Notturno: Gianfranco Rosi tra guerre civili e feroci dittature

I dieci minuti di applausi tributati a Notturno di Gianfranco Rosi al termine della prèmiere mondiale, nella sala grande allestita nell’ambito della settantasettesima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, dimostra che il documentarismo poetico piace. Perlomeno nei festival. In cui gli spettatori dal palato fine alla capacità di presa immediata dei prodotti d’intrattenimento antepongono le opere di pensiero. Che svelano i retroscena di realtà nude e crude, spesso pure atroci, sulla scorta delle profonde dinamiche interiori invise al pubblico dai gusti semplici.

Bisogna quindi essere degli esperti del virtuoso ed empatico rapporto tra immagine e immaginazione per apprezzare appieno l’ultima fatica di Rosi? Le aspettative delle masse vanno in tutt’altra direzione? L’auspicio dell’autore di origine eritrea, che con Sacro Gra aveva saputo ricavare dalla propria radicata virtù d’osservazione un fulgido coefficiente d’intellegibilità per esibire incisivi spicchi d’esistenza nei luoghi meno canonici della Città Eterna, consiste nel voler coinvolgere tutti. Toccando punti nevralgici, legati ad attriti funesti ed empiti di concreta speranza.

Mentre nel successivo Fuocoammare, nel passare dal barcone sul fiume Tevere di “Cesare l’anguillaro” all’instabile ed emblematico pontile traballante del porto vecchio dell’isola di Lampedusa, aveva pagato dazio all’enfasi figurativa, senza sottrarre l’ambiziosa scrittura per immagini dalle superflue lentezze tipiche dei ricami d’ordine psicologico-sociale, con Notturno Rosi sceglie l’ardua strada dell’antiretorica. Onore al merito, dunque, sotto quest’aspetto perlomeno, in quanto la tentazione dell’iperbole avrebbe potuto prendere il sopravvento. Raccontare, infatti, l’orrore patito lungo i confini del Medioriente con gli eruditi stilemi del lavoro di sottrazione non è certo una passeggiata di salute. L’indeterminatezza degli spazi scelti a tal fine, in Siria, Iraq, Kurdistan e Libano, testimonia l’indubbia capacità di riuscire ad abbinare alle sapienti ed epidermiche scelte luministiche i paesaggi riflessivi contemplati dalla geografia emozionale lontano dall’ovvietà dei vanesi colpi di gomito. Sin dall’incipit, con l’angolazione intenta ad afferrare l’inquietudine che circola nelle corse d’addestramento dei soldati pronti alla guerra, i rumori disturbanti creano un’apprensione utile a sostituire gli effetti plateali dei thriller adrenalinici. La sottigliezza, elevata implicitamente ad antidoto contro l’arcinoto corredo di peripezie degli ordinari action-movie, alza il tiro nei timbri antropologici ed etnologici rinvenibili nelle litanie di una madre che piange l’iniqua dipartita del figlio.

I rituali del dolore, i muri, l’edificio abbandonato, promosso solennemente a santuario della mesta ma degna cerimonia, cedono subito il passo ad alcuni piani-sequenza incentrati sulla correlazione dei personaggi colti dal vivo, come si dice, con l’habitat esterno. Ed è lì che si verifica la prima battuta d’arresto sul versante dell’estro. La tensione a fior di pelle dei capolavori che permettono ai contrasti chiaroscurali di assumere una funzione creativa, riverberando l’insita fiducia nei dolci mutamenti di rotta, non trapela dagli scorci paesaggistici. Sebbene il ricorso ai suoni distanti e agli eloquenti silenzi, in grado d’impreziosire l’intesa di una coppia decisa a preservare il rispetto per le tradizioni autoctone, trascenda i pleonastici cascami pittorici dei tramonti rosso-fuoco, avvezzi al pretenzioso segno d’ammicco, Rosi sembra consapevole che l’occhio vuole comunque sempre la sua parte. Persino in una resa d’alta scuola degli assilli acuiti dai continui conflitti civili. L’afflato figurativo, che, seppur in filigrana, pesca nel cartolinesco con l’incedere del giorno sul buio, sostituito durante i turni di guardia degli impassibili armigeri dai proteiformi raggi del sole, stenta ad acquisire il peso specifico dello scandaglio introspettivo. Il pedinamento zavattiniano attiguo alle sagome oscure aliene alla nitidezza individuale, l’azzardato cammino compiuto, i corridoi, i ponti, con l’atteso bagliore alla fine del tunnel, la metonimia delle mani delle soldatesse dell’esercito curdo, che si scaldano all’unisono alla stufa prima di abbracciare i fucili, sanno di programmatico.

La terapia di classe della maestra che spinge i bimbi a disegnare l’orrore compiuto dall’Isis, per vincere così le incertezze della balbuzie, dà invece maggior nerbo all’assunto. L’ottimo montaggio orchestra i cambi di registro con l’alternanza del manicomio dove i pazienti mandano a memoria le battute per una pièce teatrale dedicata all’amata Patria, minacciata da ogni lato, e dell’indefessa solitudine del cacciatore di frode, che trova nel bimbo dell’epilogo l’imprevisto soccorso, ed elude il rischio d’intopparsi nel patetismo. L’ausilio dei movimenti di macchina da sinistra verso destra, che danno ampio risalto ai pertugi delle crepe sui tramezzi delle roccaforti, accostando le finestre sul mondo attinte a Sentieri selvaggi allo schermo dell’ospedale psichiatrico in cui la trascinante musica extradiegetica sostituisce la monotonia dei dialoghi dello spettacolo allestito per onorare i legami di suolo, cadono, al contrario, nel vano déjà vu. La presunta sinfonia del reale, sublimata dai messaggi audio su WhatsApp di una figlia sotto sequestro, confida troppo nel soccorrevole intervento del ricatto morale. Bisognerebbe avere dei cuori di pietra per non intenerirsi di fronte alle lacrime dell’attonita madre della fanciulla, vittima dell’odio e del fanatismo. Tuttavia l’extrema ratio dell’egemonia del cuore sul cervello lascia piuttosto perplessi. L’incompatibilità della registrazione documentaria dei toccanti eventi con il pretenzioso accordo di suoni e d’immagini, congeniali alla massima misura del pudore poetico al servizio dello svelamento della verità, tradisce in Notturno il ripiego in zona Cesarini della compassionevole destrezza. Che con il concetto di verità svelata c’entra poco o niente.

 

 

Massimiliano Serriello