Notti magiche: l’Amarcord di Paolo Virzì

Notti magiche è l’ultima fatica di Paolo Virzì e, in un certo senso, il suo film maggiormente autobiografico.

Sullo sfondo dei Campionati mondiali di calcio del 1990, il regista toscano dipinge una Roma vintage che assiste silente al tramonto dell’età d’oro del cinema italiano.

Nell’estate del 1990 i tre finalisti del premio Solinas – Antonio (Mauro Lamantia), Eugenia (Irene Vetere) e Luciano (Giovanni Toscano) – sono convocati nella Capitale con la promessa di un lavoro all’interno del mondo dello spettacolo. In un crescendo di aspettative disattese, i tre ragazzi fanno la conoscenza con il lato oscuro del cinema. Le figure che si affacciano, di volta in volta, su questo “retroscena” sono grottesche: dal produttore corrotto Leandro Saponaro (Giancarlo Giannini), che tenta di imbrogliare i giovani protagonisti, all’ingenua ex ragazza della trasmissione tv Colpo Grosso (Marina Rocco), che si riduce a fare la escort. O Fulvio Zappellini (Roberto Herlizka), potente e temibilissimo sceneggiatore al cui soldo lavorano decine e decine di “negri” (così venivano definiti i giovani sceneggiatori alle prime armi, perennemente all’ombra dei loro capi).

L’omicidio di Saponaro, gettato con la sua auto nel Tevere proprio durante la semifinale tra Italia e Argentina, scombussola ulteriormente le vite di Antonio, Eugenia e Luciano, che prendono poi decisioni molto drastiche sul proprio futuro.

Notti magiche si avvale di due registri narrativi che non possiedono il medesimo stile. Un livello narrativo è completamente incentrato sui tre giovani finalisti del premio Solinas, tre attori semisconosciuti cui sono affidate molte scene salienti e che non sempre sono all’altezza delle situazioni. Forse la rinomata fiducia di Virzì nelle nuove leve (e sappiamo che, da quando fa cinema, di giovani talenti ne ha scoperti molti) punta a fare da controcanto all’altro livello narrativo, quello più intimista e nostalgico dedicato ad un mondo del cinema ormai sparito e ai suoi vetusti partecipanti.

Il malinconico ritratto di “mostri sacri” come l’ultimo Fellini, che gira La voce della luna, o come il già citato Fulvio Zappellini di Herlizka, chiaro omaggio a Furio Scarpelli, che fu maestro di Virzì, non bastano a dirimere la costante ambiguità di questo film, in bilico perenne tra la commedia, il dramma sociale e perfino il giallo, con tanto di omicidio (che poi è un mero pretesto per parlare di tutt’altro).

I tre protagonisti costituiscono il ritratto di uno spaccato sociale molto stereotipato, la ragazza nobile, il ragazzo colto e il proletario che viene dalla fabbrica, e sono anche, a modo loro, l’incarnazione di pezzi di vita del regista e degli sceneggiatori coi quali ha scritto Notti magiche, ovvero Francesca Archibugi e Francesco Piccolo.

Il titolo del film è un omaggio all’omonimo documentario di Mario Morra sulla nazionale di calcio italiana e sui mondiali del 1990.

 

 

Giulia Anastasi