Odio l’estate: Aldo, Giovanni e Giacomo insieme per forza… in vacanza

Odio l’estate, il nuovo film interpretato da Aldo, Giovanni e Giacomo, con Massimo Venier in cabina di regia come ai tempi della loro applaudita prima escursione sul grande schermo, costeggia semitoni degni d’interesse.

L’evidente necessità, però, di puntare sul pubblico fidelizzato impedisce all’operazione di svolgere il salto di qualità compiuto da Roberto Benigni, per esempio, con La vità è bella. Pure il discusso Checco Zalone, preferendo il ruolo del centravanti al lavoro di squadra, ha alzato il tiro in Tolo tolo spiazzando sia i fautori dell’egemonia dello spirito sulla materia, sia gli alfieri del livellamento ugualitario. Ricordando che la comicità sarà sempre allergica alle discipline di fazione.

Ed è lì che, invece, risiede l’impasse di Odio l’estate, rielaborazione in filigrana dell’acre affresco Ferie d’Agosto diretto da Paolo Virzì. Il sano cinismo della Commedia all’italiana, con le unghiate satiriche capaci di andare sottopelle, rende il 1996 un periodo lontano anni luce. L’anno dopo Tre uomini e una gamba, con la sequenza della partita di pallone, attinta a quella di Marrakech Express per tenere sulla corda i cinefili, inserita ora nel mix di richiami citazionistici e autoriferimenti, sembrava aver mutato segno. Preferendo, nel riciclaggio dei pezzi di repertorio da cabaret tv, il travaso dalla comicità demenziale alla comicità morale. Fin lì nulla da eccepire: l’artista è libero di compiere il percorso espressivo che ritiene giusto. Anche perché Aldo, Giovanni e Giacomo sono divenuti in tal modo dei miti agli occhi degli spettatori dai gusti semplici. L’autoreferenzialità, tuttavia, con buona pace dell’alchimia dei protagonisti, getta una luce sospetta sulla prova di maturità esibita per le masse che decretano il trionfo al botteghino. L’idea di cominciare la vicenda prendendo esempio dai pamphlet corali di Altman ed Ettore Scola, sulla scorta della sceneggiatura redatta con l’amico Venier coglie nel segno.

L’obbligo da perfetti sconosciuti nella finzione a convivere nella stessa abitazione per le ennesime ferie d’Agosto, a causa del solito disguido, consente ai compari per la pelle di palesare step by step, insieme alle gag, il gusto degli sfottò. L’affiatamento raggiunge il diapason con l’elemento pretestuoso del viaggio dalla Puglia a Follonica per recuperare il legame col rampollo bisognoso d’affetto. Nella colonna sonora spadroneggia Massimo Ranieri, mito di Aldo, al pari dei pezzi musicali dispiegati a ogni piè sospinto. Senza quasi un minuto di sosta. In molti punti gratuitamente. Le tre famiglie, con le mogli felici di lasciarsi Milano alle spalle, risultano delineate con garbo ed efficacia. Giovanni, incupito al pensiero di chiudere il negozio di scarpe aperto dal bisavolo, crea siparietti graditi nel mostrare i ghiribizzi del velleitario che cerca paroloni e ignora i termini elementari. Giacomo, dentista affermato e famigerato, col cliente dai nervi scoperti deciso a rendergli pan per focaccia, conferma di dare il meglio coi personaggi decisi ad afferrare i motivi d’incomprensione nelle mura domestiche. Aldo, nei panni dell’ipocondriaco affezionato al cane di casa, ai figli e alla consorte voluminosa ed energica, appare superiore di diverse spanne sul versante dell’approfondimento introspettivo.

Si avverte, all’opposto, l’impaccio della trama allorché l’indulgenza bonaria s’ingarbuglia rendendo il bagno al mare con le natiche al vento e l’hashish in corpo l’unico mezzo per rompere il ghiaccio nel miniclub delle confuse consorti. Peccato per Carlotta Natoli – figlia del compianto Piero, artefice di autentiche chicche come regista – che incarna la moglie di Giovanni con un’ottima ricchezza di sfumature. La bellezza del silenzio prende piede con degli sguardi in campo e controcampo intenti ad andare al di là del fatuo diletto dell’esistenza. Spesso i silenzi comunicano meglio delle parole. Di quelle vuote, piene, dedite alle battute di grana grossa, d’intonazione surreale, e agli accenti vernacolari. Il pedale pietistico, spinto per sancire l’assoluto predominio finale dei palpiti dell’emozione rispetto ai rivoli degli sghignazzi, rincara, purtroppo, la vana dose filosofeggiante in Odio l’estate. Formuliamo l’augurio che Aldo, Giovanni e Giacomo traggano linfa in futuro da maestri del passato della levatura di Totò. Estraneo, a prescindere, al tasso di saccarosio e puerilità.

 

 

Massimiliano Serriello