Nour: Sergio Castellitto medico di frontiera

Ad accrescere il fascino del film d’impegno civile Nour provvede il lavoro compiuto dall’ambizioso ed esperto attore capitolino Sergio Castellitto sul personaggio del medico di frontiera Pietro Bartolo. Balzato agli onori della cronaca cinefila, assai sensibile nei confronti delle linee tematiche nobilitate dal fascino della fabbrica dei sogni, grazie all’intenso documentario Fuocoammare di Gianfranco Rosi.

Al posto della crudezza connessa ai decessi constatati dal dottore alla guida del poliambulatorio di Lampedusa, insieme ad alcune suggestioni poetiche della terraferma viste attraverso lo sguardo dell’infanzia, l’accorto regista Maurizio Zaccaro per Nour segue un percorso espressivo già largamente battuto da Francesca Archibugi nel convincente Il grande cocomero. Con il giovane neuropsichiatra, interpretato sempre da Castellitto, non ancora quarantenne, che vince la diffidenza dell’adolescente ribattezzata Pippi.

Le modifiche rappresentate dall’insistito ricorso nelle battute iniziali al deep focus, per conferire all’aria che si respira attorno al centro d’accoglienza del dibattuto luogo eletto a location un particolare clima d’attesa, non riescono ad aggiungere nulla d’incisivo al leitmotiv della sfiducia nutrita nell’età verde convertita, palmo a palmo, in catartica fiducia. La lucida consapevolezza che l’inane tentazione dell’iperbole, rinvenibile nell’egemonia dell’enfasi sentimentale sulla natura sobria dell’antiretorica, costituisca un’autorete, tipica di chi si butta avanti per non cadere indietro, spinge comunque Zaccaro, dopo l’incipit contraddistinto da qualche sparuta audacia tecnico-stilistica, ad anteporvi l’essenzialità dei semitoni. Persuadendo pure Castellitto a governare maggiormente, rispetto allo standard abituale, la propria vena gigionesca. Incline a porre in risalto l’avvolgente scambievolezza tra dinamiche interiori ed esteriori. Necessarie a entrare in empatia con composite platee. La scelta di ridurre all’osso l’interregno degli accenti autoreferenziali gli impedisce di vivere di rendita, traendo partito dai consueti soprassalti d’indignazione che ne hanno reso celebre il vibrante slancio recitativo, e offre al contempo al pubblico più attento una variante formale degna di nota. In quanto meno prevedibile. Purtroppo a questa lodevole inversione di tendenza non corrisponde il tocco magistrale dei Maestri che, invece di tralignare la poesia nel poeticismo, ed ergo altresì i sentimenti ivi congiunti nell’infecondo sentimentalismo, scandagliano in filigrana i momenti chiave dell’intera trama.

L’assenza d’un autentico lavoro di sottrazione, confuso con l’algida analisi degli stati d’animo, trattenuti persino nel fatidico istante dell’apertura dei sacchi contenenti i corpi degli immigrati morti, non ricava giovamento dall’utilizzo della camera a mano. Ben lungi dallo stabilire un profondo rapporto di coalescenza con gli spettatori. Rapiti dalla visione mitopoietica del problematico punto d’approdo, al centro d’infinite discussioni d’ordine sociale, e dalle peripezie dell’immusonita sopravvissuta Nour. Il precario processo d’identificazione, affidato al senso d’instabilità dei convulsi movimenti di macchina, accostati poi ad altri piuttosto fluidi e programmatici, stenta quindi ad animare l’ovvio plot. Lo scarso margine d’enigma stabilito attorno ai pedinamenti d’ascendenza zavattiniana, che seguono con le immancabili inquadrature di quinta la ragazzina del titolo nell’incerto girovagare, non innesca quindi mai una suspense in grado di tenere sui carboni ardenti chiunque spasimi per i risvolti thrilling. Il carattere spiccio ed esplicativo della scena col fotografo che si cosparge il capo di cenere per aver immortalato l’orrore degli sbarchi funesti, pensando lì per lì al compenso anziché provare compassione cristiana, palesa la penuria sia dell’opportuna tensione etica, intenta a cementare l’intrinseca presa di coscienza, sia dell’indispensabile compattezza contenutistica. Il ruolo della giornalista, dapprincipio disillusa dinanzi alla possibilità che Nour riesca a ritrovare parte della famiglia, in seguito convinta a cambiare idea dall’inattesa sfuriata di Bartolo, con Castellitto di nuovo deciso ad aggiungere peculiari balzi istrionici al mezzo conoscitivo dell’identificazione, coglie, al contrario, nel segno.

Mentre i siparietti della comunicazione in inglese a dir poco stentato, sopperito dall’efficacia degli eloquenti silenzi, aprono una breccia sul versante contrappuntistico dell’ironia, che rimane però inefficacemente in superficie, la ricerca dei giusti timbri antropologici ed etnologici si rivela sterile. Al di là del saldo professionismo di Zaccaro, che in Un uomo perbene seppe scandagliare il caso Tortora uscendo dai binari della prevedibilità sulla scorta del rifiuto d’ogni facile consolazione e dei coinvolgenti ed eterogenei esami comportamentistici legati alla struttura a mosaico dell’opera d’inchiesta, l’ormai tenue tenuta stilistica paga dazio alle molteplici sbavature patetiche. Che, col concorso del buonismo dei consorzi domestici e delle reazioni mimiche inadatte a sfruttare adeguatamente le occasioni offerte dalla cosiddetta bellezza del silenzio, cara al dotto Robert Bresson, trascinano il copione addirittura nell’inattendibilità. Il ricongiungimento della piccola profuga con la madre, non sapendo sottrarsi alle lusinghe del mélo avvezzo tanto ai vani colpi di gomito quanto all’inidonea manipolazione dei ricatti emotivi, manca dell’apporto determinante del cinema di pensiero. Il cuore, che secondo Woody Allen non si dà nemmeno del “tu” col cervello, senza l’adeguato crescendo introspettivo, tiene legati sulla poltrona solo gli appassionati delle miniserie televisive. L’effigie dei moti ora d’indifferenza ora d’affetto, a corto dell’assoluta sospensione dell’incredulità, ad appannaggio unicamente della Settima arte, concede così parecchie insipidezze in Nour. Seminando aspettative mancate ed echi impervi. Per tentare di ingentilire la tastiera dell’attualità e l’amara pittura d’ambiente, lontano dal fiele delle concezioni agli antipodi, con il passaggio all’unanime dolcezza. Rivelatasi, in sintesi, mero tenerume.

 

 

Massimiliano Serriello