Most beautiful island: l’incubo americano

È prendendo liberamente ispirazione da situazioni vissute in prima persona quando era un’immigrata in un paese decisamente poco accogliente che l’attrice spagnola Ana Asensio mette in piedi il suo esordio dietro la macchina da presa: Most beautiful island, valsole il Premio speciale della giuria presso il SXSW di Austin.

Non a caso, ne è protagonista lei stessa nei panni di Luciana, giovane iberica lasciatasi alle spalle la propria famiglia e il suo paese a causa di un traumatico incidente che intende dimenticare e che, approdata a New York, per (soprav)vivere si trova costretta ad accettare ogni tipo di lavoro che le viene offerto.

Ed è in questa estrema situazione di precariato che – con incluso un piuttosto ripugnante bagno in vasca in mezzo alle blatte – la seguiamo; fino al momento in cui, in cambio di una ingente somma di denaro, le viene proposto di prendere parte ad una festa molto esclusiva senza sapere nulla a proposito dell’attività che dovrà svolgere nell’occasione.

Perché, man mano che la circa ora e venti di visione si evolve attraverso lenti ritmi di narrazione, è proprio la curiosità stimolata nello spettatore nei confronti di ciò a cui sta andando incontro Luciana a rappresentare il punto di forza della vicenda, comprendente nel cast anche il cineasta indipendente Larry Fessenden (autore de La sindrome di Frankenstein e Wendigo, per intenderci).

Una curiosità generata grazie al dichiarato intento di rievocare le non molto rassicuranti atmosfere metropolitane a stelle e strisce degli anni Settanta, opportunamente rese per merito della scelta di girare in Super 16mm in un’epoca cinematografica che fa del sempre più freddo formato digitale la propria parola d’ordine.

Atmosfere piuttosto cupe e trasudanti più o meno vagamente squallore nell’accompagnare un racconto per immagini dagli echi polanskiani che, nello sfatare il chiacchieratissimo mito del sogno americano, si lascia intendere quale presa di posizione sociopolitica sullo sfruttamento dei più deboli.

Con una fase conclusiva che non può fare a meno di mettere a dura prova gli aracnofobici.

 

 

Francesco Lomuscio