Diretto nel 2001 da John Carpenter, Fantasmi da Marte (Ghosts of Mars) è uno di quei film che per anni è stato liquidato troppo frettolosamente come un bizzarro action fantascientifico rumoroso e sopra le righe, quando invece nasconde, sotto la polvere rossa di Marte, un discorso sorprendentemente amaro sull’arroganza coloniale dell’essere umano. Dietro gli assalti forsennati, il metal sparato a tutto volume, i corpi mutilati e i guerrieri indemoniati, Carpenter costruisce infatti una parabola politica nerissima in cui i veri invasori non sono i marziani, ma gli uomini stessi.
Il film ci porta nel 2176, in una colonia mineraria terrestre costruita sul pianeta rosso. Gli esseri umani hanno trasformato Marte in una nuova frontiera da sfruttare: miniere, carceri, insediamenti industriali, repressione militare. Non esiste alcuna volontà di comprendere quel mondo, ma soltanto di dominarlo. Ed è proprio scavando nelle viscere del pianeta che gli uomini liberano accidentalmente un’antica razza marziana, spiriti guerrieri che prendono possesso dei corpi umani trasformandoli in creature feroci, mutilate e assetate di sangue. L’agente di polizia Melanie Ballard, comandante in seconda di una piccola squadra inviata a recuperare e trasportare un prigioniero chiamato Desolation Williams, giunge alla vecchia miniera dove l’uomo viene tenuto, e scopre che gli abitanti sono quasi tutti scomparsi, eccezion fatta per alcuni cadaveri senza testa e i detenuti. Inizia così una vera e propria lotta per la sopravvivenza fra gli uomini di Ballard ed i feroci Marziani.

A prima vista sembrerebbe il classico canovaccio carpenteriano dell’assedio: un gruppo chiuso in uno spazio ostile mentre un nemico mostruoso cerca di sterminarlo. Eppure il film suggerisce continuamente una lettura diversa. I marziani non arrivano sulla Terra. Non invadono nulla. Sono gli uomini ad aver profanato il loro pianeta, devastandolo con trivelle, colonie e prigioni. Quella che vediamo non è un’invasione aliena, ma una disperata guerra di resistenza. In questo senso, Carpenter ribalta completamente il punto di vista tradizionale della fantascienza americana. Per decenni Hollywood ci ha raccontato extraterrestri ostili pronti a conquistare il nostro mondo; qui invece gli esseri umani assumono il ruolo degli occupanti coloniali. I marziani combattono come tribù indigene spinte all’estinzione, e persino il loro aspetto selvaggio, tribale e ritualistico richiama culture antiche annientate dalla violenza imperialista. Le loro mutilazioni, gli ornamenti ossei e i volti deformati non sono soltanto dettagli horror, ma simboli di una civiltà radicalmente diversa, incomprensibile agli occhi occidentali e per questo automaticamente considerata mostruosa. Carpenter sembra quasi suggerire che l’umanità esporti nello spazio gli stessi errori commessi sulla Terra: conquista, sfruttamento delle risorse, militarizzazione, cancellazione delle culture native. Non a caso la colonia marziana appare sporca, degradata, violenta, lontanissima dalle utopie scintillanti della fantascienza classica. Marte è già diventato una nuova periferia americana, dominata da multinazionali e forze di polizia corrotte. Persino i detenuti vengono utilizzati come merce da trasportare, controllare e reprimere.

Dietro l’apparente caos muscolare di Fantasmi da Marte si nasconde in realtà uno dei film più “carpenteriani” dell’intera carriera del regista. Secondo alcune voci mai confermate ufficialmente, il progetto sarebbe nato addirittura come un nuovo capitolo dedicato a Jena Plissken dal titolo Fuga da Marte. Dopo il deludente riscontro commerciale di Fuga da Los Angeles, però, lo studio avrebbe deciso di abbandonare il celebre antieroe interpretato da Kurt Russell, trasformandolo nel più ruvido e disperato Desolation Williams. Anche se la leggenda non è mai stata verificata, guardando il film è facile intravedere le tracce di quello spirito anarcoide e disilluso tipico di Plissken. Più che un semplice horror fantascientifico, Fantasmi da Marte rappresenta una sorta di ritorno alle origini per Carpenter. La struttura narrativa richiama infatti in modo evidente Distretto 13 – Le brigate della morte, di cui il film può quasi essere considerato una versione marziana e ipertrofica. Ma il riferimento va ancora più indietro: Distretto 13 stesso era debitore del western di Howard Hawks Un dollaro d’onore, e così anche Fantasmi da Marte eredita quell’anima da western sporco e disperato, sostituendo cavalli e revolver con mitragliatrici, droga sintetica e tempeste di sabbia aliena.
La protagonista, Melanie Ballard, interpretata dalla canadese Natasha Henstridge, è una poliziotta dura, cinica, quasi disillusa, perfetta incarnazione dell’eroina carpenteriana. Non è una salvatrice idealista, ma una sopravvissuta immersa in un mondo marcio. Attorno a lei si muove un gruppo di personaggi volutamente sopra le righe, tra criminali, soldati e poliziotti incapaci di distinguere davvero il bene dal male. Tra loro spicca il rapper Ice Cube nei panni del carismatico detenuto Desolation Williams, figura che inizialmente appare come un antagonista ma che finisce per rivelarsi molto più umano delle istituzioni che lo hanno incarcerato. Carpenter gioca continuamente con le ambiguità morali: i criminali spesso risultano più sinceri e leali dei rappresentanti della legge. Nel cast compaiono anche Pam Grier, icona della blaxploitation anni Settanta, nel ruolo del comandante Helena Braddock, Jason Statham in uno dei suoi primi ruoli cinematografici, quello dell’ironico sergente Jericho Butler, Joanna Cassidy (la dottoressa Arlene Whitlock) e Clea DuVall (la recluta Bashira Kincaid). Carpenter assembla volutamente una squadra di volti duri e anticonvenzionali, quasi fumettistici, creando un’atmosfera da western spaziale polveroso ed opprimente.

Dal punto di vista stilistico, Fantasmi da Marte rappresenta una sorta di summa estrema del cinema carpenteriano. La fotografia desaturata di Gary B. Kibbe immerge tutto in tonalità rossastre e sabbiose che ricordano un inferno desertico senza via d’uscita. Le ambientazioni industriali decadenti sembrano fondere fantascienza, horror e western post-apocalittico. Carpenter trasforma Marte in una frontiera maledetta dove civiltà e barbarie finiscono per confondersi. È un cinema volutamente eccessivo, che rifiuta il realismo e abbraccia invece la dimensione fumettistica e rockettara del genere. Infatti uno degli elementi più particolari del film resta la colonna sonora, composta dallo stesso John Carpenter insieme a musicisti come Steve Vai, Buckethead e alla metal band degli Anthrax. Il risultato è una miscela violentissima di elettronica ed heavy metal che accompagna il massacro con un’energia quasi allucinata. La musica non cerca eleganza o raffinatezza: è sporca, aggressiva, martellante, perfetta per raccontare un mondo ormai impazzito. Anche la struttura narrativa contribuisce a rendere il film straniante. Carpenter utilizza continui flashback e punti di vista multipli, quasi come se la vicenda venisse ricostruita attraverso testimonianze frammentarie. Questo espediente aumenta la sensazione di caos e paranoia, facendo sembrare l’intera storia una leggenda nera raccontata dopo una guerra. Ovviamente l’ambientazione contribuisce enormemente all’atmosfera allucinata del film. Pur avendo Marte un ciclo giorno-notte molto simile a quello terrestre, Carpenter sceglie di immergere quasi tutta la vicenda nell’oscurità. Il pianeta rosso diventa così un inferno notturno, una landa spettrale illuminata soltanto da neon, esplosioni e torce improvvisate. L’unico momento davvero diurno arriva attraverso il flashback della scienziata interpretata da Joanna Cassidy, quando viene raccontata la scoperta dell’antica civiltà marziana e l’apertura di quello che appare come un vero “vaso di Pandora” extraterrestre. Per creare la superficie di Marte, la produzione trasformò una miniera di gesso del Nuovo Messico in un paesaggio alieno ricoprendola con migliaia di galloni di polvere rossa. Un lavoro enorme che conferisce al film un look tangibile, sporco e fisico, lontanissimo dalla perfezione digitale della fantascienza contemporanea. Si sente quasi la polvere entrare nei polmoni dei personaggi.

Certo, il film presenta anche limiti evidenti. Alcuni effetti speciali oggi appaiono datati, certi dialoghi sono volutamente eccessivi e la componente action spesso prende il sopravvento sulla riflessione filosofica. Ma proprio questa natura rozza e sbilenca contribuisce al suo fascino. Fantasmi da Marte non cerca mai di essere una fantascienza elegante o intellettuale nel senso tradizionale del termine. È cinema exploitation travestito da blockbuster, un B-movie rabbioso girato da un autore che ha sempre guardato con sospetto le istituzioni, il potere e la società americana. Rivedendolo oggi, il film appare persino più interessante di quanto non fosse nel 2001. In un’epoca in cui si discute continuamente di colonialismo, sfruttamento delle risorse e devastazione ambientale, il discorso di Carpenter acquista una forza quasi profetica. Gli esseri umani arrivano su Marte comportandosi esattamente come hanno fatto sulla Terra: occupano, scavano, consumano, militarizzano. I marziani reagiscono con ferocia, certo, ma stanno difendendo la propria casa. In fondo, dal loro punto di vista, gli autentici mostri siamo noi.

Ed è forse proprio questa l’idea più disturbante del film: non esiste alcuna invasione aliena. Esiste soltanto l’ennesima conquista umana. Carpenter ci mette davanti a uno specchio deformante e ci costringe a osservare quanto facilmente l’uomo riesca a trasformarsi nell’incubo di qualcun altro. Dietro il sangue, il metallo e la follia pulp di Fantasmi da Marte si nasconde quindi un’opera molto più pessimista e politica di quanto molti abbiano voluto ammettere. Un film imperfetto, eccessivo, spesso delirante, ma anche profondamente coerente con la visione del suo autore: quella di un’umanità incapace di imparare dai propri errori, pronta a esportare violenza e sopraffazione persino tra le stelle.
Il film è attualmente disponibile sulle piattaforme Amazon Prime Video, Apple TV, YouTube e Rakuten TV, ed in dvd e blu-ray Eagle Pictures.
https://www.imdb.com/it/title/tt0228333