Con il loro primo lavoro discografico, i Nudapietra presentano “Nudapietra”, un album d’esordio che affonda le radici nello stoner e nelle atmosfere psichedeliche, costruendo un percorso sonoro intenso e magnetico. Il disco si muove tra riff essenziali e ripetitivi, strutture dilatate e suggestioni simboliche che richiamano l’inconscio, il mistero e l’immaginario archetipico.

Pur senza configurarsi come un vero concept album, il lavoro è attraversato da temi ricorrenti e immagini evocative – come il riferimento ai tarocchi – che contribuiscono a creare una narrazione sotterranea e coerente. I brani si sviluppano spesso a partire da pochi elementi musicali, trasformati in strutture ipnotiche e stratificate capaci di accompagnare l’ascoltatore in un viaggio sonoro sospeso tra tensione e contemplazione.

Anche il titolo e l’estetica visiva del progetto richiamano l’idea di essenzialità: pochi elementi, ma centrali, proprio come nella costruzione musicale della band. Un debutto che rivela una forte identità sonora e un immaginario ricco di suggestioni.

In questa intervista i Nudapietra raccontano la genesi del disco, il rapporto tra musica e simboli e l’approccio creativo che ha dato forma al loro primo album.

Il disco sembra attraversato da simboli e archetipi: è un concept album?
Non in senso stretto. Sicuramente alcune tematiche ricorrono nel corso del disco (si vedano i tarocchi), ma non lo abbiamo pensato come concept.

Nei vostri testi ricorrono immagini legate all’inconscio e al mistero. Da dove nasce questa attrazione?
Siamo sempre stati affascinati dall’inconscio, probabilmente anche grazie agli ascolti con cui siamo cresciuti. Se poi aggiungiamo la fascinazione per un certo di tipo di letteratura e di cinema, il mix che ne viene fuori può spiegare l’interesse. Aggiungiamo anche che per un genere musicale come il nostro, le immagini evocate dal mistero e dall’inconscio sono perfette per supportare il lato musicale.

“Nudapietra” è un titolo che evoca materia e nudità: quanto conta per voi l’essenzialità?
Molto. Se si ascoltano i brani si possono riscontrare elementi che ritornano molte volte, riff che si ripetono ossessivamente. In un certo senso è stata una sfida riuscire a comporre brani molto lunghi, ma basati su pochi accordi. Si sposa tutto all’idea di artwork del disco. Pochi elementi, ma centrali.

La copertina suggerisce isolamento e presenza. È un’immagine che parla anche della condizione dell’artista oggi?
Non ci avevamo pensato, ma in effetti non è un concetto sbagliato. Cercare di creare qualcosa che abbia valore artistico, oggi come oggi, non ti mette certo in una posizione “privilegiata”.

C’è un filo invisibile che unisce tutte le tracce?
L’idea di mettere in primo piano elementi semplici e ipnotici percorre tutto il disco. Ogni brano poi ha dei momenti più “riflessivi” e psichedelici. Sono queste le caratteristiche che accompagnano l’ascoltatore nel corso dell’album.

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