Reduce dal deludente thriller sentimentale Decision to leave, che stenta ad appaiare l’avvolgente senso di mistero dei noir investigativi agli archetipi mélo, sprovvisti del carattere d’ingegno creativo garantito dalla percezione individuale dell’autore in grado d’imprimere forza significante alla propria sensibilità estetica, l’involuto regista sudcoreano Park Chan-wook cerca di recuperare l’estro perduto con l’ambiziosa black comedy No other choice – Non c’è altra scelta.

Nella speranza di rinvenire l’arguzia spiazzante ed elegiaca esibita, ormai oltre venti primavere or sono, in OldBoy e Lady Vendetta mescolando i rilevanti piani temporali sulla scorta dell’attenta scrittura per immagini. La smania di generare meraviglia, attraverso l’utilizzo virtuosistico dell’acutezza, che veicola roboanti slow motion, eclatanti obiettivi grandangolari ed ermetiche diagonali, ora come allora, per eludere il tangibile rischio di regredire l’appeal dello slittamento percettivo nell’impasse dell’ipertrofia stilistica, necessita della destrezza di rendere assolutamente riconoscibile l’impronta espressiva addotta per ottenere la risposta emotiva del pubblico intellettuale, dal palato fine, e scongiurare la perdita di efficacia narrativa.

Vanificata dalla deleteria interazione tra sovraccarichi manieristici ed eccessi di artificio. Per sbrogliare il bandolo della matassa, spingere il pubblico ad approfondire la visione e spiegargli passaggio per passaggio il modo in cui Park Chan-wook se l’è cavata, senza pagar dazio all’ingannevole tentazione dell’iperbole o restando sempre fatalmente sedotto dall’infecondo surplus sensoriale che – gira gira – veleggia in superficie, occorre concentrarsi dapprincipio sulle frecce all’arco dell’autore orientale animato sin dall’incipit baroccheggiante dalla smania di riaffermazione. I fluidi ed emblematici carrelli in avanti, le inquadrature sghembe, spesso dal basso all’alto, l’assiduo ricorso al deep focus, per veicolare l’attenzione degli spettatori in alcuni enigmatici dettagli, trascendono senz’alcun dubbio l’inane ambito espositivo. Per conferire una prospettiva che esula dall’ordinario alla vicenda dell’indispettito Man-soo. Impiegato specializzato nell’azienda di produzione cartiera costretta dai bilanci in rosso a operare tagli nel personale. L’effigie del nucleo familiare attanagliato dal mesto ridimensionamento economico ricava linfa dalla solerzia di associare la profondità di campo a quella introspettiva. Il gusto per il bizzarro dapprincipio, anziché perdere la polpa della satira intima e sociale che snuda l’amara mercificazione dei rapporti pure nei convivi domestici a favore dell’infertile gelatina degli scontati colpi di gomito concernenti la natura meschina rintracciabile nella banalità del male intenta a infiacchire la bonomia d’ogni vincolo di sangue, compreso l’incontestabile legame di Man-soo col figlio adolescente concepito dall’attraente consorte Mi-ri in seguito alla precedente relazione, aggiunge parecchia carne al fuoco rispetto al pur illustre collega greco Costantin Costa-Gavras. Che nel 2005 col modesto dramedy Cacciatore di teste non era riuscito ad adattare appieno l’umorismo tagliente del romanziere statunitense Donald E. Westlake nel libro a tema The ax all’esplorazione psicologica di un ambiente talmente competitivo da spingere i lavoratori a spasso a eliminare fisicamente la concorrenza sulla medesima falsariga dello specchio deformante messo precedentemente in scena con Z – L’orgia del potere, Missing – Scomparso e Music Box – Prova d’accusa. Per evidenziare le assurdità imperanti nelle stanze dei bottoni a discapito dei poveri cristi tenuti fuori.

Ciò non vuol dire automaticamente che in No other choice – Non c’e altra scelta emerga invece una sorta d’affinità elettiva tra l’arcinota predilezione di Park Chan-wook per l’esplorazione vorticosa dei sottofondi emotivi, congiunti alle insanabili contraddizioni umane, ravvisabili altresì nella relazione fisico-ottica col mondo circostante avvinghiato dalla voluttà di razionalizzare l’assurdo, e la capacità di presa immediata conforme alla prosa padroneggiata da Westlake nelle mordaci punture di spillo rivolte al paradosso di domanda e offerta dovuto ai lavoratori inattivi. Come l’ingegnere tradito dalla partner stanca dell’inerzia esacerbata dal torto inflittogli dai caporioni dell’ennesima azienda che dismette i dispositivi concepiti per la produzione di carta divenuti obsoleti. Park Chan-wook merita un plauso nell’avvicendare i lacrimoni dei bimbi di casa per i cagnoletti sacrificati al regime dell’austerità con l’iconico suono “ta-dum” dell’apertura di Netflix, salvaguardato dall’età verde fidelizzata alla piattaforma destinata al bisogno d’identificare nuove aree di risparmio. Mentre quando sterza nella struttura a mosaico del quadro corale, caro a Maestri della levatura di Robert Altman ed Ettore Scola, estranei agli epos furenti e alla suspense inutilmente palpitante, va a caccia di grilli. Con buona pace della congerie d’insistiti match-cut visivi, che accostano le sequenze lontane con l’ausilio del compiaciuto montaggio alternato, d’irrequieti movimenti di macchina all’indietro, quando vacilla la foga omicida nei riguardi degli scomodi candidati ai posti vacanti nelle imprese che si occupano sempre dell’imballaggio della carta a onta della crisi in atto, di ampollosi percorsi a ritroso. L’egemonia dell’impaccio macchiettistico sulla mimica da brivido relazionata nei bei tempi da Park Chan-wook al ritmo iperrealistico, che scovava tramite le proporzioni alterate ad hoc il confine tra tragica verità ed effimero disinganno, taglia la testa al toro. Dando la stura al decadimento splatter. Allorché la velleità assassina vince gli indugi tragicomici. Dilatati ex ante a dismisura seguendo da copione i binari della logora suspense. Aliena alla configurazione pittorica dell’azione e dell’allusiva degenerazione successiva. La penuria dei princìpi cardine degli apologhi fenomenologici sul regresso umanitario, che non si arrestano davanti a nulla a costo di regredire le garbate sfumature umoristiche in pesanti accentuazioni canzonatorie, costringe così Park Chan-wook ad appaiare alla bell’e meglio stilemi incompatibili.

Con il risultato d’imbattersi nell’intralcio dei deleteri luoghi comuni. Che trascinano nella vieta banalità perciò l’esercizio di fantasia congiunto all’accostamento sincretico dei tratti distintivi agli antipodi. Dai sottotesti critici frammisti ai nervi tirati allo spasimo del lavoro di sottrazione alla ridondante manipolazione delle passioni in gioco. Dalla retorica cioè all’antiretorica. Dall’acqua santa al diavolo. Dall’antidoto al veleno. L’interazione tra suoni diegetici ed extradiegetici, che scivolano sulla buccia di banana dei fatui racconti acrobatici diffondendo nell’abitazione in vendita tornata ad allietare i componenti passati al lato oscuro le melodie gravi del violincello della figlioletta dell’instabile coppia lieta di aver sopperito all’incognita di scoppiare sulle note al contrario esplicative degli ampollosi brani musicali, dimostra di possedere più fiato che polmoni. Gli sviluppi imprevisti sulla carta sono pertanto rinviati alla prova del nove al giorno del poi e all’anno del mai. La scontatezza dilagante, che raggiunge lo zenith del ridicolo involontario con l’ennesima pioggia scrosciante chiamata a fungere da battistrada a un occultamento di cadavere nel giardino attiguo al redivivo focolare meritevole di beccarsi una mitragliata di pernacchie anziché una semplice manciata di fischi, trascina, obtorto collo, nel disastroso guazzabuglio persino i pezzi di bravura recitativa sciorinati dall’intero cast. Lo spettacolo subalterno della recitazione, con la palma del più incisivo ed epidermico dei vari interpreti da attribuire assolutamente al poliedrico Lee Byung-hun, bravissimo nelle vesti nell’esasperato Man-soo ad anteporre il freno della recitazione misurata all’infertile gigionismo, non è nemmeno lontanamente sufficiente a rimediare alle polveri bagnate dello spettacolo preminente. Che la tira per le lunghe tentando di andare a colpo sicuro con l’inclinazione di Park Chan-wook ad accostare i ritratti febbricitanti ed eccentrici sulla perdizione allo sforzo di concepire l’affresco spirituale partendo dalla crudezza oggettiva del reale. L’efferatezza trita e ritrita, le freddure prive di sugo, il calore familiare complice delle nefandezze nascoste nell’orticello, le crisi di mezza età, le discordie, gli ipocriti accordi ristabiliti trainano dunque No other choice – Non c’è altra scelta nell’accozzaglia di pretestuosi segni d’ammicco spacciati per guizzi a caccia d’encomi. Che cercano sino a un certo punto di darla a bere ai fan a prescindere del farraginoso autore sudcoreano. Per poi accusare il colpo in zona Cesarini degli accenti nichilistici e dei nodi alla gola impastati senz’acume.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Plugin WordPress Cookie di Real Cookie Banner