Considerando che il titolo Mother Mary fa riferimento ad un’iconica pop star che apprendiamo non essere certo in uno dei momenti migliori della propria esistenza, sorge spontaneo pensare che il suo nome intenda in un certo senso rievocare quello della Madonna conosciuta all’anagrafe come Louise Veronica Ciccone.
Iconica pop star che, in possesso dei connotati della vincitrice del premio Oscar Anne Hathaway, vediamo immediatamente sullo schermo e prossima al suo grande rientro in scena.

Questo è il motivo per cui si riavvicina alla costumista e ora stilista affermata Sam interpretata dalla Michaela Coel di Black panther – Wakanda forever, un tempo sua migliore amica e con la quale aveva interrotto i rapporti. Con quest’ultima impegnata nel proprio laboratorio a cercare di confezionarle un nuovo abito che possa rappresentarla al meglio per l’atteso ritorno in pubblico, la circa ora e cinquanta di visione, dunque, non si costruisce altro che sulla lunga conversazione insieme alla protagonista de Il diavolo veste Prada. Una conversazione che, al di là dell’abito quale argomento cardine, provvede a riaprire la strada a sentimenti forti e mai sopiti, tra ferite e tensioni irrisolte. È quindi evidente che, escludendo i variopinti momenti quasi da videoclip che lasciano emergere la notevole cura visiva dell’operazione, testimoniata dalla totale ambientazione al chiuso sia un’impostazione di taglio fortemente teatrale quella che caratterizza Mother Mary.

Un’impostazione che permette oltretutto alla Hathaway e alla Coel di offrire il meglio in fatto di performance attoriali, reggendo completamente sulle loro spalle l’intera evoluzione narrativa. Un’evoluzione narrativa che, al timone di regia, l’americano David Lowery – il cui curriculum include, tra gli altri, Storia di un fantasma e i disneyani Il drago invisibile e Peter Pan & Wendy – gestisce attraverso un ritmo estremamente lento; man mano che a circa metà film si approda a sedute spiritiche e risvolti soprannaturali e che il tutto arriva perfino a sfiorare i connotati del body horror. E, se vogliamo, possiamo addirittura azzardare echi polanskiani per quanto riguarda le parti “allucinate” della vicenda, ma, alla fine dei giochi, Mother Mary non si rivela altro che una tanto pretenziosa quanto confusa allegoria in fotogrammi relativa alla depressione e che, stritolata nella inesorabile morsa della verbosità, non riesce in alcun modo a coinvolgere e a toccare le corde delle emozioni.
