Noi: l’attesa opera seconda di Jordan Peele

Dopo aver conquistato spettatori di tutto il mondo con l’ottimo Scappa – Get out (2017), il regista e attore Jordan Peele ha sollevato molta curiosità da parte sia del pubblico che della critica per l’imminente uscita in sala di Noi, sua opera seconda.

Siamo nel 1986. Adelaide (Madison Curry) è una bambina serena e tranquilla che, però, rimane profondamente sconvolta dopo essersi persa – durante un’uscita al luna park con i suoi genitori – all’interno di una misteriosa casa degli specchi. Qui la ragazzina vede una coetanea uguale identica a lei. Cosa sta accadendo lì dentro?

Trascorrono più di trent’anni. Adelaide, ormai adulta (Lupita Nyong’o), torna in vacanza nello stesso posto in cui era stata da piccola, insieme a suo marito e ai due figli. Tutto sembra andare per il meglio, finché una notte non fanno irruzione in casa loro quattro individui che sembrano esserne le esatte repliche.

Con un’ottima conoscenza del mezzo cinematografico, sapienza nel gestire ambienti claustrofobici e, non per ultima, una gradita ironia a stemperare il tutto, Jordan Peele realizza attraverso Noi un ulteriore film di genere, caratterizzato come il precedente da una predominante componente politica.

Ciò che il regista mette in scena è una inquietante allegoria relativa agli Stati Uniti d’America – contemporanei, come del passato – che, a tratti, ricorda addirittura Metropolis, il capolavoro di Fritz Lang datato 1926, ma che riesce sempre nell’impresa di risultare attuale.

Quindi, il punto di vista iniziale dell’operazione non tarda a venire ribaltato, in maniera che ogni certezza venga sapientemente messa in discussione e che lo spettatore stesso finisca per essere volutamente disorientato da una macchina da presa che ci appare ora onniscente, ora per la prima volta a conoscenza dei fatti.

Il tutto, contenuto all’interno di un lungometraggio efficace, d’impatto e disturbante quanto basta.

Un’opera seconda che, di conseguenza, si è dimostrata complessivamente all’altezza delle aspettative.

 

 

Marina Pavido