Avvezza ad appaiare “il come”, conforme alla forza significante della tecnica cinematografica, a “il cosa”, relativo alla conoscenza intima del tema esibito attraverso l’opportuna scrittura per immagini, l’ambiziosa regista afghana Shahrbanoo Sadat punta in No good men sulla contaminazione dei generi cara al pensiero postmoderno. Che contempera leggerezza umoristica e profondità introspettiva per conferire originalità analitica alla crudezza oggettiva. Ravvisabile nel caso preso in esame nell’evacuazione di massa avvenuta il 15 Agosto 2021 in seguito alla caduta della capitale afghana causata dagli estremisti talebani senza incontrare alcuna resistenza sancendo così la fine della Repubblica Islamica dell’Afghanistan.

Lo scopo della regista consiste nel legittimare l’elezione ad autrice con la “a” maiuscola esibendo il risvolto minimalista vissuto dietro le quinte dei giorni relativi alla capitolazione di Kabul fondendo elementi tragici ed echi mordaci. Attinti alla capacità di far ridere amaramente e di far riflettere ironicamente tipica della commedia dell’arte. Amalgamata alla proverbiale geografia emozionale. Tirata in ballo con l’esordio in cabina di regìa dall’alacre Shahrbanoo Sadat, nata e cresciuta in Iran a dispetto dei vincoli di sangue e di suolo, per convertire il vissuto personale nella dinamica predatore-preda attigua alla chiave metaforica dispiegata in Wolf and sheep.

Servendosi dello sguardo innocente dell’infanzia, innescato dalla memoria autobiografica ed ergo autoriale, per distinguere i miti attribuiti alla raffigurazione della Minaccia costituita dai temutissimi lupi ai danni delle pecore guidate al pascolo dai pastori locali dal carattere d’autenticità preservato dall’ordine naturale delle cose. Ovvero gli spazi emotivi ed evocativi dove viene sancita l’interazione tra habitat ed esseri umani al riparo dalle credenze soprannaturali. Scalzate dalla spontaneità di tratto suggellata dall’immersione nel tran tran quotidiano d’origine neorealista nelle montagne afghane. Ricreate ad hoc lontano dai veri luoghi dell’anima in grado di approfondire l’intrinseco mix tra elementi ancestrali ed esami comportamentistici. Che nel successivo apologo sull’Afghanistan rurale girato dalla prodiga Shahrbanoo Sadat sulla scorta dell’esperienza di vita confidatale dall’amico Anwar Hashimi stenta a comunicare l’altalena degli stati interiori attraverso uno sradicamento che collima con l’università della strada frequentata ai tempi dell’età verde svilita dall’orfanotrofio tramutato in spaventevole base militare dall’approdo degli incalzanti mujaheddin. Occorre quindi capire se con la sua terza prova da regista assurta ad autrice, cimentatasi per l’occasione nelle vesti d’attrice protagonista impersonando l’operatrice Naru delusa dagli uomini sciovinisti chiamata ad affiancare con la telecamera l’inafferrabile Qodrat, il giornalista più influente ed erudito dell’emittente televisiva di Kabul, Shahrbanoo Sadat attinga al ricordo di quando dopo molti giorni insieme ad alcuni componenti della famiglia seppe passare in mezzo alla folla e ai posti di blocco talebani nell’aeroporto ed espatriare in Germania grazie all’interazione tra il carattere d’ingegno creativo e il carattere d’autenticità, sciorinando una cifra stilistica davvero matura ed empatica, oppure trasfiguri ambienti, visti tanto da fuori quanto da dentro, figure cruciali, figure di fianco per approfondire l’apporto della contaminazione dei generi al servizio della routine quotidiana, scevra dalle idee scopiazzate sottobanco ai guru del Neorealismo, a discapito, quindi, dell’indispensabile geografia emozionale. L’effigie interna ed esterna dello studio televisivo ricostruito a Hoppegarten nel Brandeburgo sembra aderire alla virtù dei luoghi riflessivi di riverberare le emozioni scosse dal turbinio degli eventi, sebbene corroborate dal valore terapeutico dell’umorismo suggellato nel cemento a rischio delle strade, condizionando altresì il modo di agire e di reagire ai tiri mancini del destino.

Viceversa dal punto di vista cromatico l’intenzione di alternare i colori smorti in linea con l’ovvio grigiore esistenziale alle nuance fulgide paga dazio ad alcune deleterie modalità programmatiche ed esplicative. Aliene alla sagacia del brillante ed estroso collega brasiliano Jeferson De in Correndo dietro / Correndo atràs nel rendere scintillanti i quattro stracci indossati dagli abitanti della favela estranea all’impasse dei luoghi comuni. La deleteria egemonia dei pleonastici luoghi comuni sugli indispensabili luoghi riflessivi prende al contrario piede palmo a palmo in No good men allorché l’attitudine a scaldare il cuore degli spettatori al fuoco delle piccole memorie cede la ribalta alla voluttà di azzerare le distanze tra finzione e realtà mediante l’avvicendamento strumentale di reazioni genuine ed emozioni schiette. All’incipit quasi parodistico, che vorrebbe porre in risalto l’incoscienza di chi vuole coltivare il proprio orticello vicino alle luci degli ingannevoli riflettori mentre i timbri identitari franano nell’ombra accanto ai posti dell’anima, segue uno stile indubbiamente spigliato disponibile al paradosso. Rispetto al clima di orrore e d’immane incertezza che attanaglia i centri abitati. Lo scontato contrasto speculare, anziché sbrigliare il carattere d’ingegno creativo già profuso dall’ora involuta autrice ancora avventizia, allora, nondimeno, sul pezzo in Wolf and sheep, incappa negli stessi passaggi a vuoto rintracciabili nel secondo lungometraggio The orphanage che trascina il diario inedito di Anwar Hashimi, accostato all’undicenne Qodrat reo di vendere i biglietti del cinema al mercato nero, nel vacuo dinamismo dell’azione. Ai danni dell’idonea contemplazione. Lo sforzo compiuto in No good men per riuscire ad accorpare il dinamismo dell’azione, scomodato per cogliere la situazione caotica dipanata col fuggi fuggi di migliaia d’inermi civili coi nervi tirati allo spasimo, alla contemplazione, necessaria a innescare la razionalizzazione dell’assurdo cara ai poeti, che Shahrbanoo Sadat attribuisce al nerbo canzonatorio dell’atto di resistenza muliebre all’insegna dell’implicita rivendicazione di svolgere le mansioni di fotoreporter e cameraman con buona pace delle limitazioni imposte dal severo e miope governo autoctono, va comunque segnalato. Alla medesima stregua dei voluti scompensi nel ritmo narrativo, delle parti recitate frammiste a quelle improvvisate, dell’estetica del Cinema Verité palesata unendo le immagini della fuga preceduta dall’inversione di tendenza in merito al tormentone del titolo coi filmati di repertorio riguardanti in particolare gli ingorghi stradali in direzione dell’areoporto.

Tuttavia la retrocessione dei luoghi identitari sul grande schermo da spazi riflessivi ed evocativi, carichi quindi di senso, ad attanti narrativi pretestuosi ed effimeri, poiché sfociano nel contesto minimale preferito alla geografia emozionale, traligna pure l’efficacia malincomica, sul versante tanto del carattere d’autenticità quanto della sapiente bizzarria svelta ad assorbire persino i soprassalti d’aggressività all’interno dello studio televisivo scosso dai cambiamenti in atto, preferendo alla prova del nove il teatro della chiacchiera a quello di guerra. Col risultato di svilire i piani d’ascolto connessi alla destrezza recitativa di Shahrbanoo Sadat nei panni dell’operatrice che in Zona Cesarini cambia opinione sugli uomini in generale, per merito del giornalista altero ed eminentemente protettivo, privilegiando così lo spettacolo secondario della recitazione ai danni dell’inerme spettacolo principale dell’immersione e dell’introspezione a corto dei colpi di coda della regìa. Sostituiti alla bell’e meglio dai colpi di gomito che raggiungono lo zenith col bacio romantico dell’impensabile coppia. Che agli occhi dell’autrice con le polveri bagnate sopperisce alla mancata opposizione della popolazione civile all’invasione talebana con un atto di resistenza reo di cadere nelle insalubri secche dell’enfasi di maniera. No good men chiude perciò i battenti veleggiando nella mera superficie dei cortocircuiti visivi, accostati viceversa dai Giovani Turchi della Nouvelle Vague alla fusione d’immagini di finzione ed eventi di portata storica, in mezzo agli applausi degli spettatori ignari della celebrazione dei difetti congiunta dal New American Cinema alle inquadrature mosse della camera a mano richiesta dal bisogno di trasportare il pubblico nel caos dell’evacuazione di massa. Formuliamo l’augurio che Shahrbanoo Sadat, prendendo le debite distanze dal pedinamento d’ascendenza zavattiniana ghermito a ogni piè sospinto, rinsaldi il carattere d’ingegno creativo mostrato nella pellicola del debutto. Che porta assolutamente a galla l’innegabile ed emblematica mutevolezza della Storia, degli avvolgenti riti casalinghi, dei carezzevoli vincoli di sangue e di suolo, delle memorie scaldate sul serio al fuoco delle memorie private. Illuminate dalla cellula storica delle emozioni custodite grazie anche alla collettività e al nerbo malincomico ed elegiaco che annoda il nucleo delle psicologie alle situazioni interpersonali impreziosite dall’imprevedibilità del comportamento umano. Scevro dalle lagne femministe.

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