Il processo di Norimberga fu quello in cui vennero condannati per i loro crimini di guerra un gruppo di ufficiali nazisti devoti al dittatore Adolf Hitler.
Fu uno di quegli eventi senza precedenti in cui l’orrore veniva messo sotto un punto di vista prettamente giudiziario e, a suo modo, analitico, lasciando che il lato (dis)umano dei suoi sottoposti a giudizio catturasse appieno l’attenzione di giurati e persone che ne hanno seguito l’evolversi.

Tra questi vi era lo psichiatra Douglas McGlashan Kelley, un ufficiale del corpo di intelligence militare dell’esercito degli Stati Uniti, il quale eseguì personalmente l’incarico di accertare la capacità di intendere e di volere dei citati ufficiali nazisti. Ufficiali comprendenti Hermann Göring, con il quale Kelley stesso instaurò un singolare rapporto professionale. Questo rapporto venne descritto nel libro di Jack El-Hai del 2013 intitolato The nazi and the psychiatrist, divenuto materiale d’ispirazione per la seconda regia dell’eclettico sceneggiatore James Vanderbilt (Al calare delle tenebre, Zodiac, Scream VI): Norimberga. Siamo nel 1945 e, conclusasi la Seconda Guerra Mondiale con la resa dell’esercito nazista, i soldati americani catturano un gruppo di ufficiali tedeschi al soldo dell’appena scomparso Hitler.

Tra essi il glaciale Hermann Göring (Russell Crowe), la cui fama è ben nota e che, arrestato dalle autorità, viene portato a processo per i suoi crimini di guerra. A seguirlo in questa lunga vicenda è il dottor Douglas Kelley (Rami Malek), il quale, incaricato di ritenere idonei i vari processati, riscontre in Göring un carattere duro quanto difficile da analizzare, a suo modo affascinante per come riesce a gestire le proprie emozioni. Un faccia a faccia continuo il loro, dove il carattere influente dell’altro prende il sopravvento sulla situazione giudiziaria in corso. Evento storico già portato su schermo con indimenticati titoli del passato, tra cui il premiato Vincitori e vinti di Stanley Kramer e il televisivo Nuremberg di Yves Simoneau, il Norimberga di Vanderbilt è un’opera singolare che intende parlare degli uomini che vi erano dietro a questo spaccato processuale, con i risvolti psicologici del caso.

È chiaro che il film si incentra sul rapporto tra un Göring interpretato ottimamente da Crowe e il Kelley di un discreto Malek, ma quello che magari sfugge alla regia di Vanderbilt è l’approccio da grande cinema che questo titolo avrebbe meritato; in quanto si limita a far sì che la narrazione si trascini via come se si trattasse semplicemente di un buon film tv e nulla più. Con ciò non lo si vuole affossare, perché Norimberga è un bel lungometraggio, solo che durante il suo svolgimento si prova l’impressione che, tra toccanti scontri verbali e guizzi registici nella norma, vi è qualcosa che si sarebbe potuto sviluppare cinematograficamente meglio. Parlando delle interpretazioni dei suoi attori, oltre ai due protagonisti vanno segnalate le valide presenze di un sempre grande Michael Shannon e del buon Richard E. Grant, entrambi note positive di un’opera che più di tanto non esibisce ma che, in fin dei conti, riesce a rivelarsi un curioso e apprezzabile punto di vista di una pagina storica senza precedenti e tuttora ricca di sfaccettature da scoprire.
