NEVICA: con “TENGO” e la “Trilogia dell’Anima”

Elettronica e mondo digitale, servito e contaminato dal suono analogico voluto e cercato. Il tutto al servizio di una filosofia di vita e di pensiero a spasso sottobraccio tra letteratura e psicologia del vivere quotidiano. Mettiamo assieme tutto questo, facciamo cadere l’attenzione su romanzi come “1Q84” di Murakami, riflettiamo con maggiore spessore e cura sulle sempre eterne lotte interne tra quel che siamo e quel che vorremmo essere delle mille nostre personalità in gioco e poi alla fine seguiamo anche gli insegnamenti di studiosi e osservatori come Mauro Scardovelli. Eccovi un riassunto anche fin troppo sintetico del nuovo disco di Gianluca Lo Presti che da tempo edulcora in varie forme il suo moniker che oggi pare giunto alla forma (finale?) di Nevica. Si intitola “Tengo” questo lavoro che segna il secondo passaggio di una trilogia che lo stesso producer e musicista emiliano ha intitolato “Trilogia dell’anima”. E se nel primo capitolo “Sputnik” (da cui sempre forti i rimandi alle opere di Murakami) il nostro si presentava maggiormente visionario e psichedelico, qui Nevica concede spazio a forme più conosciute e di maggiore comodità. Già il video di lancio del singolo “Il nostro suono” ha decisi rimandi alle strutture pop. Ma non è solo di pop che si parla. Si parla di de-costruzione e de-strutturazione della forma canzone classica, un po’ come farlo con l’individuo partendo dalle sue più intime declinazioni personali. E questo attraverso 8 inediti che hanno un gusto e una coerenza davvero interessanti. Ascolti lisergici, futuro prossimo e filosofia tutt’altro che spicciola. Un disco dalle sontuose scene berlinesi.

Noi parliamo tanto di estetica. Quella di scena ma anche e soprattutto quella dello spirito. Iniziamo le interviste chiedendo a tutti: cos’è per Nevica l’Estetica?
Penso che la ricerca del bello debba partire da dentro di noi. Se vogliamo un mondo pulito spiritualmente e materialmente,dobbiamo prima esserlo noi stessi. Si lavora duro per questo ma ne vale la pena. La musica ha un grande potere, di elevare gli animi. Questo è il senso dell’estetica secondo me almeno la mia, migliorarsi dall’interno per riflettere sull’esterno.

Estetica di suono e di parola. Parliamo della prima: il suono delle tue produzioni cerca la trasgressione digitale e quella compositiva. La forma canzone elude dai cliché convenzionali. Come mai?
Grazie per questa bella domanda. La trasgressione rappresenta un modo per sperimentare, andare oltre, ti mette in una dimensione di movimento dove tutto evolve. Chi si ferma è perduto. La vita è un continuo mutamento a volte è necessario cambiare regole se non vanno più bene. Io mi sento da sempre un pioniere, andare dove nessuno va perché il noto sappiamo già come funziona. La canzone pop ha delle regole oramai granitiche e inattaccabili. Io mi diverto a giocarci destrutturandola ma per portarla oltre. Per dire certe cose che mi interessa far arrivare alla gente, bisogna predisporre un terreno che non è quello del pop. Serve una coscienza differente.

Parliamo ora della parola: cosa significa scrivere una canzone? Un testo di canzone secondo te può aver senso e vita senza musica?
No perché testo e musica devono compenetrarsi alla perfezione si devono sostenere a vicenda. Un testo senza musica non è detto che diventi poesia. Spesso le parole o le visioni nei miei testi mi vengono suggerite dalla musica e nascono insieme.

Che poi in fin dei conti, possiamo chiamare queste canzoni? Anche questo è un problema di estetica se ci pensi…
Ma penso di si.Magari non convenzionali ma sono comunque canzoni. L’esperimento che ho provato a fare in Tengo è stato quello di far implodere il pezzo ad un certo punto sconfinando nel magma indefinito del noise fino a far prendere nuova forma alla musica e far spuntare dal nulla una nuova atmosfera come fosse un altro pezzo. Invece è sempre il medesimo.

Murakami torna prepotente nella tua scrittura. Come mai questa forte ispirazione? Che sia l’oriente anche un chiave di lettura?
Murakami è stato un faro che mi ha guidato nella notte in un momento credo in cui avevo perso la fiducia nel prossimo quindi avevo fortemente bisogno di un modello forte in cui riconoscermi. E così è stato.Ho trovato nei suoi romanzi le risposte che cercavo, mi sono identificato nei suoi personaggi. E tutto questo con estrema naturalezza. Si certo l’oriente è una chiave di lettura che più mi si confà perchè l’uomo e la sua dimensione interiore sono più considerati rispetto al materialismo occidentale.

A chiudere: nel video arriva prepotente la città, la notte, le luci con cui giochi. Elementi che ritroviamo in ogni angolo della tua produzione. Sbaglio? Simboli che codificano Nevica, il futuro, l’industrializzazione, la luce che smorza i contorni e rende indefinito quel che vediamo… oppure sono semplici casualità?
Il videoclip è opera di Mario Danelli che segue da tempo tutta la parte visiva di Nevica. Ho lasciato a lui libera ispirazione sugli scenari del singolo “il nostro suono” e credo sia riuscito a rappresentare bene quel senso di claustrofobia e oscurità tipico delle mie atmosfere musicali. Quindi non sono semplici casualità.Il clima metropolitano esaspera questa condizione tecnologica di prigionia emotiva in cui l’essere umano risulta essersi intrappolato con le proprie mani ed è un tema ricorrente che mi sta a cuore. L’uomo prigioniero di se stesso ma anche potenzialmente l’unico che può liberarsi da questo se iniziasse di più a guardarsi dentro.