Deciso ad appaiare il dinamismo dell’azione alla contemplazione, predisponendo in virtù d’un martellante processo d’identificazione persino il corpo oltre che la mente degli spettatori dai gusti semplici alla risposta fisiologica automatica ravvisabile nella reazione di “lotta o fuga” (fight or flight) quando si percepisce una forte percezione di pericolo per poi favorire la meditazione a favore delle platee più avvertite, il pluripremiato regista britannico con cittadinanza statunitense Christopher Nolan cerca di trarre linfa dalla propria vena epica per conferire all’attesissimo blockbuster Odissea una spinta narrativa in grado di trascendere qualunque sensazione di déjà vu.

Ai fini d’una disamina critica scevra dall’impasse delle prese di posizione pro o contro, giacché concentrata nel valutare in base ai criteri estranei al mero impressionismo soggettivo l’effettiva efficacia della cifra stilistica ed espressiva d’un autore conclamato che attira sempre un’ampia fascia di pubblico anziché i soliti quattro gatti attratti dalla forza significante dell’aura contemplativa, occorre capire se Nolan confrontandosi col racconto fondativo per antonomasia abbia adattato il mito omerico al proprio modo di concepire il cinema, costituito dai proverbiali crescendo acustici, dalla pregnante geografia emozionale, dall’imponenza visiva approfondita dall’alacre palette cromatica, sulla scorta di un’autentica elaborazione autoriale o, viceversa, dell’ennesima operazione commerciale.

Operazione che disperde nei vani segni d’ammicco e negli insistiti colpi di gomito i fulgidi stilemi. Suggellati a inizio carriera tanto in Memento quanto nell’inobliabile Insomnia. Con la rivoluzione della consecutio temporum a braccetto del rigore formale degli spazi mentali intenti a convertire i luoghi fisici nell’estensione d’una psiche perennemente sotto pressione sugli scudi. Svigoriti dalla grossolana egemonia dell’inane intrattenimento sensazionalistico sul fecondo linguaggio poetico. Connesso alle sfumature figurative convertite in saldi ed empatici ragguagli introspettivi. Nell’incipit l’interazione tra suoni diegetici, introdotti dal rituale assordante dovuto ai bastoni sbattuti per terra dagli infidi aspiranti al trono lasciato a parer loro vacante da Ulisse nell’empia mensa di Itaca destinata a divenire un efferato altare di sangue col ritorno a casa sotto le mentite spoglie del mendicante dell’indispettito padrone di casa, ed extradiegetici, frutto del carattere d’ingegno creativo dell’esperto compositore Ludwig Göransson avvezzo ad alterare strumenti greci storici come la lira e il flauto aulos per rendere appieno l’attagliante spersonalizzazione dell’eroe in attesa di riscatto, mette subito le carte in tavola. L’effigie roboante della celeberrima nave del carismatico protagonista lontano dai vincoli di suolo a vele spiegate, il salto temporale all’indietro, con la gigantesca struttura in legno del Cavallo di Troia trascinata nelle mura nemiche, la correlazione tra interni opprimenti ed esterni riflessivi attingono platealmente ai topòi dei kolossal avventurosi. Abituati ad ampliare, ma non ad arricchire davvero, la percezione degli eventi. Ovviamente il dinamismo dell’azione funge, secondo copione, da catalizzatore del climax spettacolare. Nondimeno, mentre la sospensione dell’incredulità sovrasta l’alto tasso d’intelligenza col quale Nolan sapeva trasfigurare il rapporto tra habitat ed esseri umani prima d’invertire la tendenza dando un colpo al cerchio dell’inventiva mozzafiato e l’altro alla botte delle arcinote peripezie prive di qualsivoglia appeal persino per i cinefili avventizi minuti di licenza elementare, la rivisitazione dei passaggi cruciali della sempiterna Odissea sembra riuscire ad alzare l’asticella.

Lo scopo di Nolan consiste nel congiungere il mix d’insistente tensione ed epidermica immersione alla prevalenza sui canoni classici delle varianti rintracciabili nella contaminazione dei generi. All’arguzia di pronunciare in veste di speculare contrasto col perenne frastuono impressionistico l’elogio ai silenzi eloquenti, collegando ad attese infinite ed emblematiche la comunicazione non verbale portata a effetto nella fuga di soppiatto compiuta da Ulisse e i suoi fidi soldati legandosi sotto la pancia delle pecore per sfuggire all’ira del ciclope accecato incline a tastare soltanto il dorso degli ovini prestatisi alla beffa, non corrisponde affatto la freschezza d’invenzione necessaria a imprimere nuova linfa al connubio, sennò trito e ritrito, tra immagine e immaginazione. La capacità di scrivere con la luce dell’involuto autore votato ormai alla voluttà di raccogliere il consenso soprattutto delle masse, allergiche ai dispendi di fosforo, si limita ad ammantare di folgorante color bianco nel buio della caverna del gigante rimasto di stucco la pecora che innesca la scintilla dell’idea vincente. Ragion per cui rientra altresì nell’ordinaria amministrazione lo stratagemma, attinto all’estro di numi tutelari estranei ai cali di personalità in cabina di regìa, l’attitudine ad accorpare i contrasti chiaroscurali alla cosiddetta scoperta dell’alterità. Dispiegata alla bell’e meglio dalle zone cariche di vissuto, col cuore in gola, nelle quali, a dispetto di qualsiasi reale sorpresa, il timore dell’oggi cede la ribalta al momento topico alla speranza della verità affidata al domani. Le tappe del viaggio intriso dapprincipio di fascinoso simbolismo, soppiantato alla carlona dall’inclinazione dei thriller canonici a trasformare i motivi d’insicurezza in ragioni d’attrazione agli occhi dei seguaci dei modesti apologhi sulla sopravvivenza che spesso appiattiscono il racconto, risultano quindi prive dell’opportuna complessità psicologica. Sostituita, nel processo viscerale attinto ai body horror a corto di guizzi dagli armigeri mutati palmo a palmo in porci dalla permalosa maga Circe, mediante un’illustrazione parossistica ai limiti del ridicolo involontario.

L’atroce palingenesi, che segue la falsariga di parecchie pellicole dozzinali imperniate sull’involuzione della carne esposta alla discutibile sindrome dell’abietto, lascia comunque soddisfatti chi, stringi stringi, antepone al lampante disagio il piacere di trovarsi al sicuro seduto in poltrona ad assistere al velleitario kolossal dalle ambizioni sfrenate. Mandate a carte quarantotto dai piedi d’argilla. Che, dopo vari tentativi andati a vuoto di contemperare la vetusta sovversione dei tabù insieme alla rivelazione morale, cedono di schianto nella sequenza, fagocitata a lungo dai rintocchi metallici, del massacro dei Proci. Con Ulisse che getta la maschera tendendo l’arco con agevolezza, a dispetto dei loschi pretendenti, e, su imbeccata della devota consorte Penelope, impersonata da Anne Hathaway con le note micro-espressioni oculari rimpiazzate da un gioco fisionomico sopra le righe, rende pan per focaccia ai vari traditori. Nonostante l’indubbio nerbo del montaggio alternato, nel veicolare gli avvenimenti passati alla resa dei conti del presente, la fisicità degli scontri trascina all’applauso puerile chiunque preferisca al carattere d’autenticità, alle pieghe, i dettagli, i cerimoniali capaci di condurre la maestria tecnica nel risolutivo guizzo elegiaco, l’omaggio all’amore coniugale cementato dal flettere delle armi. Lo spettacolo di secondo rango della recitazione, con Matt Damon nei panni infangati dell’anziano Ulisse che sfida Robert Pattinson nel ruolo del più insolente dei pretendenti sul versante d’istrioniche occhiate ben lungi dallo stabilire connessioni profonde, trascina il deludente seppur probabile campione d’incassi Odissea nell’inidoneo eccesso. Al contrario dell’avvenente ed energica Charlize Theron. Bravissima a comunicare, specialmente attraverso il non detto, zeppo quindi di ammaliante mistero, la fragilità muliebre sull’isola di Ogigia della ninfa immortale che, ghermendo Ulisse desideroso di far ritorno a Itaca per sette anni, avvicenda la protezione e la devozione con una tacita disperazione. Non basta però la sua psicotecnica recitativa, volta ad associare alla fibrillazione la delucidazione d’una stasi congiunta alla prigione dorata piena di echi sospesi ed eterei, a rimediare alle polveri bagnate dell’ennesimo colosso diviso tra massimalismo e minimalismo. Tra modalità esplicative e scempiaggini assolute.

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