Odissea nell’ospizio: i malincomici Gatti di Vicolo Miracoli

Sbeffeggiando ironicamente uno dei massimi capolavori firmati da Stanley Kubrick, Odissea nell’ospizio non poteva essere altro che un titolo riconducibile al mitico quartetto cabarettistico veronese dei Gatti di Vicolo Miracoli, ovvero Ninì Salerno, Umberto Smaila, Franco Oppini e Jerry Calà.

Con quest’ultimo posto anche al timone di regia, dopo gli esordi vanziniani di inizio anni Ottanta rappresentati da Arrivano i gatti e Una vacanza bestiale e la reunion datata 1997 de Gli inaffidabili, nel loro quarto lungometraggio tutti insieme – iniziato nel 2016 e proposto in esclusiva dalla piattaforma streaming CHILI – li troviamo all’interno dell’ospizio “Walter Chiari” e con i nomi mutati in Nino Palermi, Gilberto Smania, Franz Occhini e Jimmy Canà.

Con il primo costretto su una sedia a rotelle, in maniera quasi autobiografica sono i Ratti, ovvero un gruppo comico ormai lontanissimo dal successo il cui agente possiede il volto di Andrea Roncato e che, appunto, finiscono in questo posto per anziani gestito nientemeno che da Mauro Di Francesco, altra faccia nota della commedia cinematografica italiana sfornata nel decennio di Sapore di mare.

Posto dove vengono presto ospitati anche dei profughi africani, ma che, come se non bastasse, è sull’orlo del fallimento a causa di un debito di duecentomila euro che nessuno dei presenti ha la minima idea di come possa essere saldato.

Man mano che, tra il compianto Ugo Fangareggi nei panni di un buffo illusionista affetto da demenza senile e Luciana Frazzetto in quelli di una ex attrice hard ora oltretutto dedita allo smercio di sex toys, si aggiungono al ricco cast di Odissea nell’ospizio un Antonio Catania avvocato (Luca Martirio!), Francesca De André e la Sofia Milos della serie tv I Soprano rispettivamente nei ruoli della figlia e della ex moglie di Canà.

Senza contare – a proposito di star televisive internazionali – la Katherine Kelly Lang della soap Beautiful impegnata ad incarnare se stessa, nel corso di oltre un’ora e mezza di visione che, in maniera curiosa, sembra quasi trasudare più malinconia che comicità immergendosi nell’attualità tricolore d’inizio terzo millennio (con tanto d’immaginaria trasmissione Fortissimo in cerca di scoop).

Perché è vero che non mancano dialoghi infarciti di storpiature verbali – da Tutti su mia madre a Genitali in blue jeans – tipiche di coloro che ci regalarono le divertenti hit musicali Capito? e Discogatto, ma ci si concentra più sull’evoluzione del plot che sulle battute (non sempre riuscite, a dire il vero).

E se, senza alcun dubbio, il momento più divertente è quello con il falso morto tempestato di immancabili osservazioni sul grasso di Smaila, nel suo insieme, di sicuro, complice una sceneggiatura bisognosa di maggiore incisività Odissea nell’ospizio non funziona dall’inizio alla fine… ma non si può fare a meno di voler bene alla simpatia e alla vitalità che i quattro di Verona continuano a sprigionare, conquistandoci – proprio come quando ci fecero entrare nelle nostre teste “Voglio l’erba voglio, voglio avere un quadrifoglio da trovare sul mio prato di moquette” – attraverso l’orecchiabile motivetto che, nel ricordare che per far carriera c’è dazio e per rovinarla uno screzio, intona “Non ci hanno dato uno spazio neanche da Fabio Fazio, sempre per quel nostro vizio di cazzeggiar”.

 

 

Francesco Lomuscio