabilianti. Dagli splendidi paesaggi della Basilicata (il castello di Grottole, le Dolomiti Lucane, il Parco di Gallipoli, il Vulture, Pietrapertosa) fino agli interni girati nelle magnificenti stanze affrescate di Palazzo Reale a Genova.

Ma sono soprattutto i quattro grandi protagonisti della storia a non aver molto a che fare con la Francia seicentesca. Questi di Veronesi sono dei moschettieri nostrani, “caserecci”, ognuno dei quali inventa un suo modo di fare corredandolo col proprio dialetto.

Ecco, quindi, che il Porthos di Valerio Mastandrea parla romanesco ed è un alcolizzato depresso e disilluso. L’Athos di Papaleo è un lussurioso dandy dall’accento lucano, mentre Sergio Rubini conferisce al suo Aramis un tocco di filosofica saggezza pugliese.

Unico sui generis è il D’Artagnan di Pierfrancesco Favino, personaggio quasi a se stante, che gioca con tutto e con tutti e parla una lingua completamente inventata.

La storia di Moschettieri del re – La penultima missione si ispira vagamente al romanzo centrale della saga sui moschettieri scritta da Alexandre Dumas, intitolato Vent’anni dopo. Ma la fantasia prevale sulla trama originale e, spesso, come si può notare anche nel film se lo si guarda attentamente, l’improvvisazione prende il sopravvento, soprattutto grazie alla grande alchimia venutasi a creare tra i quattro interpreti.

Nonostante questo, Veronesi ha guardato ad una certa accuratezza storica nella rappresentazione del Seicento, grazie all’aiuto del professor Nicola Baldoni, che ha firmato al suo fianco la sceneggiatura.

I Moschettieri del defunto re Luigi XIII non sono più tali. Con il peso degli anni sulle spalle hanno lasciato la corte di Parigi per dedicarsi ad attività più umili. D’Artagnan (Favino) è un allevatore di bestiame con una spiccata propensione per le belle donne sposate, Athos (Papaleo), mangiato dalla sifilide, languisce nel lusso del suo castello, Aramis (Rubini) è un abate che tenta di sfuggire ai creditori, mentre Porthos (Mastandrea) affoga la solitudine nell’alcool. Vengono richiamati dalla Regina Anna (Margherita Buy) per contrastare i piani del perfido Cardinale Mazzarino (Alessandro Haber), che sta facendo strage di Ugonotti con l’aiuto dell’intrigante Milady (Giulia Bevilacqua).

La storia, come detto, è più che altro un canovaccio dal quale partire per improvvisare o mettere in scena brevi spettacoli comici tra comprimari.

Eppure, soprattutto nel primo tempo, Moschettieri del re – La penultima missione è una commedia che funziona. La presentazione dei quattro protagonisti e il relativo giuramento ad impegnarsi nuovamente per la corona di Francia permettono lo svilupparsi di una trama forse semplice, ma riuscita.

Si potrebbe parlare delle possibili similitudini con commedie italiane in costume come Larmata Brancaleone, ma, oltre che anacronistico, il paragone risulterebbe pretenzioso.

Quello che salta subito all’occhio, invece, è l’intento puramente gioviale del film di Veronesi, che di sicuro non ambisce all’epicità di Monicelli, ma, piuttosto, ai filoni di certo cinema americano bonariamente demenziale. I rimandi più allusivi si rivolgono a Mezzogiorno e mezzo di fuoco o a Robin Hood – Un uomo in calzamaglia di Mel Brooks (il “Sergio” Muto di Lele Vannoli o lo Cherì di Luis Molteni).

Moschettieri del re – La penultima missione era un progetto in gestazione nella mente di Giovanni Veronesi da circa trent’anni. Aver dato ai suoi personaggi una connotazione supereroistica è stata forse la chiave per rendere appetibile (e fattibile) un film del genere ai giorni nostri.

L’ambientazione natalizia, che potrebbe sembrare casuale, gioca invece un ruolo importante che si scopre solo nel finale, per quanto questo rimanga l’espediente che più fa storcere il naso dell’intero film.

Gli splendidi costumi sono opera di Alessandro Lai. 

 

 

Giulia Anastasi